I film che hanno usato al meglio le canzoni di David Bowie

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David Bowie è tra i più poliedrici artisti mai esistiti nella nostra epoca, le cui canzoni hanno fatto da colonna sonora a tantissimi film famosi.


Ci sono pochi artisti che hanno saputo unire perfettamente i vari tipi di medium e attraversare le barriere come ha fatto David Bowie. Bowie è al tempo stesso sia un marchio che un inventore e il suo coinvolgimento nell’interezza dello spectrum culturale eclissa quello dei suoi contemporanei. Grazie al suo fascino innato con le arti visive, il cinema è stato la sua seconda casa quasi per natura. Possiede 42 crediti nell’ambito del cinema a suo nome; il suo aspetto insolito, l’agilità sullo schermo e la notorietà artistica gli hanno aperto porte che gli hanno permesso di interpretare alieni, re dei goblin, Nikola Tesla, un Soldato Maggiore inglese, Ponzio Pilato, Andy Warhol e, naturalmente, sé stesso.

La sua carriera nella musica porta in sé il germe del cinema; le immagini che suscitano le parole lasciano a bocca aperta tanto quanto qualcosa che vedremmo sullo schermo, la voce viene manipolata in modo tale da trasmettere un multi-verso di personalità. Nessun altro musicista, ad eccezione magari di Bob Dylan, è in grado di fare così tanto. In questa lista ripercorriamo le migliori dieci volte che una canzone di David Bowie è stata usata in un film. No, non le cover, proprio David Bowie.

Let’s Dance (Zoolander)

Questo forse è uno dei cameo meglio riusciti di David Bowie. Let’s Dance, del 1983, è forse il suo unico numero interamente disco; il basso dal suono maturo e il crescendo delle chitarre aggiungono il ritmo alle liriche leggere. In Zoolander, la canzone suona solo per qualche secondo mentre David Bowie entra in telecamera e dichiara che “potrebbe essere d’aiuto”.

Let’s Dance è una canzone estremamente commerciale, una specialità da club; e perciò l’unica canzone che poteva annunciare la sua entrata in maniera da sostenere il suo riconoscimento tra i zucconi dello zoo di Zoolander, mentre cerca anche di identificare il tipo di contesto che si svolgerà di lì a poco.

Young Americans (Dogville)

Dogville, di Lars Von Trier, è uno strano studio della quintessenza di questa cittadina americana situata, sfortunatamente, nelle Rocky Mountains e abitata da cittadini modesti e stanchi. Ma è anche la stella luminosa di uno scrittore idealista di nome Tom Edison (interpretato da Paul Bettany). Edison trascorre il suo tempo cercando di unire la popolazione cittadina, nel tentativo di dare via a discussioni sui valori della comunità, sullo spirito di squadra e sulla fratellanza; tutto sotto il termine ombrello “riarmo morale”.

Queste persone non possiedono grande spirito; sono annegate in quello che Thoreau avrebbe chiamato “disperazione silenziosa”. Edison cerca di essere all’altezza del nome della famiglia (suo padre prima di lui vantava il ruolo di leader della comunità) e, forse, questo bisogno di emulare e sorpassare tale aspettativa è ciò che lo guida.

Young Americans di David Bowie, tratta dall’album del 1975 dello stesso nome, si incentra sull’America di metà secolo; la liberta, la musica e la lussuria della nuova gioventù. Le parole mostrano una cultura ancora preoccupata dalle visioni degli anni Cinquanta: quella di una celluloide genuina di eroi e del Sogno Americano. Al terminare degli anni Settanta, però, le persone hanno iniziato a veder passare questa scintilla; la realtà non coincideva con quelle nozioni prepuberali.

La canzone suona durante i titoli di coda mentre passano le foto dei cittadini avvolti dalla povertà. Il film è stato criticato per essere anti-Americano, ma sia il film che la canzone sono trattati dal punto di vista di un estraneo che guarda. David Bowie ha urgenza che questo paese, i sogni che hanno alimentato la sua giovinezza, tornino alla loro gloria.

