Per dare un’interpretazione accurata al monologo finale de Il Grande Dittatore, lo scrittore più attento deve concentrare la sua attenzione non solo al contesto storico nel quale Chaplin riuscì a pronunciare questi concetti rischiosi, ma in maniera più focalizzata a quanto successe all’attore negli ultimi anni della sua carriera prima dell’ascesa nel Nazionalsocialismo. Condividendo Chaplin e Adolf Hitler un’inquietante coincidenza – i due grandi volti del ‘900 erano infatti coetanei, i compleanni si distanziavano per soli quattro giorni di distanza, l’attore nato il 16 aprile 1889 in una località dell’Inghilterra tutt’ora messa in dubbio, lo statista il 20 aprile a Braunau am Inn, in Austria – le due personalità, che a modo loro risultarono come i personaggi più influenti del secolo scorso, per motivi da una parte più spensierati, dall’altra profondamente tragici, erano collegati da un filo conduttore che per il britannico significava qualcosa di storicamente significante che lo mise in una posizione di responsabilità, nei confronti della storia e del cinema.

Il Grande Dittatore infatti uscì in un momento della Seconda Guerra Mondiale in cui le potenze globali erano in procinto di entrare nel vivo dello scontro bellico e i campi di sterminio stavano perfezionando il loro funzionamento minuziosamente studiato – dettaglio questo di cui Chaplin era allo scuro: si conosceva l’esistenza dei campi, ma per stessa ammissione dell’attore “non mi sarei mai permesso di scherzarci sopra se avessi saputo cosa succedeva al loro interno” – e non avendo l’opinione pubblica un ago della bilancia che mantenesse l’equilibrio o fornisse un punto di vista più realista sulla situazione, gli americani erano ancora estranei al conflitto europeo, sostenendo che avrebbero dovuto starci attentamente alla larga, ma non per Chaplin. Sentendosi coinvolto personalmente in quanto stava accadendo, con un fratellastro ebreo, delle origini zingare, la madrepatria in guerra e una coincidenza così significativa che lo legava ad Hitler, l’attore oramai sulla via dell’esilio si mise al lavoro sin dal 1938 per costruire la sua satira politica più rischiosa.

Le origini de Il Grande Dittatore sono nel cinema muto

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Deve andarsene dicendo qualcosa in cui credo.

Andando a ritroso nel tempo, la filmografia di Chaplin aveva subìto un arresto violento a partire dal 1931, anno in cui venne distribuito Luci della Città – dove per posizione presa contro l’avvento del sonoro Chaplin escogitò dei trucchi visivi per sopperire alla mancanza della traccia audio – per poi restare del tutto inattivo fino al 1936, quando uscì Tempi Moderni, un film prodotto e rilasciato in un’epoca dell’industria hollywoodiana oramai volta al sonoro. Già questo film, studiato affinché la presenza dell’audio fosse ridotta al minimo – con la sequenza in grammelot escogitata appositamente per ricordare agli studios che Il Vagabondo non può parlare – i contenuti sono eccessivamente politici e involontariamente compromettenti. Da questo film in poi infatti, Edgar Hoover e tutta la politica maccartista americana si scaglierà a rodere i fianchi di Chaplin, da sempre nel mirino degli strumenti di controllo del governo, che lo vedevano come un sovversivo inneggiante al Comunismo e quindi da sedare. Questo non fermò Chaplin, che convinto del suo buon senso rilasciò il film, pieno di rimandi alle critiche storiche mosse contro il taylorismo, regalando di fatto il pretesto definitivo per metterlo in cattiva luce alla popolazione, già scettica a causa dei continui scandali sessuali riguardanti l’inglese.

La carriera volgeva quindi prematuramente al termine e sentitosi messo alle corde dall’industria del sonoro e dalla politica, Chaplin si buttò a capofitto su Il Grande Dittatore, nonostante il parere contrario del fratello Sydney, che cercò in tutti i modi di convincere il secondogenito affinché si trattenesse dallo schierarsi politicamente nei confronti dell’entrata in guerra e del Nazionalsocialismo – consapevole che avrebbe messo Charlie sulla via del non ritorno, viste le serpeggianti simpatie che gli USA stavano maturando nei confronti della Germania Hitleriana. “Nessuno vuole vedere un film su Adolf fottutissimo Hitler Charlie!” “Io sì invece! Conosco questo bastardo, sono nato quattro giorni prima e ti sbagli: non è su Hitler, ma sul Vagabondo. Se se ne deve andare, deve andarsene dicendo qualcosa in cui credo. Fu così che Il Grande Dittatore prese forma, sul corpo di una Fenice destinata a divenire presto cenere – e a non risorgere mai più – quale era Il Vagabondo. Una sorta di resa dei conti con la storia del cinema e dell’umanità, che fece da catalizzatore sia alla dipartita del personaggio che alla sua eroica celebrazione, riassunta nei minuti finali del film.

Il contesto storico de Il Grande Dittatore

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Aut Caesar, aut nihil, Imperatore del Mondo. Mmmh, il mio mondo!

