Lo aspettavano tutti con ansia, e finalmente è arrivato. Christian Bale è Dick Cheney in Vice – L’uomo nell’ombra, nell’ennesima trasformazione fisica che il poliedrico attore statunitense offre al pubblico, strizzando l’occhio alla Academy. Bale non è però l’unico elemento di interesse di questa sofisticata pellicola targata Adam McKay, che ricostruisce con realismo ed un pizzico di mesto sarcasmo la vita di uno degli uomini più (tristemente, verrebbe da dire) importanti della storia recente degli USA.

Vice – L’uomo nell’ombra: sinossi

Vice - L'uomo nell'ombra cinematown.it

Il film narra le gesta di Dick Cheney, enigmatico uomo-ombra nelle due successive amministrazioni guidate da George W. Bush (interpretato da Sam Rockwell). Dagli euforici e scapestrati anni giovanili ai grigi decenni passati nei meandri della politica americana, scopriamo la storia segreta di uno degli uomini più potenti di sempre, entrando anche nella storia personale, con la moglie Lynne (Amy Adams) e le figlie sempre vicino a sé, parti integranti della sua carriera.

Vice – L’uomo nell’ombra: un biopic originale e con molte sfaccettature

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Un montaggio decisamente originale, simile a quello utilizzato dallo stesso McKay in La grande scommessa, e una narrazione sbarazzina rendono Vice un biopic decisamente godibile e scorrevole, per quanto didascalico, come è da prassi per film del genere. La storia procede infatti molto fluida e veloce, senza annoiare, nonostante spesso si entri in complicati tecnicismi, spiegati comunque in maniera esauriente. L’indagine condotta nel film è approfondita e coerente, fortunatamente priva di facili contaminazioni politiche. Come specificato in una divertente scena post-credit, infatti, i fatti narrati sono veri e documentati, a scanso di equivoci. Alla storia meramente politica si intreccia però ben altro, ovvero la particolare storia d’amore tra l’inconcludente e insicuro Dick e la bella e carismatica Lynne, che poi si evolve nell’amore incondizionato verso le figlie, oltre a piccole sottotrame di spionaggio. Perché, se il Dick Cheney politico è spietato e cinico, l’uomo sa essere un padre protettivo e amorevole, che rinuncia a correre per le presidenziali per evitare stravolgimenti nella vita della figlia minore (ci fermiamo qui per evitare spoiler).

Vice – L’uomo nell’ombra: non solo Christian Bale

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Al netto della (meritata) attenzione destata dall’ennesimo, enorme sforzo fisico dell’ex Bruce Wayne, in Vice c’è davvero molto di cui parlare. Prima di tutto, l’interpretazione dello stesso Bale si basa molto più sull’espressività dell’attore che non sul suo mero aumento di peso. Pare infatti essere il volto la parte del corpo maggiormente modificata dall’attore, che mostra espressioni molto diverse rispetto al suo solito campionario, sintomo di un grande studio del personaggio di Cheney. Sia lui che Amy Adams, poi, riescono a dare ai rispettivi personaggi un’umanità che nel copione pare solo accennata, ma che il loro talento rende in tono maggiore grazie a piccoli sguardi e atteggiamenti.

Entrambi mostrano anche molte differenti sfumature. Ad esempio, la moglie, devota e fedele, che sa trasformarsi all’occorrenza in carismatica oratrice. Meritevole di attenzione anche le performance di Steve Carell e Sam Rockwell. Quest’ultimo doveva fare i conti con l’eredità di Josh Brolin, già interprete di Bush Junior in W. di Oliver Stone. La performance di Rockwell è equilibrata, riuscendo a non cadere nella parodia pur mostrando al meglio i molti lati del carattere del personaggio.

Vice – L’uomo nell’ombra: come rendere interessante un personaggio così grigio

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La domanda che ci si potrebbe porre prima di vedere il film è: come rendere un personaggio grigio e burocratico come Cheney qualcosa di interessante per il cinema? Per avere risposte in tal senso, si prega di rivolgersi ad Adam McKay, il quale riesce pienamente nell’impresa. Il film mantiene infatti avvinti per tutta la sua (lunga) durata, pur volendo spiegare per filo e per segno molti passaggi tecnici all’interno della storia. Tra piccoli espedienti, colpi di scena e dialoghi ispirati, insomma, è piuttosto difficile annoiarsi durante la visione. Il montaggio e la narrazione, così come il monologo finale (da Oscar) di Bale, ricordano per certi versi Il Divo di Sorrentino, con l’indimenticabile soliloquio di Toni Servillo, nei panni di Giulio Andreotti, alle prese con una confessione spirituale alla moglie. In questo modo viene resa al meglio la storia di quest’uomo scarsamente carismatico, grigio, ma allo stesso tempo persuasivo e convincente. Una sorta di grillo parlante, che riesce ad ergersi dalla sua mediocrità nascondendosi dietro agli altri, e scovando opportunità dove altri non ne vedono.

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