Il seguente articolo non è un azzardo, ma una consapevole analisi e messa a paragone di due mostri sacri del cinema, che contrariamente a quanto è noto, hanno dato del loro meglio al di fuori del set, piuttosto che nella mise en scène. Kevin SpaceyCharlie Chaplin sono stati i più grandi cineasti della loro epoca e generazione, il primo come meteora incandescente della recitazione degli anni ’90, e innovatore inarrestabile dell’industria televisiva, il secondo come fondatore di un’arte che ancora oggi è il riassunto coadiuvante di tutte le espressioni creative.

Fondatori di nuove tendenze, sperimentatori senza precedenti di nuove forme artistiche, benefattori, impegnati per i diritti sociali… e piuttosto lussuriosi, sia Kevin Spacey che Chaplin hanno segnato il passo di un’epoca, venendo amati e celebrati come divinità greche – quelle ricche di hubris, appunto – per essere poi ripudiate in men che non si dica, nonostante la loro impronta sia quella che più di tutte le altre ha inciso un solco profondo in un’industria, quella dell’intrattenimento, che vive di apparenze, ma che non sopravvive senza il genio.

La seguente analisi dei due casi, deve tenere però inevitabilmente conto delle diverse epoche storiche in cui i due artisti hanno operato, e dei diversi mezzi di comunicazione di massa che li hanno potuti discriminare, come la stampa e Twitter. Accettate il paragone, stupitevi delle analogie, rielaborate il vostro pensiero in merito, perché tra tutti gli azzardi e le assurdità, a trapelare è una e unica verità: quando voli troppo in alto da proiettare l’ombra delle tue ali su chi ti osserva volteggiare, finirai sempre per schivare dei dardi avvelenati.

Le origini di Kevin Spacey e Charlie Chaplin

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Chaplin nacque in un’Inghilterra vittoriana di fine ‘800, secondo genito di una madre, Hannah, anche lei facente parte del mondo dello spettacolo, seppur non ad alti livelli. Fratello di Sydney solo da parte di madre, Chaplin è cresciuto spostandosi da un istituto infantile all’altro, a causa della dilagante povertà nella quale versava la sua famiglia, tenuta in piedi da una madre costantemente ricoverata negli istituti psichiatrici, e lontano dal padre biologico, Charles sr., anche lui cantante e con alle spalle una modesta celebrità. La vocazione di Chaplin per la recitazione si fa viva immediatamente, ma il giovane dovette vedersela troppo spesso con una madre amorevole, ma malata di mente, e una povertà che non gli lasciava scampo. Fu solo compiendo una scelta drastica durante l’adolescenza, che l’attore in erba riuscì a fare il salto definitivo in America nella compagnia di Fred Karno, sebbene il costo da pagare fosse la lontananza dalla madre.

Povertà, malattie mentali e fiducia in sé stessi sono i fili conduttori delle loro origini

Kevin Spacey Fowler nacque alla fine degli anni ’50 del ‘900, quando Chaplin era oramai già confinato in Europa, ma il percorso di gioventù è fin troppo simile. Terzo di tre fratelli – che nel corso degli anni arrivarono ad odiarsi – e figlio di Kathleen, madre che per tutta l’infanzia e l’adolescenza del figlio ha fatto di tutto per preservargli l’indole artistica, soffocata dalla tirannia del padre Thomas, uno scrittore dalle grandi ambizioni, ma che non riuscì a combinare nulla di più della stesura di qualche manuale d’istruzioni per elettrodomestici. Come Chaplin, anche Spacey dovette far presto i conti con la follia in famiglia. Thomas era un cultore del nazismo, che obbligava i figli a leggere ogni sera il Mein Kampf e che li sottoponeva a sevizie fisiche spesso descritte dal fratello di Kevin, Randall, come veri e propri abusi sessuali. Miseria e migrazione erano le due costanti della gioventù di Spacey, che odiò profondamente il padre, mantenendo però vivo il suo amore per l’arte drammatica.

