Essendo Jordan Peele uno degli artefici del riavvio della leggendaria serie televisiva The Twilight Zone – nella quale figura come produttore esecutivo – il fatto che abbia elevato un episodio come Mirror Image a ispirazione per il suo secondo film dopo Get Out, non sembra poi così strano. In Noi, l’immagine speculare mostra una donna minacciata di morte dal suo doppione, sfruttando uno stratagemma narrativo collaudato da una lunga sequela di prodotti – ultima delle quali la terza stagione di Twin Peaks – quella del dopplegänger.

Che siano l’agente Dale Cooper e Killer Bob, il dottor Jekyll e il suo Mr Hyde, o l’alter ego sonnambulo di Cesare ne Il gabinetto del Dottor Caligari, queste versioni alternative e oscure dei personaggi altre non sono che delle metafore esplicative di una natura celata, quella dei protagonisti, dotati anch’essi di una psicologia oscura fatta di desideri nascosti e impulsi insospettabili. Unendo questo bagaglio di precedenti cinematografici ad una grande capacità narrativa, Peele ha fatto qualcosa degno dei migliori registi: tradotto la storia del cinema in un messaggio proprio, creando una propria mitologia, i Tethered.

Noi prosegue il tracciato allegorico di Get Out amplificandolo

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Il trailer di Noi sembrava suggerire un thriller ambientato in un luogo chiuso, sullo stile di Funny Games o The Strangers, ma a differenza di questi classici, Noi si espande, arrivando a coinvolgere un’intera comunità, tessendo una tela più ampia e audace della “semplice” allegoria della schiavitù che troviamo in Get Out. Peele ha allenato costantemente i suoi muscoli di narratore e Noi riflette appieno questo suo stato di forma, sebbene una delle conseguenze sia una particolare difficoltà nella definizione delle sue idee poetiche, in questo caso molto più aperte all’interpretazione.

Gli indizi e le allusioni che trovano una soluzione nel finale di Noi, iniziando ad essere stratificate sin dall’inizio del film. Vediamo la giovane Adelaide guardare uno spot televisivo a supporto dell’iniziativa Hands Across America risalente agli anni ’80, che coinvolse circa 7 milioni di persone affinché formassero una catena umana costa a costa per mettere in evidenza la povertà. Quest’immagine storica è stata sapientemente riproposta nelle sequenze finali di Noi, che si collega ad uno dei dialoghi più inquietanti del film, dove Adelaide chiede al suo alter-ego Red chi siano queste oscure presenze, sentendosi rispondere quasi letteralmente che sì, i Tethered sono gli Stati Uniti d’America – o almeno ne sono l’allegoria.

Noi, quindi, è una critica più sofisticata di quella di Get Out. Peele affronta le tematiche partendo anche in queso caso dalla presentazione di un nucleo familiare, senza troppe articolazioni narrative, arrivando a immaginare il film come una rappresentazione adrenalinica basata sulla teoria dell’alienazione di Karl Marx, con persone estranee alla loro umanità e dai brutali sistemi di repressione e dominazione. I Tethered, infatti, sono vestiti con tute da lavoro rosse comunista e fungono a qualcosa di più di semplici spauracchi.

Noi è costruito secondo la miglior tradizione dei thriller a regola d’arte

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Si tratta di personaggi a tutto tondo, talmente sfumati da rendere l’intero cast di Noi meritevoli di grandissime lodi per avere, di fatto, interpretato due ruoli allo stesso tempo, e affinché tutte queste articolazioni non risultino troppo seriose, il ritmo narrativo imposto da Peele è estremamente efficace e incalzante. Il suo background da commediografo sposa virtuosamente il suo amore per l’horror, unendosi omogeneamente scena dopo scena. Un inizio di sequenza teso può essere seguito – o concluso – con improvvisi cambi di tensione, passando dal thriller alla commedia, con dei cambi di ritmo degni del miglior Twin Peaks.

In particolare, la colonna sonora di Michael Abels si sposa senza sforzo ad un minimalismo arricchito dal dreadlore, fino a rivisitare in chiave orchestrale del memorabile inno hip-hop di Luniz, I got 5 on it. I temi affrontati in Noi sono così ricchi e auto alimentanti, però, da arrivare ad un picco di tensione, nel suo terzo quarto di durata, dove si ha la sensazione che qualcosa non sia del tutto coerente col resto del film. Ciò nonostante, Peele è stato concentrato nel mantenere le cifre di Noi fino alla fine, senza sconvolgere improvvisamente l’architettura del film, tenendo fede all’idea drammatica di partenza.

Il pubblico più giovane potrebbe voler indagare sulla rilevanza di alcuni titoli di VHS anni ’80 che si vedono nella scena d’apertura, così come il pubblico religioso potrebbe indagare sul ricorrente versetto biblico Geremia 11:11, ma quel che dovremmo fare prima di ogni cosa è goderci la giocata vincente fatta con Noi, ossia il mantenimento di una tradizione, quella del thriller, degna di Hitchcock e Spielberg, dove si esplorano livelli più profondi dei semplici brividi di paura superficiali.

Perciò, così parla l’Eterno: Ecco, io faccio venir su loro una calamità, alla quale non potranno sfuggire. Essi grideranno a me, ma io non li ascolterò.

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