Il 20 ottobre di 62 anni fa nasceva a Radcliffe in Inghilterra, Daniel Danny Boyle, uno dei registi più apprezzati e peculiari del Regno Unito. Regista premio Oscar nel 2009, Boyle è una delle figure più interessanti dello scenario cinematografico inglese, un uomo che ci ha abituati negli anni a film diretti, spesso adattati da bestseller o da storie vere, che trattano di gente qualunque e storie reali e possibili senza costruzioni artificiose; in ogni sua pellicola la macchina da presa riprende ciò che semplicemente è, la semplicità delle azioni dei suoi personaggi e lo mostra al pubblico (vedasi l’intramontabile The Beach, il meno noto 127 ore e l’ultimo interessante Steve Jobs, o il finale di Trainspotting, appunto).

Un classico: Trainspotting

Trainspotting cinematown.it

Già nel 1994 mostrò il suo taglio e avvicinamento a determinati temi e situazioni in “Shallow Grave”, storia di coinquilini di Edimburgo, di gioventù sbandata e disfunzionale. Ma solo nel 1996 esce uno dei suoi film migliori che divenne in poco tempo una pellicola cult della seconda metà degli anni 90, Trainspotting. Basato sul libro di Irvine Welsh, questa storia segue le vicende del protagonista Mark Renton (Ewan McGregor) e il suo gruppo di strampalati amici.

É una vita diurna fatta di noia e eroina, e notti psichedeliche fra sesso e ancora altra droghe, lo spettatore segue le vicende della gioventù bruciata in una Edimburgo di periferia grigia e sporca, senza grandi opportunità e senza riferimenti sociali e culturali benché i protagonisti siano tutti uniti dall’identità scozzese. È il ritratto di un gruppo di amici che trova come unica soluzione la droga; tuttavia qui l’eroina viene trattata in chiave ironica e un po’ grottesca, lontana dai toni drammatici a volte struggenti di altri film di quell’epoca che hanno toccato lo stesso tema come il trio sbandato in Doom Generation di Gregg Araki, i ragazzi difficili in Belli e Dannati di Gus Van Sant e distante dal tono teen movie newyorkese di Kids di Larry Clark. Oltre al tono diverso, qui si abbandona anche a un sottile gusto fashion a favore di una vita totalmente sfatta e fuori dagli schemi fatta di All Star sporche e bagni luridi negli angoli dei peggiori bar della Scozia.

Trainspotting e la critica alla società

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In realtà, al di là della superficie, c’è una critica verso la società contemporanea che tocca tutti i cliché e “la gente borghese” ma è anche una forte critica politica (indimenticabile l’ormai famoso monologo finale di Mark Renton). Trainspotting è una pellicola sempre attuale, che non passa mai nonostante i suoi anni e che ormai entrata nell’immaginario collettivo e divenuta cult: la profonda critica sociale e la distruzione a cui porta la droga ma anche alla fine la capacità di rialzarsi e iniziare una nuova vita di Mark nonostante un ex eroinomane così come la morte di Tommy, unico lontano dalla droga il quale morirà di AIDS, a riprova del fatto che la vita è imprevedibile e può prendere qualsiasi deviazione. A distanza di 20 anni con il sequel T2 che vede il ritorno degli amici – un po’ invecchiati – insieme a vivere nuove avventure rocambolesche. Passa il tempo, cambiano le situazioni e le vite ma loro rimangono sempre i ragazzacci di una volta!

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