Sia nei casi di Kevin Spacey che di Chaplin, la via del teatro fu l’unica salvezza da un substrato culturale che li avrebbe altrimenti divorati, costringendoli ai lavori saltuari e degradanti ai quali erano già in parte abituati. Pieni di una profonda consapevolezza di sé e senza la minima paura del futuro, entrambi si allontanarono dalla famiglia senza il becco d’un quattrino, iniziando a praticare l’arte drammatica – Chaplin da autodidatta, Spacey alla Julliard di New York. Intolleranti dei vincoli autoritari e convinti che il loro talento gli avrebbe fatto fare la differenza, entrambi si focalizzarono sulla conquista del successo in virtù dell’esaudimento di loro stessi e della ricerca del denaro. Non sono sporadici gli aneddoti che li riguardano in questa fase giovanile, nei quali vengono descritti come concentrati e senza scrupoli, sebbene fossero spaventati a morte dall’idea di non farcela.

I primi successi e le scelte importanti

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Le prime fasi della carriera di Kevin Spacey e Charlie Chaplin non seguono esattamente gli stessi passi, ma considerando i diversi momenti in cui l’industria filmica è collocata, si potrebbe quasi percepire una sorta di copia carbone tra le due epoche del cinema. Sin da subito i due attori fanno una cosa che al 99% dei performers è preclusa per gran parte della loro carriera: decidono per sé stessi. Il tempo passato ad agognare il successo li ha plasmati come armi da combattimento senza compromessi, e in nessuno dei due casi i contratti che siglano e le parti che interpretano seguono un percorso già stabilito dai produttori o dai manager. Il tempo di Chaplin al servizio totale di Mack Sennett – quello che all’epoca era il gigante delle comiche – dura ben poco. Charlie si inventa il Vagabondo, lo innesta dove vuole, e il carattere di ferro dell’attore impongono a Sennett un compromesso snervante: o si fa come dice Chaplin, o Chaplin se ne va. Cosa che avvenne di contratto in contratto, aumentando le sue fama e ricchezza, finché non arriva il momento in cui decide che a pagare per i propri film non sarà solamente lui, divenendo il produttore di sé stesso.

Talento, amore del pubblico e fiuto per gli affari sono gli ingredienti del successo, e dell’odio dei nemici insidiosi

Kevin Spacey invece deve districarsi silenziosamente all’interno di un’industria che alla fine degli anni ’80 era già ben collaudata, e nella quale per sopravvivere deve scegliere con attenzione i ruoli da accettare. Lo fa con una scaltrezza sconcertante, riuscendo a dimostrare ruolo dopo ruolo che l’ingrediente segreto del successo di una pellicola non era la sua partecipazione, ma quanto di sé stesso riusciva a mettere nel personaggio. Ognuno di questi infatti ha a che fare col suo background o il suo carattere, esattamente com’è capitato nei ruoli di Chaplin, grazie ai quali anche lui è riuscito a raccontare la sua personalità attraverso il personaggio. In entrambi i percorsi, è proprio l’inserire una grande parte delle loro vere essenze a garantire il successo dei film, e a garantirgli una certa antipatia da parte dello star system, che inizia a guardare ad entrambi con una certa diffidenza, alimentata da un’invidia che riesce a far leva sopratutto sulle dicerie poco ortodosse che iniziano a circolare sulle abitudini private dei due attori.

Le dilaganti personalità di Kevin Spacey e Chaplin impregnano i loro film, facendo sì che il pubblico vada in visibilio per questi personaggi, che ricevono una risposta immediata di gradimento sia tra la gente che dalla critica – Chaplin è il primo cineasta della storia a vincere l’Oscar onorario nel 1928, Spacey vincerà il riconoscimento per I soliti sospetti e American beauty a neanche cinque anni di distanza. Le apparizioni pubbliche dei due attori sono memorabili. Spacey riesce a comandare a bacchetta le reazioni dei fan, con battute sottili e geniali, Chaplin è il divo più adorato del mondo e ad ogni apparizione quello che l’aspetta è un bagno di folla. Talento, fiuto per gli affari ed egocentrismo mediatico costruiscono un mix esplosivo che consacrerà i due, ma che attirerà inevitabilmente l’odio di nemici potenti, come l’FBI di Hoover nel caso dell’inglese, l’invidia dei colleghi e la caccia mediatica da parte degli LGBT per il secondo. I due inoltre daranno vita a dei progetti indipendenti quali la United Artists da parte di Chaplin – evento rivoluzionario che mette un gruppo di artisti a capo di una casa di produzione, in contrasto con quanto avveniva all’epoca – e la Trigger Street di Spacey.

