Non di rado Hollywood prende spunto dalla letteratura, passata e presente, per i propri film o prodotti televisivi. Si può dire anzi che la maggior parte delle pellicole, americane e non, nasca, o sia semplicemente ispirata, a romanzi. A partire da Fight Club, tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, per arrivare a Shining e Blade Runner (Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick). In questo periodo sono poi state annunciate ben due serie televisive tratte da bestseller: Netflix produce The Witcher, mentre Apple Tv curerà un serial dedicato a Shantaram, successo di pubblico e critica di Gregory David Roberts nel 2003. Ci sono però alcuni casi nei quali, sfortunatamente, il passaggio dalla carta stampata alla pellicola finisce per rivelarsi fallimentare. Vediamo dunque, nel dettaglio, quali sono secondo noi i cinque adattamenti cinematografici che meritavano trasposizioni migliori.

L’Uomo di Neve di Jo Nesbo

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Il norvegese Jo Nesbo è senz’altro uno dei giovani scrittori thriller più importanti del momento. Autore di svariate piccole serie, tra cui Il Dottor Prottor e Il Pescatore, ha avuto molta fortuna con la sua prima trasposizione cinematografica nel 2011, Headhunters con Nikolaj Coster-Waldau, tratto dal suo romanzo Il Cacciatore di Teste. La sua intuizione migliore nasce però nel lontano 1997, quando fa per la prima volta la sua apparizione il detective Harry Hole, nel primissimo romanzo pubblicato da Nesbo, Il Pipistrello. Il personaggio è decisamente fuori dagli schemi: parliamo di un poliziotto alcolizzato, rude, scorbutico e (occasionalmente) drogato, ma dotato di un ottimo fiuto investigativo e di dedizione alla causa. Rispetto ai colleghi della sezione omicidi di Oslo risulta decisamente dominante per capacità e tenacia, sebbene abbia con loro un rapporto pessimo e i suoi problemi personali e  con l’alcol gli creino non pochi scompensi.

Risulta veramente impossibile per il lettore non provare empatia per questo personaggio, in quanto la sua psiche viene descritta da Nesbo con una tale dovizia di particolari da farci sentire letteralmente dentro la sua testa. L’alcolismo di Harry deriva da traumi infantili mai risolti, e da demoni e fantasmi che lo perseguiteranno per tutti gli undici romanzi della serie (è ora in arrivo il dodicesimo, Il Coltello). Il settimo capitolo della saga dedicata a Harry Hole, L’Uomo di Neve, è certamente il più famoso tra i casi del gendarme norvegese, principalmente per la particolarità del villain, un serial killer che colpisce ogni anno con l’arrivo delle prime nevi e che taglia la testa delle proprie vittime per poi riporla su un pupazzo di neve. Apparve dunque ovvio, per Hollywood, farne uno degli adattamenti cinematografici del 2017.

Inizialmente la pellicola doveva essere diretta nientemeno che da Martin Scorsese, e quando il ruolo di Harry fu affidato al talentuoso Michael Fassbender i fan andarono in totale estasi. Anche il resto del cast non fu da meno: Charlotte Gainsburg (Nymphomaniac), Rebecca Ferguson (Mission Impossible: Fallout), JK Simmons (Whiplash), Val Kilmer (Top Gun)… Purtroppo però, nonostante le ottime premesse, il film si è rivelato un vero flop. Questo a causa di svariati problemi di produzione, che hanno portato Scorsese ad abbandonare il progetto, per lasciare a Thomas Alfredson (La Talpa) le vesti di regista. Successivamente proprio quest’ultimo, in merito alle riprese del film, si espresse in questi termini:

Le riprese in Norvegia sono state troppo brevi, non avevamo con noi l’intera storia e quando abbiamo iniziato a tagliare ci siamo resi conto che mancavano dei pezzi. Come quando stai facendo un puzzle e ci sono dei pezzi mancanti, e quindi non avrai mai un quadro chiaro di quello che è rappresentato.

A questi problemi organizzativi, si aggiunse la malattia di Val Kilmer, colpito da un cancro alla gola che gli rendeva difficoltoso pronunciare le sue battute. Invece di sostituirlo, la produzione decise, semplicemente, di tagliargli la maggior parte delle battute, ma non delle scene. Il suo personaggio, dunque, è presente, ma praticamente “muto”, con risultati a dir poco disastrosi. Insomma, il prodotto finale è una pellicola inconcludente, a tratti scarsamente comprensibile e piena di cliché, un totale fallimento. A salvarsi fu solamente il povero Fassbender, che nonostante tutto portò a casa, come al solito, una performance di livello assoluto. La possibile saga cinematografica dedicata a Harry Hole, dunque, si fermò qui, rendendo L’Uomo di Neve il primo degli adattamenti cinematografici che meritavano trasposizioni migliori.

