Da quando Breaking Bad è volto al termine nel 2013, i fan della serie si sono ritrovati a fare i conti con parecchie speculazioni riguardo il destino dei singoli personaggi, progetti mai realmente annunciati e un Better Call Saul che sebbene mantenga altissima la qualità dell’universo narrativo, con l’ultima stagione andata in onda ha fatto storcere il naso a non pochi amanti della saga. Nel mezzo di quest’incertezza tra i fan, Vince Gilligan ha sganciato una bomba nucleare dal potenziale distruttivo, annunciando la messa in produzione di El Camino, il film sequel di Felina che solo poche settimane fa abbiamo scoperto di cosa trattasse. I dettagli sulla produzione del film erano pochi, ma una cosa è stata chiara sin da subito: al centro della narrazione ci sarebbe stato Jesse Pinkman. Riprendendo il racconto da Felina, El Camino pone al centro dell’attenzione gli eventi immediatamente successivi alla morte – confermata – di Walt, con flash back che giustificano alcune scelte di Jesse e ampliano la linea temporale della serie.

El Camino è una conclusione naturale e non un revival

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La caratteristica principale di El Camino è proprio la natura dei suoi intenti narrativi, ovvero – parlando da fan – ciò con cui bisogna fare immediatamente i conti: punta a concludere – e conclude – il percorso di Jesse, senza raggiungere dei climax di sceneggiatura eclatanti – o meglio, li raggiunge, perché ritroviamo tutta una serie di personaggi e circostanze familiari di cui eravamo davvero in astinenza, aggiungendo perfino qualcosa di inedito, ma il cardiopalma tipico di Breaking Bad è qualcosa di lontano, proprio perché dopo Felina, quel che resta da fare è raccogliere i cocci e cercare di scappare il più lontano possibile.

Ci si ritrova di fronte ad un prodotto inserito nel contesto di Breaking Bad, ma al di fuori delle leggi narrative della serie, poiché come El Camino riesce immediatamente a far intendere, tutto quello che conoscevamo e amavamo è finito, e non ci resta che assistere Jesse durante la sua fuga verso qualcosa di migliore. Dedicando quindi la sceneggiatura a Jesse, chiunque abbia riposto in El Camino le sue speranze per vedere personaggi che non lo riguardano direttamente deve restare a bocca asciutta, ma è un compromesso più che accettabile: il film non compie il destino di tutti ma solo quello del ragazzo; il percorso della famiglia White lo si può considerare già di per sé completato con l’eredità lasciatagli da Walt; siamo comunque in attesa della quinta stagione di Better Call Saul.

Quel che mancava, ovviamente, era una parentesi interamente dedicata al co-protagonista della serie, ed El Camino serve proprio a questo, riempiendo quella parte di nozioni che non potevano essere colmate solo dalla nostra immaginazione, una volta visto Jesse fuggire dalla prigionia. La dinamica funziona, è credibile ed è ben congegnata, con pochi eventi salienti ma coerenti col percorso fisiologico che le cose avrebbero preso subito dopo il crollo dell’impero di Heisenberg. La domanda che sorge spontanea per coloro che lo definiscono un film non necessario, appurato lo scopo di El Camino, è cosa si aspettavano da un film che a conti fatti non è per nulla deludente.

«Non capita a tutti di poter ricominciare da zero»

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Il concetto cardine su cui si sono basati i buoni sentimenti in Breaking Bad è proprio questo, il ricominciare, lontano e in anonimato, perché come diceva Walt, “se c’è un Inferno noi siamo già condannati”, ed è proprio a questo che volge il percorso di Jesse, un disperato bisogno di ricominciare. Jesse è buono, forse non sa di esserlo, ma è l’unico personaggio della saga a mantenere sempre e comunque degli scrupoli, laddove nemmeno Jimmy riesce ad averli. El Camino doveva riservargli un destino migliore, degno della sua natura di uomo vittima degli eventi che alla fine di tutto, quando oramai è vicino alla fuga, dopo tutto quello che gli è successo, ha persino il coraggio di ammettere che tutti i suoi errori sono stati esclusivamente colpa sua.

El Camino è un transito perfetto dalla drammaticità della serie alla rinnovata condizione psicologica di Jesse

Un nuovo inizio che parta non solo da documenti falsi e destinazioni remote, ma da una redenzione completa che nessun altro personaggio di Breaking Bad è riuscito a compiere, proprio perché come dimostra il film, ad essere interamente ammirevole è solo Jesse. El Camino crea flashback inediti con personaggi già visti – alcuni dei quali speravamo davvero di ritrovare, anche se per poco – durante dialoghi e situazioni che a posteriori hanno fatto da mentoring a Jesse. Consigli sul futuro, considerazioni filosofiche sulla vita, rivalutazioni del proprio potenziale intellettuale fanno da cornice positiva e malinconia alla narrazione principale, contro bilanciate da altri flashback che mostrano le condizioni disumane in cui Jesse imperversava durante l’anno di prigionia, prima di essere liberato dal suo miglior nemico.