La vita privata e l’impegno sociale

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Nel caso di entrambi, sia Kevin Spacey che Chaplin hanno sempre badato a tenere molto riservata la propria vita privata, sebbene avessero abitudini così poco ortodosse da non poter essere ignorate, specialmente dai perbenisti e dalle attività governative. L’eta dell’oro di Chaplin si dilungò dalla Prima Guerra Mondiale e la Seconda, periodo durante il quale non si tirò mai indietro nel dichiarare pubblicamente quali fossero le sue idee in merito di immigrazione e socialismo. Forse un po’ troppo avanti coi tempi, forse troppo forgiato dalla fame infantile, le sue idee a favore dei bisognosi e lungi dal sostenere il militarismo, gli appiccicarono un’indelebile marchio di “sospettato comunista”. Un sospetto alimentato dalla cittadinanza britannica dell’attore, che nonostante avesse fatto fortuna negli USA vi e pagasse le tasse, non fece mai richiesta di essere considerato un cittadino americano, a causa della sua visione cosmopolita della globalizzazione. Inoltre, pellicole che sbeffeggiavano le forze dell’ordine e dipingevano gli USA come un paese ostile ai diversi gli aizzarono contro J. Edgar Hoover, direttore dell’FBI che gli rimase alle calcagna finché non riuscì a farlo cacciare dal paese.

Ideologie “rosse” e abitudini sessuali promiscue crearono i presupposti perfetti per i detrattori

Chaplin disdegnava la vita pubblica, dedicandosi totalmente al proprio lavoro al punto da mandare a rotoli un matrimonio dopo l’altro. In realtà, quello che più di ogni altra cosa lo lega a Kevin Spacey, oltre ad uno stacanovismo di ferro, è quel che riguarda gli scandali sessuali che lo videro protagonista per tutto il corso della sua vita in America. Sin dai primi anni ’20, attorno a Chaplin iniziarono a crearsi voci insistenti, sostenute da matrimoni di copertura, secondo cui l’attore altro non fosse che un famelico e insaziabile mangiatore di giovani donne. Fin qui, almeno per noi italiani, nulla di eclatante, se non fosse che questi fatti avvenivano durante un periodo della storia americana intrisa da un puritanesimo spaventosamente più inquisitorio di oggi – anche se sembra sorprendente – e che queste donne erano delle minorenni appena al di sopra dei tredici anni.

Chaplin le conquistò tutte, le divorò e lo sposò per coprire delle gravidanze scandalose, e in parecchi casi questo appetito gli si ritorse contro, con mogli che fingevano di essere incinte al fine di portargli via tutto. A nessun americano che volesse definirsi un cittadino per bene, poteva andar giù questa fama, ma l’amore del pubblico per il Vagabondo superò sempre gli intenti dei detrattori, che non riuscirono ad appigliarsi a questi eventi finché il maccartismo non diede il colpo d’ascia finale alla carriera americana di Chaplin. In cima alla catena alimentare dei produttori hollywoodiani, amato dal pubblico, eccessivamente libidinoso e sospettato di comunismo, l’inglese si era preparato da solo il contorno perfetto da servire all’opinione pubblica, non appena sarebbe stata pronta a dargli il colpo finale, proprio come Kevin Spacey.