Fashion (Clueless)

Cherilyn Horowitz conduce una vita sfarzosa e sottoposta a regime. Vive nella mansione di suo padre a Beverly Hills e non vuole altro che il plauso sociale che crede le potrà arrivare solo dalla sua routine ferocemente regolata. Alicia Silverstone interpreta Cher con un carisma semplice e ciarliero e la serietà con cui tratta la sua immagine pubblica sembra essere del tutto fuori luogo – finché non incontriamo suo padre. Il patriarca dei Horowitz è un avvocato molto caro; feroce e prepotente di natura ma adorato inequivocabilmente da Cher. Il singolo del 1980 di Bowie entra all’inizio del film, durante il racconto di Cher;

Ho una vita abbastanza normale per una ragazza adolescente. Intendo, mi alzo, mi lavo i denti e scelgo i vestiti per andare a scuola…

La camera poi la riprende seduta di fronte a un ingombrante computer mentre usa un programma chiamato Cher’s Wardrobe per selezionare tutte le possibili combinazioni sartoriali del giorno. La canzone espone il mondo della moda come qualcosa di militarmente organizzato, soggetto alla forza di una squadra di scagnozzi. Il prodotto di David Bowie è quello di un’automa, ripete le strofe in cui si rivolge a sé come a un oggetto su cui appendere i vestiti, agli occhi degli estranei.

Fame (Rush)

Bowie ha registrato Fame con John Lennon nel 1975 e lo ha piazzato alla fine del suo album Young Americans. Diversamente da tante hit di Bowie, questa canzone non ha significati strani o alternativi; si tratta di una diatriba contro le trappole della fama. La fama, per come David Bowie la vedeva oppressa dalla cocaina di metà anni Settanta, non era qualcosa da rincorrere o ammirare; piuttosto era una amante capricciosa che ti avrebbe masticato e poi lasciato morire sul marciapiede. Ron Howard pare prendere la stessa visione quando realizza Rush.

La dicotomia tra i due protagonisti viene resa chiara fin dall’inizio: uno vede la vittoria come qualcosa da raggiungere per il proprio benessere, l’altro la vede come significato di buoni momenti. Niki Lauda è stato un punto saldo del circuito competitivo, realizzando ottimi risultati con una consistenza rimarchevole; James Hunt era una stella splendente prima di essere inghiottito dopo la vittoria della Coppa di Formula Uno nel 1976. Fame suona verso la fine del film, sul montaggio delle orge di Hunt, delle droghe e delle apparizioni in tv. Non c’è alcuna confusione sul messaggio del film: Hunt viene inghiottito dalla sua grandezza. Si trova su una strada che è meglio non prendere. David Bowie stesso, naturalmente, prese una via simile a Lauda.

Sweet Head (Moonlight Mile)

Ambientato nel 1973, Moonlight Mile racconta la storia di un giovane uomo (Jake Gyllenhal) che cerca di superare l’improvvisa morte della sua fidanzata. Una volta acceso di passioni e della promessa di un 20esimo secolo grandioso, il personaggio di Gyllenhaal, Joe, ora si ritrova a essere un fantasma, in bilico tra un futuro prevedibile e una disperazione incontrollata. Nel background di questa esistenza a guscio d’uovo riusciamo a sentire le musiche rauche e allegre di Elton John, T-Rex e Gary Glitter, insieme a numeri più controllati di Buckets of Rain di Dylan e Comin’ Back To Me dei Jefferson Airplane.

La canzone che più prorompe, però, sia per il suo riff di chitarra dalla quintessenza degli anni Settanta che per le liriche sfacciate è Sweet Head della sessione di Ziggy Stardust di David Bowie. La canzone non compare nell’album Stardust, caduta presumibilmente sotto il comando del nervosismo degli esecutivi. Infatti i versi sono ripieni di biascichi razziali e allusioni malcelate. Un linguaggio troppo di strada da poter essere rilasciato.

Sweet Head è una celebrazione impudica della sessualità; sordida, ansiosa e totalmente Glam, questa è la giovinezza degli anni Settanta in tutta la sua essenza – ed è dolorosamente in conflitto con il mondo che vede il nostro protagonista. La luce in fondo al tunnel di Joe arriva sotto forma di Bertie Knox, un giovane e bel cameriere che gli offre un’altra possibilità per addolcire la vita. Arriviamo a realizzare che l’uso del motivetto di Ziggy potrebbe non essere così crudele come abbiamo pensato.