Il valore di El Camino non è quindi calcolabile se lo scopo è di inserirlo a tutti i costi nella reputazione pregressa della fanbase di Breaking Bad, anzi, va preso per quello che è, ovvero un prodotto dagli elementi semplici e dalle circostanze non intricate. È un transito perfetto dalla drammaticità della serie alla rinnovata condizione psicologica di Jesse, e a testimoniarlo sono proprio il mantenimento delle caratteristiche salienti della serie quali la violenza, il linguaggio e i sentimenti di rimorso e riscatto, adagiate su un ritmo narrativo e un’introspezione psicologica più sofisticata e in sordina tipici di Better Call Saul, delineando così una chiusura circolare e coerente degli eventi, rassicurando lo spettatore e allo stesso tempo aprendo alla nostra immaginazione, stavolta incoraggiata dalla consapevolezza che per Jesse è finalmente andata bene.

Breaking Bad, la vita stessa e qualcosa di più

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Quel che resta una volta terminata la visione di El Camino è strano, ma può capitare solo a chi ha messo Breaking Bad al primo posto delle serie del cuore. Lì per lì non ci si rende troppo conto di quanto appena visto, anzi, a primo acchito si potrebbe quasi pensare di non aver visto abbastanza, che non ci siamo accontentati, ma è solo l’istinto della fame, non un pensiero razionale. Una volta visto finire, con El Camino succede esattamente quello che ci successe con Felina, sebbene in maniera meno tragica e stavolta con sentimenti di positiva e rinnovata malinconia. L’ultima inquadratura dedicata a Jesse lo vede di nuovo alla guida di un’auto ed è nuovamente in fuga, ma non da una prigionia. È ripulito, sereno, sorride ancora ma stavolta è consapevole di cosa si lascia alle spalle e di cosa vuole dalla sua vita, che guarda avanti. Ci sembra di riavere a che fare con l’ultimo saluto tra noi e qualcuno che abbiamo conosciuto a fondo e di cui siamo divenuti amici, come successo col finale di Breaking Bad – quando ci siamo posti la fatidica domanda “e ora? dopo tutto questo tempo passato assieme a loro, che mi succederà ora?”.

Una conclusione giusta che restituisce il sapore del riscatto, quello agognato e precluso ai protagonisti

Ci si accorge di questa sensazione solo dopo aver finito di guardare El Camino, giusto il tempo fisiologico di metabolizzare quanto avvenuto, che a prima vista può non sembrare qualcosa di eclatante. Succede che si percepisce la perfetta coerenza del racconto, nonostante non sia un apice eclatante, e quel che resta dentro è una percepibile impronta, come quella che riaffiora quando si rispolverano i vecchi tempi. A farla riemergere sono alcune semplici cose, di cui non ci si rende conto per tutto il film, e che come al solito fanno meritare a Gilligan & Co. uno scroscio di applausi. Infatti, lungo El Camino si ritrovano tutte le migliori caratteristiche di questo universo narrativo, come i movimenti di camera sperimentali, gli intervalli musicali da capogiro, i momenti di apparente non sense che riescono tuttavia a far riflettere, personaggi senza scrupoli e sopratutto, stagliato come un’aquila guerriera, il talento di Aaron Paul, che ha di fatto creato il collante tra la mite scrittura e regia di Gilligan e l’appeal della serie madre. Elementi questi che si sommano creando il pathos nascosto che percepiremo solo dopo aver visto il film.

Giudicato invece come prodotto filmico a sé stante, El Camino non è un capolavoro – ed è forse questo a fuorviare la percezione della fanbase, divisa tra l’accettazione e la delusione – ma è una mancanza trascurabile, essendo di fatto un lunghissimo episodio finale che rispetta più le leggi della scrittura per la televisione, piuttosto che quella per il cinema. La sceneggiatura scorre molto lenta, essendo carica di dettagli che compongono un’intelaiatura di pochi eventi salienti, mostrati da una regia forse non all’altezza del tenore che in molti si aspettavano, ma perfettamente coerente con l’intento principale della narrazione, ovvero ampliare la timeline dei fatti avvenuti durante Breaking Bad, delineare definitivamente la psicologia di Jesse e dare una fine alla sua storia, dipinta con contrasti accentuati e tinte verdi più simili alla fotografia di Roger Deakins che alla naturalezza delle tinte assolate a cui eravamo abituati. Una conclusione giusta, equilibrata, che restituisce al protagonista la dignità che merita e a noi il sapore del riscatto, quello agognato e precluso a Jesse, Walter e Jimmy. Ora… è tutto nelle mani di Better Call Saul 5.

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