Kevin Spacey non fece mai nulla per limitare la sua ambizione, scavandosi la fossa da solo

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La vita privata di Kevin Spacey invece fu molto più chiacchierata dai rotocalchi scandalistici. Mai sposato, nessun figlio, qualche fidanzata – di cui una sola ufficiale – infiniti avvistamenti in compagnia di giovani donne e ragazzi, da soli o alle feste. Sebbene la sua vita sessuale fosse chiaramente ambivalente, nessuna dichiarazione di Spacey fece mai intendere di quale orientamento fosse, elemento sapientemente difeso e tralasciato in qualsiasi dichiarazione pubblica. Il mondo dello spettacolo, però, lo conosceva, e nonostante i paparazzi lo beccassero di continuo uscire di soppiatto dalle case di Helen Hunt, Sandra Bullock o Cate Blanchett, alla fine la domanda era sempre la stessa: “se vai con gli uomini, perché non ti dichiari omosessuale? Tanto lo sappiamo tutti”. Per capire come Kevin Spacey gestisse questo genere di domanda, basti sapere che quando gliela fece Elton John, il cantante si ritrovò un intero tavolo completo di drink addosso, sebbene a bolla scoppiata difese l’attore a spada tratta.

Questa condotta sessuale non piaceva alle minoranze, che come questi tempi hanno spiacevolmente dimostrato, non ti permettono di avere gusti non dichiarati o che non siano unilaterali. Gli stessi LGBT, infatti, inchiodarono Spacey ad una croce a testa in giù, quando scoppiato lo scandalo che lo riguardava a causa di Anthony Rapp, chiese pubblicamente scusa, dichiarando di aver scelto di vivere la sua vita da uomo gay. Anche in questo caso però, l’elevato numero di relazioni con persone più giovani non fecero altro che arricchire un repertorio di futuri accusatori che puntarono il dito contro il cineasta, reo di aver gestito con fin troppa sicurezza le sue abitudini, gestendo solamente la sua privacy, senza badare accuratamente all’eredità delle sue azioni, contando forse troppo sul valore della buona fede. In concomitanza con queste abitudini, Kevin Spacey non ha mai smesso di sostenere idee politiche a filo col Liberalismo, stringendo datate amicizie con Bill Clinton e buona parte del mondo politico democratico, incanalando in House of Cards dei contenuti che ben poco avevano a che fare con l’ingegno narrativo, e che non piacquero affatto all’amministrazione trumpista, tanta era la verosimiglianza con le dinamiche interne della politica americana.

L’esilio e la damnatio memoriae

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All’apice di entrambe le loro carriere, sia Charlie Chaplin che Kevin Spacey hanno usato le loro personalità e le loro ideologie per arricchire le produzioni filmiche della maturità, condite da elementi fin troppo verosimili con quanto stesse accadendo nel mondo reale. Una sfida che fino ad un certo punto ha dato enormi soddisfazioni al pubblico, ma che iniziava a regalare bocconi succulenti ai loro aguzzini. Chaplin inventò di fatto l’industria cinematografica come la conosciamo oggi, coprì la sua carriera di scandali sessuali, venne osannato dal pubblico ma si dipinse un bersaglio rosso sulla fronte, centrato in pieno dal maccartismo; Kevin Spacey fu l’inventore del binge watching – trovata epocale che stravolse l’intrattenimento contemporaneo, grazie alla sua stretta collaborazione con Netflix per House of Cards – aveva di fatto la piattaforma in mano e con essa riusciva a produrre molto più di quanto il pubblico potesse fagocitare, era pubblicamente esposto per le cause civili, consumava preoccupanti quantità di rapporti sessuali e stava per raggiungere – da opulento – l’apice della carriera e della catena produttiva hollywoodiana con l’ultima stagione della serie.

Erano entrambi dei personaggi pubblici la cui maturità e potere industriale stavano brevemente permettendo loro di fare qualsiasi cosa e dire senza timore cosa pensavano di svariate tematiche. Spacey stesso fu il promotore di innumerevoli iniziative a sostegno dei neofiti del cinema, a testimonianza di come il cielo fosse alla distanza di un dito. Tutto questo fino all’arrivo dei fenomeni di massa che hanno tritato il mondo dello spettacolo: il maccartismo e il #MeToo. Chaplin dovette combattere battaglie legali e mediatiche per difendere la sua posizione politicamente neutrale, ma la sua vita privata e gli ultimi progetti come Tempi moderni – in cui al centro vi era una spietata critica al taylorismo – e Il grande dittatore – nel quale Hoover scorse un messaggio anti americano – gli fecero terra bruciata intorno, capitolando definitivamente quando il pubblico vide Monsieur Verdoux, la storia di un banchiere di mezza età che uccideva ricche vedove per mantenere la giovane moglie disabile. Chaplin era già bollato come “rosso”, e il recente matrimonio con Oona O’Neill – sposata diciottenne, quando lui aveva già passato i cinquanta – concomitante al processo farsa nel quale dovette riconoscere una paternità biologica inesistente, gli diedero un biglietto di sola andata per l’Europa.

