8 – Ogni maledetta domenica – Che cosa volete fare?

migliori monologhi dei film cinematown.it

Quello di Al Pacino non è solo uno migliori monologhi dei film di sempre, ma bensì la massima motivazionale più importante di sempre. Il personaggio dell’allenatore pronuncia le parole perfette per lanciare la sua squadra verso la sfida più grande di tutte, quella con loro stessi, affinché l’unione del gruppo e il potere dello sport riescano a migliorare la vita dei singoli. Chiunque abbia a che fare con la guida di un gruppo di lavoro o con una squadra sportiva, si rifà immediatamente al monologo in questione, essendo di fatto completo in ogni passaggio dei concetti chiave necessari a spronare un team vincolato dalla collaborazione.

Non so cosa dirvi davvero. Tre minuti alla nostra più difficile sfida professionale. Tutto si decide oggi. Ora noi o risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, fino alla disfatta. Siamo all’inferno adesso signori miei. Credetemi. E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta. Io però non posso farlo per voi. Sono troppo vecchio. Mi guardo intorno, vedo i vostri giovani volti e penso “certo che ho commesso tutti gli errori che un uomo di mezza età possa fare”. Si perché io ho sperperato tutti i miei soldi, che ci crediate o no. Ho cacciato via tutti quelli che mi volevano bene e da qualche anno mi dà anche fastidio la faccia che vedo nello specchio.

Sapete con il tempo, con l’età, tante cose ci vengono tolte, ma questo fa parte della vita. Però tu lo impari solo quando quelle cose le cominci a perdere e scopri che la vita è un gioco di centimetri, e così è il football. Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine di errore è ridottissimo. Capitelo. Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate, mezzo secondo troppo veloci o troppo lenti e mancate la presa. Ma i centimetri che ci servono, sono dappertutto, sono intorno a noi, ce ne sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo.

In questa squadra si combatte per un centimetro, in questa squadra massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro, ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro, perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza fra vivere e morire. E voglio dirvi una cosa: in ogni scontro è colui il quale è disposto a morire che guadagnerà un centimetro, e io so che se potrò avere una esistenza appagante sarà perché sono disposto ancora a battermi e a morire per quel centimetro. La nostra vita è tutta lì, in questo consiste. In quei 10 centimetri davanti alla faccia, ma io non posso obbligarvi a lottare.

Dovete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi, io scommetto che ci vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi, che ci vedrete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui. Questo è essere una squadra signori miei. Perciò o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente. È il football ragazzi, è tutto qui. Allora, che cosa volete fare?

7 –Trainspotting – Scegliete la vita

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Le parole di Renton all’inizio e alla fine del film sono in qualche modo collegate al malessere di Lester Burnham in American beauty, ma se nel film con Kevin Spacey suonavano come una condanna, in Trainspotting equivalgono alla disperata ricerca di un’alternativa stabile alla vita da tossicodipendente. Le abitudini consumistiche sminuite nel monologo sono proprio quelle dalle quali tutti cerchiamo di fuggire, richiamati da un istinto ribelle che a volte svanisce, a volte ci fa scegliere diversamente, altre volte fa fare dei gravi errori. Quello di Trainspotting è tra i migliori monologhi dei film degli anni ’90, perché ricalca una critica alla società occidentale che consuma la vita di tutti e che ha intasato le giovinezze di un’intera generazione – quella dei tossicodipendenti figli degli anni ’70 – che ha inequivocabilmente creato un buco sociale di proporzioni drammatiche nella storia delle democrazie post belliche.

Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare.

Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi; scegliete un futuro; scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?

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6 – American beauty – Un giorno capirete

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Il secondo Oscar di Kevin Spacey corrisponde con la proclamazione di uno dei migliori monologhi dei film usciti prima del 2000. American beauty è un manifesto ammonitivo – e forse anche motivazionale – per tutti coloro che arrivati ad un certo punto, decidono di cercare altrove qualcosa di interessante, perché risulta troppo difficile o impegnativo riesumarlo dalla routine dei rapporti umani deteriorati. Lester si butta a capofitto nella ricerca di questa luce verde fitzgeraldiana, lasciandoci letteralmente le penne, ma tornando a toccare degli apici dell’esistenza solo sfiorati in precedenza. La pace dei sensi raggiunta dal protagonista prima del violento epilogo è quasi da illuminazione, tanto da non riuscire ad essere arrabbiato nonostante le tristi sorti della sua esistenza.

Ho sempre saputo che ti passa davanti agli occhi tutta la vita nell’istante prima di morire. Prima di tutto, quell’istante non è affatto un istante: si allunga, per sempre, come un oceano di tempo. Per me, fu… lo starmene sdraiato al campeggio dei boy scout a guardare le stelle cadenti; le foglie gialle, degli aceri che fiancheggiavano la nostra strada; le mani di mia nonna, e come la sua pelle sembrava di carta. E la prima volta che da mio cugino Tony vidi la sua nuovissima Firebird. E Janie, e Janie… e Carolyn.

Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete.

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