Golden Years (A Night’s Tale)

Brian Helgeland ci ha dispiegato un punto di vista pungente e giubilante di una storia di Chaucer, accogliendo nel cast un entusiasmante Heath Ledger nel ruolo di un giovane sognatore che, progredendo da servo a cavaliere, ha conquistato persino i più duri dei cuori nobili. Il film è piuttosto scontato, ma lo è in maniera sfrontata perché Helgeland e il suo cast riescono a iniettargli pathos e una rara irriverenza. Abbiamo già sentito We Will Rock You dei Queen ai tempi in cui la sexy e sinuosa chitarra degli Anni D’Oro fece la sua apparizione. A metà del banchetto, il personaggio di Ledger, William, è costretto a mettere in scena un tipico ballo del suo paese d’origine.

Quello che inizia come un’improvvisazione imbarazzante e triste, si trasforma prontamente in una vivace e moderna commedia con l’aiuto dell’interesse amoroso di Ledger, interpretato da Shannyn Sossamon. Il pezzo di Bowie prende il posto di una vivace ballata trobadorica, e gli extras nei loro colorati vestiti medievali si danno alla pazza gioia. Questa canzone, tratta da Station to Station del 1976, porta a galla promesse di giovinezza e azione, mentre minaccia sommessamente il presagio della caduta (scontata) del nostro eroe. Il crescente sviluppo del personaggio di William e la sua lista di risultati legittimano il sogghigno d’apertura di David Bowie:

Don’t let me hear you say life’s taking you nowhere. (Non farti sentir dire che la vita non ti porta da nessuna parte).

The Hearts Filthy Lesson (Se7en)

Ambientato in una città buia e oscura dopo il Secolo Americano, Se7en di David Fincher costruisce un monumento poetico alla psicopatia clinica e il suo volere. The Hearts Filthy Lesson è stato il primo singolo dell’album Outside del 1995. Bowie ci mette in mano un guazzabuglio di liriche minimaliste sotto-forma di biascichi serpenteschi; non c’è nulla dietro la sua voce, nessun desiderio, nessuna emozione. La nostra attenzione è attirata dai suoni satanici della chitarra e dal ritmo malaticcio ed eccezionale della batteria.

Se7en ha una sorta di costruzione archetipica: due detective – una recluta e un veterano – vengono messi in coppia per una investigazione di routine che gradualmente evolve in qualcosa che nessuno dei due riesce a capire. Il Detective Somerset, interpretato da Morgan Freeman, vive una vita di oscurità e obbligo, da tipico poliziotto anziano attaccato al peccato umano e alla perversione. Il suo partner, Detective Mills, interpretato da Brad Pitt, è un giovane uomo con una giovane moglie, e non pare avere particolari attaccamenti.

L’estetica del film porta in sé un’inquietante somiglianza con quella del video di Hearts. La tavolozza è tetra, monotona; Bowie e i suoi minion mezzi nudi si impegnano in uno smembramento rituale di cadaveri di cera, l’uomo stesso schizza di qua e di là, ringhiando e gemendo nella sua stanza delle torture. Si tratta della stanza del cuore; tutto sangue e muscoli e desideri inspiegabili. È un vero e proprio massacro, immerso nel nichilismo, ma non senza metodo. Se Se7en è la cerimonia, Hearts è l’after party; suona durante i titoli di coda aggiungendo una magniloquenza maniacale a una procedura durata due ore.

Cat People (Bastardi senza gloria)

L’adolescente ebrea Shosanna fugge da una scena brutale ed eccessivamente lunga per accettare di appropriarsi di un incantevole cinema Parigino. Da quel momento è seguita da un elegante e intimidatorio Nazi, Daniel Brühl, che vuole che lei accolga nel suo edificio una “Notte tedesca”. Shosanna (Mélanie Laurent), con i ricordi del massacro della sua famiglia ancora freschi, lo vede come un’opportunità, ma non di crescita personale.