La Torre Nera di Stephen King

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Uno dei maggiori problemi, quando si creano gli adattamenti cinematografici, è comprimere una enorme mole di materiale in poche ore di girato. Mentre un romanzo non ha, di fatto, limiti di lunghezza particolarmente restrittivi, il cinema al contrario ne ha parecchi. I film rischiano dunque di essere estremamente parziali ed incompleti rispetto ai libri, non riuscendo a coglierne l’essenza. Sicuramente è il caso de La Torre Nera, un film che di per sé non è neanche particolarmente brutto, grazie principalmente alla recitazione a tratti magistrale dei due protagonisti, Idris Elba e Matthew McConaughey, ma che non rende assolutamente merito ad una delle saghe più imponenti del Re Stephen King.

La saga letteraria de La Torre Nera è infatti un ciclo di ben otto romanzi, che vedono protagonista un pistolero di nome Roland Deschain, impegnato in un pellegrinaggio verso una torre, dalla natura sia fisica che metaforica. Il genere è quello fantastico, in una commistione tra fantasy, fantascienza, horror e western. Il problema della pellicola risiede insomma nel tentativo di concentrare tutta la saga della Torre nera e dell’Uomo in Nero, interpretato dal luciferino McConaughey, in neanche due ore di pellicola, andando così a banalizzare la caratterizzazione dei personaggi e semplificando eccessivamente la storia nel suo complesso. Siamo dunque al secondo dei cinque adattamenti cinematografici da dimenticare.

Le Pietre Magiche di Shannara di Terry Brooks

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La saga di Shannara fu scritta da Terry Brooks tra il 1977 e il 2018. Composta da ben 34 opere suddivise in otto trilogie, una tetralogia, una dilogia e quattro libri singoli, è considerata in assoluto l’opera magna dello scrittore. La narrazione si svolge sulla Terra in un’ambientazione post-apocalittica, profondamente sconvolta dalle Grandi Guerre, una terribile serie di conflitti su scala mondiale durata alcuni decenni, che portò alla distruzione dell’attuale civiltà tecnologica, aprendo la strada al mondo di Shannara. Le Grandi Guerre furono un mix tra armi batteriologiche, chimiche e nucleari, che sconvolsero il Pianeta Terra, già irrimediabilmente inquinato dalla razza umana.

Sebbene questi conflitti apparissero come scontri politico-religiosi, in realtà essi furono orchestrati da Demoni, ovvero umani malvagi asserviti al Vuoto, il cui unico obiettivo è quello di perseguire la distruzione in un perenne scontro con le forze del Verbo. In seguito al conflitto gran parte degli esseri viventi della Terra si estinse, flora e fauna furono trasformate, e gli stessi continenti cambiarono la loro morfologia. L’umanità, inoltre, si divise in diverse razze: Umani, Nani, Gnomi e Troll. In questo periodo anche gli Elfi tornarono a mostrarsi, dopo decenni passati a nascondersi agli occhi degli umani. Già da questa breve e parziale spiegazione si può comprendere quanto vasto e complesso fosse l’universo creato da Brooks, sulla falsariga del Signore degli Anelli.

Sembrò dunque piuttosto logico farne uno degli adattamenti cinematografici dell’anno, stavolta come serie televisiva, in modo tale da poter approfondire al meglio tutte le tematiche proposte. Purtroppo però il risultato fu il disastroso The Shannara Chronicles del 2016, tratto dal secondo romanzo della mastodontica serie, Le Pietre Magiche di Shannara. La produzione targata MTV è stata infatti un totale ed assoluto insuccesso di critica e pubblico, tanto da portare MTV stessa a cedere i diritti a Spike TV, che ha poi cancellato il serial dopo due sole stagioni. La scrittura scarsamente ispirata e un livello di recitazione decisamente sotto la media rendono The Shannara Chronicles una delle più grandi occasioni perse della storia della televisione e Le Pietre Magiche di Shannara il terzo dei cinque adattamenti cinematografici peggiori nella nostra lista.

La Verità sul Caso Harry Quebert di Joel Dicker

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Il bestseller di Joel Dicker, La Verità sul Caso Harry Quebert, fu il caso letterario del 2012. Un giallo appassionante, che narra il ritrovamento del cadavere di una ragazzina di nome Nola Kellergan dopo 30 anni nel giardino dello scrittore Harry Quebert. Accanto al corpo viene ritrovata una copia di un romanzo di Quebert, con una dedica per la ragazza, dalla quale si scopre che, all’epoca della scomparsa, l’autore all’ora 35enne e la 15enne Nola avevano una relazione, dalla quale Quebert trovò ispirazione per Le Origini del Male, romanzo epistolare che lo rese famoso in tutto il mondo. A dipanare questa intricata matassa è chiamato l’allievo di Quebert, il giovane e rampante scrittore Marcus Goldman, che cercherà di fare luce sulla faccenda e scagionare il proprio maestro. 

