The man who killed Hitler and then the Bigfoot è un film divertente. Non ha nulla a che vedere coi prodotti di fascia più alta, che puntano all’ambientazione in costume per far budget e consenso di pubblico, ma anzi, amalgama questa caratteristica storica ad una trama e un personaggio che dipingono un film in equilibrio tra il trash e il serie b, sebbene non manchi in nessuno dei suoi passaggi di sorprendere lo spettatore con tocchi di classe inaspettati per un film di questo tipo. Sam Elliott tratteggia la psicologia di un reduce di guerra che durante l’ultimo conflitto mondiale ha dovuto svolgere la missione più ardua e impensabile di tutte, l’assassinio di Adolf Hitler – nonostante la storia ufficiale rimanga quella che tutti noi conosciamo, come racconta nel passaggio meglio realizzato del film, dove il monologo di Elliott sull’insabbiamento dell’assassinio tiene tutti con gli occhi sbarrati.

Tornato in patria si dedica a una vita solitaria e lontana dai guai, deciso a non far del male nemmeno a una mosca, finché i governi canadesi e statunitensi non bussano alla sua porta per invitarlo ad estirpare un secondo morbo che minaccia l’umanità, un virus letale il cui portatore è il Bigfoot, al quale Calvin Barr – il protagonista – è geneticamente immune. The man who killed Hitler and then the Bigfoot prende così una piega meno romantica e più trash, dove Elliott sembra recitare nei panni di un Indiana Jones disfatto e molto meno strafottente, alle calcagna di un nemico che ha commesso il peggiore dei crimini senza nemmeno esserne consapevole: minacciato la sopravvivenza di ogni specie mammifera. Quel che ne esce fuori, è un film semplice, divertente e che non manca di tenerci incollati allo schermo, grazie sopratutto ad una recitazione degna di un mostro sacro qual è Elliott.

The man who killed Hitler and then the Bigfoot non ha grandi pretese

the man who killed hitler and then the bigfoot cinematown.it

Anzi, forse con una sola, perché è l’unica a venire soddisfatta appieno. Se volete guardare il film per godervi un Sam Elliott di prima qualità, allora The man who killed Hitler and then the Bigfoot è il film che stavate cercando; se d’altro canto volete un film che unisca una rappresentazione storica alla fantascienza, fareste meglio appunto a dedicarvi a Indiana Jones. Questo perché, presumibilmente, le intenzioni del regista e sceneggiatore Robert Krzykowski erano ben altre sin da subito. La sceneggiatura conserva sia momenti di alta tensione drammatica e adrenalinica, sia un’anima tendenzialmente goliardica, che nulla hanno a che fare con la rappresentazione di un dramma storico o un’indagine su uno dei fenomeni più curiosi della cultura metropolitana, il Bigfoot.

Diversamente, la sceneggiatura di The man who killed Hitler and then the Bigfoot cerca invece di condensare quanti più elementi psicologici e MacGuffin di quanti solitamente si riescano in un’ora e mezza scarsa di minutaggio, facendo dei salti temporali che denotano o una mancanza di sequenze nel montaggio finale, o una scelta drammatica che preferisce dare per scontati alcuni passaggi narrativi che spetta allo spettatore completare, cercando appunto di vivere l’esperienza del film senza porsi troppe domande, ma godendosi quel che ci vien mostrato come un prodotto che vuole intrattenere, esaltare Elliott e sopratutto omaggiare una cultura cinematografica, quella vintage e di serie b, che crea l’anima intrinseca sia del film che del suo protagonista.

Il film è un omaggio ad uno stereotipo di eroe e alla cultura pop

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La parte di The man who killed Hitler and then the Bigfoot che funziona meglio è indubbiamente l’inizio, compreso dalla prima inquadratura ai titoli di testa. In questo frangente, la sceneggiatura e la regia sparano quelli che a conti fatti saranno i loro colpi migliori, con una presentazione del personaggio nelle sue due versioni – quella del passato con Aidan Turner, che sembra davvero Elliott ringiovanito, e appunto quella nel presente del film – dove troviamo le caratteristiche migliori delle cifre di Krzykowski: montaggio veloce, primi piani, dettagli stretti, macchiette e recitazione a filo tra il pantomimico e il tarantiniano – per usare un aggettivo comprensibile, nonostante non sia propriamente adatto.

Sam Elliott è un eroe a cavallo tra un Indiana Jones disfatto e un cavaliere medievale ritirato a vita spirituale

Giudicando il film dalle prime battute, non sembra degno dei rallentamenti imposti dalla sceneggiatura nelle fasi successive, dove troveremo fin troppi elementi che vengono lasciati senza una spiegazione – come la scatola di Calvin – inseriti forse più per dare un tono citazionistico, che per dare alla regia una connotazione di spessore. A conti fatti, The man who killed Hitler and then the Bigfoot è un film adatto a chi vuol godersi un’ora e mezza di cinema nostalgico, dove ritrovare gli stereotipi e gli stilemi del cinema d’azione tipico dei primi anni ’80, con un rimando ai tratti classici dell’eroe in pensione e una vena trash più godibile che criticabile.

Il personaggio di Sam Elliott è un piccolo esempio di come le azioni che facciano la differenza siano spesso quelle di cui nessuno viene a conoscenza, dovendo salvare il mondo per ben due volte, restando però totalmente all’oscuro agli occhi della gente. Mettere sullo stesso piano la minaccia nazista e quella rappresentata da Bigfoot sono l’elemento di qualità della sceneggiatura, che può così costruire un eroe destinato ad estirpare i morbi che attanagliano la pace e la sopravvivenza. Un film davvero piacevole, da guardare senza pretese, lasciandosi trasportare dai momenti più accesi e senza chiedersi il perché di alcune cose lasciate in sospeso.

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