Il termine intelligenza artificiale fu coniato nel 1956, ma in un modo o nell’altro è stato oggetto di quasi tutti i grandi film di fantascienza ben prima la sua coniazione, da Metropolis a Frankenstein, dalle favole paranoiche degli anni ’50 con protagonisti robot intelligenti e invasioni aliene, fino all’apoteosi filosofica di 2001: Odissea nello spazio, in cui HAL, il computer di bordo, dà libero sfogo ad una rabbia e un ego tipicamente umani, ben prima dell’avvento di Matrix a rivoluzionare la storia delle tecniche cinematografiche.

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, le macchine che potevano pensare razionalmente stavano prendendo il sopravvento, culminando in Alien – dove un mostro tecnologicamente evoluto dotato di mascelle metalliche, la testa a forma di casco e l’inesorabilità fisica di una trebbiatrice indemoniata – Blade runner – dove abbiamo trovato un rapporto tra uomo e macchina più umanistico e filosofico – e Terminator. Questi capisaldi della cinematografia pop e cyberpunk ci hanno regalato una distopia dominata dalle macchine, dotate di un concetto, quello del prodotto artificiale inarrestabile, che ha fatto tremare una miriade di menti fantasiose in tutte le sale cinematografiche.

Arrivati a Matrix, però, il punto di riferimento della fantascienza tradizionale, lanciata più di vent’anni prima, ossia l’intelligenza artificiale, è stata tradotta e rivista in un modo unico, con ironia macabra, sintetizzandosi in quello che possiamo definire “il nemico presente nello specchio”. Matrix parla di un impiegato di una società di software, che viene letteralmente estirpato dalla sua esistenza da una specie di resistenza opposta a Matrix e al mondo delle macchine.

Che cos’è Matrix?

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La risposta a questa domanda, data da Trinity a Neo, è “intorno a te”, ma in senso più critico e analitico, possiamo definirla una versione fantasy del mondo di internet, un’elaborazione del cosmo collettivo di immagini pubblicitarie sparate a raffica al fine di sedurci e ipnotizzarci, per tenerci tutti in riga. Oppure, si potrebbe dire che è la mitica promessa della società consumistica della classe media – americana, si intende – le cui uniche chimere sono la sicurezza e la prosperità, garantite dall’illusione dell’intoccabilità… oppure, ancora, Matrix è solo la vita, così com’è, e di conseguenza potrebbe essere tutte queste cose allo stesso tempo.

Una verità inconfutabile, che prescinde da queste diverse interpretazioni, è che qualunque sia la forza che ha creato e promulgato questo sinistro miraggio dell’esistenza, quelli che alla fine gli permettono di vincere sono coloro che non vogliono vedere oltre. Di conseguenza, l’unico modo per fuggire da Matrix – o dalla vita reale – è smettere di crederci. Essa è una falsa realtà che esiste solo grazie al fatto che le persone non fuggono da loro stesse, come ha dovuto fare Neo per diventare l’Eletto. In Matrix, abbiamo visto come il nemico altro non sia che la nostra capacità di vivere all’interno di un mondo da sogno capitalista.

Questa verità è espressa in maniera provocatoria attraverso la contraddizione centrale del film: Matrix si basa su concetti intricati e profondi, ma si esprime attraverso i proiettili e la violenza. Durante una prima visione del film, questa dicotomia può passare in sordina, ma uno spettatore più famelico di informazioni non può fare a meno che domandarsi “sì, bello, spettacolare, ma a cosa serve tutto questo per spiegare il significato del film?”.

Matrix è una fusione esemplare di forma e sostanza

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Guardandolo diverse volte – specialmente nei capitoli successivi – la svolta dalla metafisica alla cinestetica, dal kung fu allo spirito, sembra arrivare, ma con una lentezza a tratti disorientante. Arrivati ad un certo numero di visioni, però, si accetta un dato di fatto: le due facce dell’opera sono un mix equilibrato di Blockbuster e filosofia, che sfociano in una fusione esemplare di forma e sostanza. Uno dei punti di forza della cinematografia degli ultimi quarant’anni è stata la spettacolarizzazione delle immagini a scopo intrattenitivo.

Questa brama di spettacolarizzazione si è intensificata nell’era digitale, perché la definizione raggiunta in questa epoca – di cui Matrix è stata promotrice, divenendo il film fantascientifico dei nostri tempi, colmando il buco che ci separava da 2001 – ha fatto sì che qualsiasi cosa noi vediamo sullo schermo sembri verosimile e prossima ad accadere. La gravità non ci governa, lo spazio e la materia fluiscono e si dissolvono, guidati dall’impresa umana in grado di manipolare le immagini sotto i dettami dell’immaginazione senza limiti.

Questo modus operandi ha fondato un regno digitale che la maggior parte di noi, cresciuti tra videogiochi, film e fumetti sempre più reali, non solo vivono, ma iniziano ad occupare fisicamente. Un’evoluzione dell’intrattenimento che, a modo suo, vuole comunicarci e premunirci Matrix stesso, durante l’ipnosi alla quale assistiamo quando, ancor oggi, vediamo le rivoluzionarie imprese tecniche compiute dalle sorelle Wachowski. Guardare Matrix significa capire qualcosa di essenziale nel mondo in cui viviamo, a cavallo tra realtà e illusione, sfiorando la disillusione per poi ripiombarci dentro.

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