The OA è la serie drammatica mistery prodotta per Netflix da Brit Marling e Zal Batmanglij che ha debuttato a dicembre del 2016 con la prima stagione e ora, dopo ben tre anni, si è deciso di darle un seguito. Tre anni di attesa che sono valsi la pena, oseremmo dire. Lo show infatti non ha sotteso le aspettative dei fan, presentando anche questa volta una trama ricca di colpi di scena, di mistero che si infittisce sempre di più ad ogni episodio, di personaggi dalle storie interessanti e delle connessioni tra le persone che caratterizzano questa serie.

Stavolta la storia si fa addirittura più intricata, ogni episodio richiede un occhi attento. Non è una di quelle serie che si possono vedere distrattamente mentre si cucina; bisogna cercare di cogliere anche il più piccolo dettaglio e collegare i fili. Per chi si è già appassionato alla prima stagione questa non è una novità e sa cosa lo aspetta. I vecchi fan saranno anche felici di rivedere i personaggi della precedente stagione, fra cui Brit Marling nel ruolo di Prairie Johnson/Oa, Jason Isaacs in quello di Hunter “Hap” Percy, Emory Cohen nel ruolo di Homer Roberts e poi Phyllis Smith, Patrick Gibson, Brendan Meyer, Brandon Perea, Ian Alexander, Will Brill, Sharon Van Etten, Paz Vega e Chloe Levine.

The OA: vite parallele e perpendicolari

The OA, CinemaTown.it

Nella prima stagione ci sono state presentate le vite di Prairie Johnson, chiamata anche PA (in originale OA) e quella dei ragazzi della scuola superiore locale e della loro insegnante, così come, anche se appena accennate, le vite delle persone che erano tenute prigioniere insieme a Prairie nel seminterrato del dottor Hunter “Hap” Percy. Questi personaggi ricompariranno anche nella seconda stagione ma ora si scaverà più a fondo, verranno alla luce alcuni segreti, alcuni dettagli di cui loro stessi non vanno orgogliosi; ma soprattutto vedremo questi ragazzi cercare di andare avanti senza la guida di Prairie e quindi arrangiarsi con quelle poche cose, quei pochi insegnamenti che lei ha dato loro.

La sparatoria nella scuola li ha colpiti molto di più di quello che immaginavamo e ognuno di loro reagisce in maniera differente, o comunque coerentemente al proprio carattere. La seconda stagione sarà anche la scusa per introdurre nuovi personaggi, in particolare quello di Karim Washington (Kingsley Ben-Adir), un investigatore privato che si mette sulle tracce di una minorenne scomparsa, Michelle, e si imbatte in una specie di “setta” di giovani ragazzi alle prese con un gioco online che li rende dipendenti e che, a quanto pare, è legato a una misteriosa casa disabitata costruita diversi anni prima da una coppia con strani poteri mistici.

Karim rappresenta un po’ quel classico personaggio che nelle serie tv, specialmente mistery, non può mai mancare: tormentato, in fuga dal proprio passato, solitario, che tiene a distanza tutti, apparentemente indifferente a ogni cosa e ogni sentimento ma in realtà molto più empatico e sensibile di quello che vuol fare credere.

Ma che cosa hanno a che fare tutte queste vite e queste persone gli uni con gli altri? Pare che tutte le strade che loro percorrano, anche se enormemente differenti, portano in un’unica direzione: Prairie. Ovviamente è inevitabile, scontato, lei è il PA dopotutto, la motrice di tutto quasi fosse un inconsapevole burattinaio. Eppure non sarà ben chiaro nemmeno nell’ultimo episodio che prepara il terreno per una terza stagione.

The OA: simboli

The OA, CinemaTown.it

The OA non lascia nulla al caso, non ci sono scene inutili per riempire i minuti di qualcosa. Ed essendo una serie che ha a che fare con qualcosa di fantastico ed onirico – persino un po’ spirituale – sono molto importanti le simbologie. I simboli in questa stagione abbondano: gli animali, le piante, gli alberi, i fiori, persino le case rimandano a qualcos’altro, sono delle metafore che comunicano qualcosa che la serie, con solo i suoi mezzi, non riuscirebbe a comunicare. Sta allo spettatore cercare di capire e non limitarsi solamente alla visione passiva, respingendo quello che non capisce a una banale scena senza senso.

In questa seconda stagione i simboli abbondano, qui lo show si fa molto più psicologico e quasi poetico. Marling e Batmanglij hanno fato un ottimo lavoro di ricerca in questo campo, riuscendo però a dare quel giusto equilibrio per non portare i simboli all’esasperazione e permettere comunque alla serie di essere comprensibile, con quella giusta dose di mistero e incredulità che aumenta l’attenzione e fa venire voglia di guardare un altro episodio.

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