Le 784 pagine del libro di Dicker si leggono alla velocità della luce, tra intrighi e segreti nascosti nel passato e che riaffiorano all’improvviso. Logico dunque creare una serie che abbracciasse tutti gli eventi narrati nel libro, e a dire la verità la trasposizione televisiva targata Sky da questo punto di vista centra l’obiettivo, riuscendo ad essere estremamente fedele al romanzo. La serie nel suo complesso però risulta essere piuttosto mediocre sotto molti altri punti di vista, primo tra tutti l’inconsistente protagonista Patrick Dempsey. Sono in molti infatti a sopravvalutare l’ex protagonista di Grey’s Anatomy che, se nel serial in questione aveva trovato la sua dimensione ideale, nei suoi lavori successivi ha mostrato tutti i suoi limiti.

Affidargli ruoli importanti o carismatici è dunque tendenzialmente un rischio da non correre, vista la sua recitazione spesso piatta e monocorde. Inoltre, parlando di età scenica, Dempsey non pare essere mai in linea con quella del suo personaggio: è evidente, senza voler offendere nessuno, che non dimostra 35 anni nei flashback, così come il trucco non lo invecchia come dovrebbe nel presente. Tolto questo, la regia appare appena sufficiente, ma estremamente televisiva. In un periodo in cui la televisione si nutre invece di regie cinematografiche ed altissimi livelli produttivi, riproporre adattamenti cinematografici di questo genere riporta la serialità statunitense indietro di almeno quindici anni.

Il Trono di Spade di George R.R. Martin

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Fermi tutti. Prima di accusarci di esagerare, lasciateci fare una precisazione. Sappiamo che gli adattamenti cinematografici effettivi dei romanzi di Martin arriva solo fino alla quinta stagione, momento dal quale la serie prende una propria direzione, visto che The Winds of Winter, il prossimo libro di Martin dedicato alla saga delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, non è ancora stato ultimato. Siamo anche a conoscenza dei moltissimi premi e record della serie di Benioff e Weiss. E fino alla sesta stagione la serie ha retto sugli altissimi livelli delle precedenti, che l’hanno resa tra le più viste ed apprezzate della storia della televisione. Non possiamo però esimerci dal notare come il finale, ed in particolare l’ottava stagione, abbiano di fatto rovinato uno degli show più belli e di qualità di sempre. Con tutto l’affetto del mondo verso Jon, Daenerys, Tyrion e tutti gli altri, il finale è una delle parti più importanti, un elemento fondamentale di un qualunque prodotto cinematografico o televisivo. E il finale de Il Trono di Spade è assolutamente indegno, e non rende giustizia alla serie, né ai libri.

Non parliamo tanto degli eventi in sé, opinabili ma pur sempre leciti (non si può disprezzare il finale della serie solo perché non rispetta le nostre aspettative, ci mancherebbe). Il punto è che a venir meno è stata la qualità complessiva, a partire dalla scrittura dei personaggi, con dialoghi e battute che definire “stanchi” e “ripetitivi” è dir poco (quante battute ha fatto Tyrion in merito alla castrazione di Lord Varys?), per arrivare alla messa in scena di alcune situazioni, prima fra tutte la incomprensibile Battaglia di Grande Inverno, che avrebbe dovuto essere il pezzo forte della stagione. Sebbene i momenti epici non manchino (il Re della Notte investito dal fuoco di drago è una scena spettacolare, ammettiamolo), è innegabile che la battaglia in sé non sia minimamente paragonabile alle precedenti nella serie, prima tra tutte la Battaglia dei Bastardi (diretta dallo stesso Michael Sapochnick, peraltro).

Alcuni addirittura azzardavano paragoni con l’inarrivabile assedio di Minas Tirith, esagerando fin dal principio. Ad ogni modo, il risultato è una battaglia in cui la fotografia risulta inconcepibilmente scura e gli eventi in sè sono incomprensibili. Le pezze messe dalla produzione nei giorni successivi alla messa in onda sono state poi di gran lunga peggio del buco. Giustificare il tutto dicendo che “la luminosità dei vostri televisori è sbagliata” o “su tablet il file viene compresso eccessivamente, quindi si vedrà male per forza” appare infatti quasi come una ulteriore presa in giro nei confronti degli spettatori. Insomma, per quanto Il Trono di Spade rimanga una serie indimenticabile, restiamo convinti della nostra idea: le stagioni finali rovinano irrimediabilmente la serie nel suo complesso, e così la trasposizione dei pazzeschi romanzi di Martin che, nonostante non siano neanche lontanamente i più sfortunati della nostra lista degli adattamenti cinematografici che meritavano trasposizioni migliori, avrebbe meritato maggior fortuna.

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