I progetti degli attori erano di fragili specchi delle loro personalità

Kevin Spacey invece stava utilizzando Netflix, House of Cards e il suo prossimo film Gore come teatro della sua personalità. Non avendo mai dichiarato apertamente il suo orientamento sessuale, lasciando parlare i rotocalchi e il gossip, con la serie diede ampio modo di far comprendere quale fosse la sua idea di appetito fisico, quali fossero le dinamiche del potere del quale era a conoscenza e quale ascendente avesse sul pubblico, che durante il corso delle stagioni iniziò ad inneggiare a Kevin Spacey come un idolo di massa, tanta era la simpatia che il suo umorismo nero e saccente riusciva ad infondere. Si era portato dietro il personaggio di Frank Underwood, divenendo una cosa sola agli occhi della gente, dando quasi l’impressione di aver scatenato uno strano gradimento politico da parte del pubblico americano. Nel mentre, però, non mancarono le voci, e la pentola dove bolliva il #MeToo stava per esplodere. La comunità LGBT iniziò a tenerlo d’occhio, forse sostenuta da elementi interni all’industria cinematografica che non digerivano Kevin Spacey, e resta comunque un fatto l’ambiguità dietro al suo esilio, se fosse un semplice capro espiatorio, o se avesse dei nemici in attesa del momento propizio.

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A far esplodere il calderone mediatico fu Anthony Rapp, che per primo lo accusò di presunte molestie sessuali avvenute trent’anni prima, alle quali Kevin Spacey rispose con delle scuse sentite, ma il suo impegno con Gore – biopic sull’omonimo scrittore nel quale si mostravano scene di rapporti intimi tra l’uomo maturo e ragazzi giovani – fece sì che i burattinai del #MeToo trovarono l’eresia alla quale appellarsi durante il processo inquisitorio su Twitter. Come geni della recitazione e imprenditori di talento, che si videro sfilare la terra da sotto ai piedi nel giro di un secondo, fino ad oggi solo Chaplin riuscì a reagire artisticamente. L’inglese produsse i suoi capolavori europei in risposta a quanto avvenuto in America, con Un re a New York, dove interpreta un monarca inferocito per il modo in cui venne cacciato dalla madrepatria, e nel quale fa una difesa ideologica del Comunismo; Kevin Spacey pubblicò Let me be Frank, un cortometraggio nel quale attraverso il personaggio di Frank Underwood è riuscito a comunicare le sue opinioni sull’accaduto, prima di iniziare la sua battaglia legale tutt’ora in corso, che lo costringe lontano dai set.

Fino ad oggi, sebbene sia Kevin Spacey che Charlie Chaplin abbiano condotto una vita quasi parallela in epoche differenti, la storia e gli americani hanno voluto rendere giustizia solo al secondo, con un richiamo in patria più di vent’anni dopo l’esilio, consegnandogli l’unico Oscar retroattivo della storia degli Academy e quello alla carriera, sancendo la fine di una guerra fredda tra il paese e il regista. Per Kevin Spacey, le possibilità di un ritorno al lavoro sembrano ancora difficili da prevedere, nonostante numerosi registi e colleghi si siano espressi in suo favore e siti come SupportKevinSpacey abbiano dato ai fan la possibilità di dimostrargli un’inaspettata solidarietà. In entrambi i casi, i due cineasti rappresentano i casi più eclatanti di caccia alle streghe a discapito dell’arte delle loro rispettive epoche, durante le quali ciò che si è ha determinato il nefasto destino di ciò che si fa. A noi che possiamo solo sentire la mancanza di Kevin Spacey, sperando che non ci vogliano decenni per riaverlo indietro, rimangono alcune delle sue parole più profetiche come sarcastica consolazione.

Talvolta, siamo tutti vittime della nostra stessa tracotanza

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