Dopo il successo di Dogman, acclamato dalla critica internazionale al Festival di Cannes, il regista italiano Matteo Garrone, tra i più rappresentativi e richiesti del momento, raccoglie una nuova sfida: la trasposizione sul grande schermo della celeberrima fiaba di Collodi, Pinocchio. Lo fa con un cast d’eccezione, fatto di volti noti della recitazione italiana e giovani leve, che lavorano insieme in questo importante progetto.

Pinocchio: sinossi

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Geppetto (Roberto Benigni), un povero falegname italiano, costruisce per sé un burattino di legno che si rivela in grado di parlare e muoversi da solo. Inizialmente pensato come un modo per campare, Geppetto decide di trattare il burattino come un figlio e lo battezza Pinocchio (Federico Ielapi). Pinocchio però è disobbediente ed uno spirito libero: tuttavia, egli scopre da una fata (Marine Vacth) che promette se si comporterà bene, di trasformarlo in un bambino in carne e ossa capace di provare a fondo ogni emozione.

Ad ostacolarlo nel suo percorso di crescita, abbiamo una lunga e nota serie di personaggi, dal Gatto e la Volpe (Papaleo e Ceccherini), a Lucignolo (Alessio Di Domenicantonio) e Mangiafuoco (Gigi Proietti). Riuscirà dunque Pinocchio a restare sulla retta via ed ottenere così di diventare un ragazzo vero?

Pinocchio: un progetto estremamente ambizioso

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La doverosa premessa da fare, innanzitutto, è che questa pellicola di Garrone rappresenta senz’altro uno dei più fulgidi esempi della rinnovata importanza del cinema italiano, che non si limita più a sfornare solo cinepanettoni, ma si prende la briga di provare a realizzare progetti ambiziosi e rischiosi. La trasposizione dell’ormai affermatissimo Garrone è infatti cruda, diretta, e non ha paura di non piacere a tutti.

Sperimenta e racconta in modo diverso dal solito, almeno sotto alcuni aspetti, una fiaba che è ormai nell’immaginario collettivo. Lo fa andando quasi a sforare nell’horror, con effetti speciali di buon livello. Una menzione particolare, a questo proposito, va senz’altro alla scena della trasformazione di Pinocchio nel Paese dei Balocchi, che ricorda quella di Un lupo mannaro americano a Londra.

Pinocchio: tragico con una spruzzata di comico che non sfigura

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Avrete capito ormai che l’opera di Garrone si prende molto sul serio, ma ciò non significa affatto che il registro comico sia totalmente abbandonato. La comicità della pellicola è però sottile, e non va ad inficiare il tono generale di Pinocchio. Anzi, riesce ad alleggerire alcune parti che, forse, sarebbero risultate fin troppo seriose.

In tutto ciò, un grande aiuto arriva da un mostro sacro come Benigni, capace di passare dal registro comico a quello tragico in un batter d’occhio, senza mai risultare sopra le righe, ed anzi mischiandoli se necessario, rivivendo così, almeno in parte, gli antichi e gloriosi fasti de La Vita è bella. Ciò rende il film un miscuglio tra fantasy e realismo molto raffinato e riuscito, che angoscia, diverte e sorprende.

Pinocchio: non solo la via di redenzione di un burattino

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Garrone aggiunge però qualcosa rispetto alla fiaba di Collodi. Oltre a descrivere, ovviamente, la parabola di Pinocchio, narrando dunque la difficoltà di crescere in un mondo pieno di insidie e tentazioni, mostra anche le problematiche legate alla povertà estrema, di cui il povero Geppetto/Benigni soffre. Queste, a volte sono sostenute dalla solidarietà della gente, come nel caso dell’oste buono che offre un pasto al padre di Pinocchio, che spesso però può anche irretire gli individui più ingenui e sprovveduti.

Pinocchio: un cast d’eccezione

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L’argomento cast è decisamente da trattare separatamente, in quanto vengono coinvolti alcuni dei mostri sacri del passato della commedia all’italiana, dal già citato Benigni al sottoutilizzato Proietti (Febbre da cavallo), e alcune delle nuove leve della recitazione, dal già conosciuto e ancora in auge Rocco Papaleo alla giovane Marine Vacth nei panni della fata turchina. Ognuno degli ingranaggi funziona alla perfezione, e le prove attoriali sono decisamente di livello.

Pinocchio: un pò sbrigativo

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Una caratteristica senz’altro positiva del Pinocchio di Garrone è il ritmo narrativo spedito, che non si perde in eccessivi fronzoli o finezze. In alcuni punti del film, specialmente inizialmente, questo si traduce però in un’eccesso di fretta, che porta a trascurare alcune parti fondamentali. L’esempio più lampante in questo senso è il Mangiafuoco di Proietti, al quale viene dato pochissimo spazio e un minutaggio risicatissimo, mostrando però una redenzione e un ravvedimento molto netto, e dunque un percorso psicologico molto lungo che avrebbe necessitato maggior approfondimento. Il personaggio regge ugualmente sulle forti spalle di un attore navigato come Proietti, ma avrebbe meritato certamente di più.

Pinocchio: la domanda fondamentale

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Detto della grandezza del progetto e la grandiosità della messa in scena, sorge ora una domanda complicata e scomoda: questo tipo di film, avrà un suo pubblico? L’operazione in sè ricorda quella tentata dal bravo Andy Serkis su Netflix, con il suo Mowgli – Il Figlio della Giungla. Il film fu accolto dalla critica con un dubbio fondamentale: che pubblico potrà mai avere la trasposizione di una fiaba per bambini che non è adatta ad un pubblico di bambini?

A questo risponderanno i risultati del box office e le reazioni dei critici, sperando che riesca a dare risposte migliori rispetto alla versione del 2002, diretta proprio da Benigni. All’epoca il film venne infatti stroncato dalla critica internazionale, nonostante un discreto successo di pubblico.

In definitiva, Pinocchio di Matteo Garrone può definirsi come una sorta di Alice in Wonderland all’italiana, con accezione tutt’altro che negativa, riuscendo a mischiare il fantastico e il realista con buona mano. Resta solo da chiedersi una cosa: la gente andrà al cinema a vederlo? Noi speriamo di sì!

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