See these eyes so green…

canta una voce familiare mentre Laurent si applica il trucco da guerra e un velo nero preparandosi al massacro che sta per avvenire. Cat People, originariamente scritto per il film del 1982 dello stesso titolo, e ri-registrato un anno dopo per l’album di Bowie Let’s Dance, unisce insieme le idee delle emozioni umane e la natura terrena, entrambe necessarie ed eterne. La canzone fa da colonna vertebrale alla scena. Bowie fa promesse di vendetta e ira con fragorosa voce baritonale. Nessun tipo di orrore viene risparmiato, nulla viene dimenticato. La risata maniacale di Laurent, con la sua faccia proiettata sopra al fumo crescente grida lo stesso effetto.

Heroes (Noi siamo infinito)

Questo film di formazione si incentra sulla prospettiva di Charlie, un ragazzo nevrotico e sensibile che ha trascorso la sua giovinezza stando dietro le quinte. Proprio quando inizia il suo primo anno alla scuola superiore, si ritrova sotto l’incanto di un’attraente ragazza più grande di nome Sam (Emma Watson). Sam e il suo fratellastro Patrick (Ezra Miller) prendono Charlie sotto la loro ala e il circolo trendy, dove lo espongono alla musica dei Sonic Youth, XTC e New Order tra le altre. La musica fa da guida a questi teenager e gran parte del loro tempo lo spendono catalogando mentalmente varie tracce, alla ricerca di quest’unica “canzone perfetta” – che l’audience sa trattarsi di Heroes, ma della quale i personaggi non hanno idea.

È inconcepibile che un gruppo di adolescenti, ognuno dei quali sembra conoscere il catalogo dei The Smiths, non conosca la canzone più famosa del cantante più famoso della Bretagna. Tuttavia, questo è il testamento dell’incanto del film che non ci infastidisce poi così tanto. Il nostro protagonista attraversa tanti cuori infranti, paranoie e disprezzo verso sé stesso durante il film, mentre guarda l’oggetto del proprio affetto andare avanti con la propria vita. Tutti i giorni, Bowie guarda attraverso la finestra del proprio studio in Germania e vede due amanti incontrarsi in segreto vicino al Muro. Loro sono stati l’ispirazione per questo classico del 1978.

Nel film Heroes è la specialità di questo film di formazione ma è anche qualcosa di più: quello che i personaggi cercano ma che non sanno spiegare. Lo trovano, naturalmente, durante una notte, mentre guidano col tettuccio abbassato, tra le convulsioni provocate dall’estasi giovanile – ed è quello il momento in cui la vita non solo sembra fattibile, ma anche piena di pazzia e potenziale romantico…

And we kissed as nothing could fall.

Starman (The Martian)

Ridley Scott ritorna per farci vedere un Matt Damon abbandonato su Marte senza nulla a tenerlo in vita se non la propria ingegnosità. Mettendo insieme meticolosamente dei fantastici effetti speciali e un grandioso cast (tra cui Jessica Chastain, Kristen Wiig, Jeff Daniels e Sean Bean), il film fonde scienza e humor e il bizzarro carisma del protagonista.
Il personaggio di Damon, Mark Watney, segue una traiettoria simile a quella di Interpretazioni del 2001: Odissea nello spazio. Viaggia e vive in un posto inadatto a un essere umano, ammassando conoscenze di prima mano delle cose che la sua specie ha fino ad allora solo teorizzato, e tornando sulla Terra come un essere superiore, pronto ad aiutare il progresso umano.

Starman, dall’album di Ziggy Stardust, sembra essere stato tirato fuori direttamente dal film di Kubrick: un extra-terrestre orbita attorno al pianeta, apparentemente indeciso se gli umani siano abbastanza evoluti da gestire la saggezza che avrebbe apportato. La canzone viene suonata fino alla fine durante una sequenza centrale dove vediamo varie macchine trasportate dalla NASA in un disperato e ultimo tentativo di riportare Watney sulla Terra. Bowie, con i suoi vocali androgini e la chitarra acustica dal suono metallico e spaziale rendono euforico questo inno alla tenacità umana.

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