Prima ancora che entrare in scena con il proprio volto, il personaggio di Arthur Fleck prorompe in una diabolica risata, una nenia acuta frutto di una patologia che scatena nell’uomo improvvisi attacchi di risate come reazione a situazioni psicologicamente stressanti. Il futuro Joker lavora saltuariamente come clown e vive in una squallida abitazione di Gotham City insieme alla madre, di cui si prende cura. Quando si chiude nella sua stanzetta, l’uomo sogna di approdare in TV e di fare una comparsata nel celebre programma condotto dallo stand-up comedian Murray Franklin. Per Arthur, la TV è un modello fondamentale sulla base del quale modellare la propria identità e sognare le luci della ribalta.

Denigrato da tutti, questo moderno Travis Bickle è un alienato sociale che soffre di problemi nelle relazioni con gli altri e che, a causa di una serie di tagli allo stato sociale, non può più ricevere assistenza da parte delle associazioni che si occupano di tali problemi. Dopo un evento che mette sempre più a dura prova i suoi nervi, qualcosa scatta in Arthur, che abbandona il ruolo di emarginato e scatena il suo lato più violento, ergendosi a simbolo cristologico per l’intera società, in lotta contro un sistema sempre più oppressivo.

Joker – Quando il blockbuster approda alla Mostra del Cinema

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L’anteprima mondiale di Joker alla 76esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia ha reso chiare le volontà di Warner Bros di lanciare Joaquin Phoenix verso la sua prima vittoria agli Academy Awards. L’innesto del film nella selezione ufficiale, tra l’altro, sottolinea ulteriormente la scommessa portata a compimento da Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra, e la voglia della casa di produzione di dimostrare che qualcosa, in seno ai cinecomics sta decisamente cambiando. Ambientato in una città brutta, sporca e cattiva, il film segue la vicenda di Arthur Fleck e pesca a piene mani dall’immaginario del cinema americano di fine anni ’60 e degli anni ’70.

Joker – Il valore universale del disagio privato

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Il regista del film, Todd Phillips, è l’autore della trilogia di Una notte da leoni. In tal senso, la risata iniziale che apre il film non può che essere letta come una sorta di lascito ereditario dell’aspetto più triviale e libero di un certo tipo di cinema americano. Il popolo non ne può più di un sistema guidato da miliardari come Thomas Wayne (padre del piccolo Bruce) e decide lentamente di abbracciare il lato nichilista della rivoluzione pur di ribaltare la propria situazione. Senza esserne consapevole, Arthur darà vita ad un simbolo che sfocerà la propria carica antiumanistica ed antilogica nel contesto collettivo.

Trasformare un disagio (e un antieroe) privato in un simbolo universale è il filo rosso che caratterizza lo sviluppo narrativo di questo film che utilizza un personaggio dei fumetti ma che non ha bisogno di rimarcare la struttura dei tradizionali cinecomics. Pur essendo caratterizzato da un’organizzazione classica del racconto, Joker esalta la sporcizia ed il degrado degli ambienti rappresentati e conduce il celebre personaggio DC ad una prosaicità che ne elimina ogni vis soprannaturale.

In tal senso, il centro focale del racconto è il corpo scenico di Joaquin Phoenix, che la macchina da presa di Phillips segue attraverso movimenti circolari ed attaccandosi addosso a lui. L’attore americano evita di indossare una maschera, nascondendo sé stesso dietro il volto, il corpo deturpato e la mente particolarmente sensibile di un essere umano che lascia a briglie sciolte la sua immaginazione. Tutto il tessuto visivo del film è costruito su un’alternanza di reale e di immaginifico e stimola nello spettatore una serie di domande che difficilmente troveranno risposta.

Joker – Quanto può dirsi riuscito?

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Ma passiamo, adesso, all’aspetto principale di questo Joker. In un panorama mediale dominato da narrazioni seriali tratte o ispirate dai fumetti, quanto è lecito definire questo film come un prodotto autenticamente diverso e realmente peculiare? E, in tal caso, l’operazione può definirsi pienamente riuscita? Negli USA, il film è stato vietato ai minori di 18 anni a causa della forte violenza, elemento che, di suo, non caratterizza i tradizionali cinecomics. A non convincere, tuttavia, è l’asetticità e la paradossale pulizia che segna questo film.

Ogni aspetto, infatti, appare rarefatto ed incapace di creare inquietudine ed ansia sociale. L’isolamento di Arthur, lo scoppio delle rivolte cittadine, gli ambienti luridi e squallidi, il progressivo isolamento di cui rimane vittima l’uomo non riempiono mai lo schermo ma si presentano sempre come timidi fantasmi che non riescono a trasformarsi in corpi realmente desideranti e tangibili. La stessa tendenza di Joaquin Phoenix all’over-acting priva di ogni potenziale la sua interpretazione, intrappolato com’è in una serie di ghigni e di balletti estetizzanti più apparecchiati che autentici.

Infine, a destare qualche sospetto è l’iniziale allontanamento dal materiale di partenza ed il ripescaggio di una scena entrata nell’immaginario collettivo e più e più volte rappresentata al cinema. Perché il regista e gli sceneggiatori hanno sentito di legarsi nuovamente alla tradizione anziché evitare di perseguire una strada totalmente originale? Ad aver condannato Joker, stavolta, sembra proprio che sia stata la sua posticcia singolarità che non è stata abbracciata con sufficiente convinzione.

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