Chaplin era un cittadino del mondo. Più di una volta si trovò a dover fronteggiare la stampa americana che lo aveva cartabollato come un antiamericano, quando in realtà al piccoletto non importava nulla della sua cittadinanza, se britannica o extraeuropea. Si considerava un membro del genere umano, un cosmopolita che riuscì a trarre da Hollywood la linfa vitale per arrivare in ogni parte del globo a donare speranza, gioia, sorriso e riscatto sociale a milioni di persone; ma come ben sappiamo, se ad un americano medio cerchi di spiegare come l’utilizzo di un mezzo non sia importante per quel che rappresenta, ma per quel che ne consegue, facilmente ti prenderà per un ingrato e nel caso di Chaplin aver sfruttato a fondo Hollywood senza prendere la cittadinanza americana ha significato passare per un ingrato e un anti patriottico. Un mix letale che unito al maccartismo serpeggiante lo misero sotto una lente d’ingrandimento scomoda, sia in America che in Europa, dove molti sostenevano che Hitler avesse adottato i baffetti proprio per sembrare più simpatico, come il personaggio di Chaplin.

Il clima di tensione interno al mondo dello spettacolo, unito alle tragedie umanitarie in corso in Europa, fecero raggiungere a Chaplin l’orlo del vaso, ed esausto del climax di odio e rancore sociale che stagnavano nel mondo dell’epoca, raccolse le forze e recitò l’epitaffio del Vagabondo. Aveva condotto una carriera ligia al dovere, alla comunicazione del sacrosanto messaggio che le minoranze sono un serbatoio di valori umani da valorizzare e integrare nella comunità – spinto da un socialismo politicamente incolore, nato tra le strade di Londra, dove da bambino subì ogni genere di ingiustizia vivendo tragedie inimmaginabili scaturite dalla miseria in cui viveva la sua famiglia – e giunti al momento in cui non vi era nulla da perdere, Il Grande Dittatore rappresentò la sua ultima occasione per tradurre in ideali filosofici gli anni di sfiancante lavoro passati a far ridere la gente, che – erroneamente – Chaplin considerò pronta a ricevere il sunto definitivo delle intenzioni di Charlot: fratelli, minoranze, diversi, unitevi tutti per un mondo ragionevole che dia a tutti ciò di cui abbiamo bisogno. Un ottimo tentativo, che venne apprezzato solo trent’anni dopo e che all’epoca gli fece guadagnare un biglietto di sola andata per l’Europa.

Il Grande Dittatore: come ho smesso di odiare i diversi e iniziato a sentirmi umano

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Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi […] pensiamo troppo e sentiamo poco.

Racchiudere il senso di un discorso talmente vasto e allo stesso tempo perfetto sarebbe una pretesa che nessuno di questa redazione oserebbe muovere. Il Grande Dittatore si conclude con un discorso all’umanità proclamato quasi ottant’anni fa, ma di un’attualità che trova il suo riscontro non solo negli ideali, ma perfino nella pratica, quella più scientifica e tecnica. Mosso dalla meraviglia per i progressi della ricerca, forse anche dall’esperienza nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione, Chaplin cerca di racchiudere in tre indimenticabili minuti il senso della presenza umana sul pianeta Terra. Invoca il dovere del genio umano ad essere applicato in virtù del benessere sociale di tutti, utilizzando i miglioramenti della società come strumento di inclusione, non di emarginazione. È un discorso profondo e così completo nei suoi campi di applicazione, da essere ancora oggi la massima filosofica migliore di cui disponiamo se desideriamo attingere da una fonte di verità sociale, che dia un senso e una spinta per superare gli avvenimenti ciclici dell’antropologia, che si verificano – inevitabilmente – nello stesso modo a distanza regolare di tempo.

Il fatto che Il Grande Dittatore si concluda con un ebreo – identico al tiranno – che pronuncia la rinuncia al potere assoluto da parte del partito è una metafora perfetta della rappresentazione del valore delle minoranze, e dell’uguaglianza tra gli esseri umani. “Non voglio fare l’Imperatore, non è il mio mestiere, voglio aiutare tutti se possibile è una frase che – con anni di anticipo – ha sganciato una vera bomba nucleare sul pensiero medio del cittadino, abituato in quel periodo a dover pensare a sé stesso a discapito del vicino, visto in modo negativo, sia da un lato che dall’altro del Continente americano. Un discorso che proclama l’uguaglianza, il diritto alla vita e il libero accesso alle risorse naturali era un concetto perfetto per il momento storico, ma non per quello psicologico. Non sorprende infatti il destino capitato a Chaplin a seguito di queste affermazioni, amate e ammirate con troppo ritardo per la storia del genere umano. Qualsiasi mezzo i dittatori usino, la libertà non può essere soppressa. Il Grande Dittatore ha dato l’addio al personaggio più amato della storia del cinema e sancito l’anno zero del socialismo, con una chiusura di monologo non più volta alla massa, ma ad una persona specifica, una donna pura di spirito, ferita dall’odio nazista, alla quale Chaplin si rivolge per mettere il punto al monologo. Da leggere prima di ascoltare il discorso finale, tenete duro aspettando prima di far scendere le lacrime.

Anna puoi sentirmi? Dovunque tu sia, abbi fiducia. Guarda in alto, Anna. Le nuvole si diradano, comincia a risplendere il sole. Prima o poi usciremo dall’oscurità verso la luce e vivremo in un mondo nuovo, un mondo più buono, in cui gli uomini si solleveranno al di sopra della loro aridità, del loro odio, della loro brutalità.

Guarda in alto, Anna. L’animo umano troverà le sue ali e finalmente comincerà a volare, a volare sull’arcobaleno, verso la luce della speranza, verso il futuro, il glorioso futuro che appartiene a te, a me, a tutti noi. Guarda in alto Anna. Lassù.

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