L’uomo invisibile: in che modo il mostro classico è stato attualizzato

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L’uomo invisibile è l’ultimo film prodotto da Blumhouse, che è stata in grado di rendere attuale una figura archetipica dell’immaginario popolare.


Si tratta di una semplice sensazione. Lo sanno tantissime donne. E lo sa bene anche Cecilia, protagonista de L’uomo invisibile che lascia la camera da letto ed entra nel foyer di casa. Sebbene ricordasse d’averla chiusa, la porta d’ingresso è aperta ma la serratura non è stata forzata. Ovviamente, Cecilia si interroga sulla propria sanità mentale. Lo spettro di un esaurimento nervoso ha preso possesso del suo corpo. La donna esce nel cortile di casa – nel cuore della notte – alla ricerca di qualcuno che possa aggirarsi all’interno della sua proprietà. Eppure, nel freddo notturno, si vede soltanto lei. Un secondo caldo respiro però si palesa dietro di lei. Si tratta di una semplice sensazione e Cecilia aveva decisamente ragione ad essere spaventata.

La sequenza descritta è una delle numerose scene de L’uomo invisibile che hanno spinto la critica americana ad accogliere molto bene l’ultimo film prodotto da Blumhouse Productions. Scritto e diretto da Leigh Whannell -alla sua settima collaborazione con Jason Blum-, il lungometraggio riporta al cinema uno dei Mostri Universal che hanno contribuito all’affermazione della casa di produzione durante gli anni ’30 dello scorso secolo. Recentemente, il rapporto tra Universal Pictures e i suoi Mostri è stato a dir poco complesso.

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Tutti i tentativi di riportare in auge i personaggi horror del passato si sono rivelati flop cocenti: a bruciare in modo particolare sono Wolfman, diretto da Joe Johnston nel 2010, Dracula Untold del 2014 e La Mummia, con Tom Cruise protagonista, realizzato nel 2017. Quest’ultimo avrebbe dovuto dare vita al Dark Universe, di cui era già stata annunciata la presenza di Angelina Jolie nei panni della moglie di Frankenstein, Russell Crowe in quelli del dottor Henry Jekyll e Johnny Depp nel ruolo dell’uomo invisibile.

Il flop economico del film con Tom Cruise, infatti, ha convinto Universal a mollare la presa sull’idea di universo condiviso e ad affidarsi a Blumhouse Productions, confidando nell’approccio a basso budget di Jason Blum, mogul del moderno cinema horror. In effetti, la ricetta ha funzionato per l’ennesima volta. A fronte di un budget di soli 7 milioni di dollari, nel suo week-end di apertura al box-office, L‘uomo invisibile ne ha incassati ben 29 negli Stati Uniti e 20 nel resto del mondo. Diamo un’occhiata a diverse caratteristiche del film che gli hanno consentito di affermarsi al box-office e di ottenere ottimi riscontri critici.

Lo stand-alone e la resa contemporanea de L’uomo invisibile

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A differenza di Universal Pictures e dell’ultima messa in cantiere del Dark Universe, Blumhouse Productions non ha mai pensato di sviluppare un universo condiviso basato sui Mostri Classici. O, meglio, l’obiettivo di Jason Blum e di Leigh Whannell è stato quello di depurare il materiale di partenza dagli aspetti classici che lo caratterizzavano e che avrebbero portato gli spettatori a considerare la nuova versione come già vista. Lungi dal progettare un film che potesse dare vita ad una serie di progetti collaterali quali sequel e prequel, produttore e sceneggiatore/regista si sono concentrati sulla possibilità di svecchiare e rendere contemporanea una storia che risale al 1897 e che è stata firmata da Herbert George Wells.

Sulla falsa riga di quanto fatto da Todd Phillips in Joker, anche Whannell e Blum hanno costruito un racconto sulle conseguenze (negative) a cui una serie di comportamenti individuali possono dare vita. Protagonista del film è l’uomo invisibile soltanto in senso lato. In realtà, il progetto si concentra molto più su Cecilia Kass, succube di una relazione malsana e violenta con Adrian, uno scienziato ricco e brillante ma anche manipolatore e folle. Stanca del legame tossico, la donna fugge nel corso della notte. Grazie all’aiuto dei suoi cari, la donna riesce a far perdere le proprie tracce. Scosso dall’abbandono, Adrian si suicida e lascia alla moglie una gigantesca eredità. Il testamento, tuttavia, contiene una clausola. La cifra le verrà rilasciata qualora la donna non venga dichiarata mentalmente disturbata.

Per Cecilia, inizia un vero e proprio incubo. A giudicare dalla trama, è possibile rendersi conto quanto un personaggio quale l’uomo invisibile sia distante da Dracula o Frankenstein e si possa prestare più agevolmente ad una sua rilettura in chiave contemporanea. A differenza dei mostri sopracitati, è più semplice credere in uno scienziato che ha scoperto il modo per rendersi invisibile piuttosto che in un vampiro che succhia il sangue delle vergini o, ancora, in uno scienziato che ha trovato il modo per riportare i morti in vita. Il protagonista del film è mosso da pura cattiveria e potrebbe dominare il mondo. D’altronde, è invisibile, può sentire e guardare ogni cosa. Un po’ come i social network oggigiorno, discreti e totalmente invisibili nella loro totale pervasività.

Le donne nell’horror contemporaneo

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Più di ogni altra cosa, però, L’uomo invisibile è un film sullo stalking e Cecilia Kass è l’assoluta protagonista del racconto. Leigh Whannell, infatti, ha utilizzato il pericoloso potere dell’invisibilità per esporre il terrore che è diventato visibile e quanto mai attuale nell’era del #MeToo. La tematica non riguarda il sottotesto del film ma il testo principale stesso. Già prima che Adrian guadagnasse il potere dell’invisibilità, il suo personaggio viene presentato come fortemente negativo e lo spettatore viene spinto ad avere timore nei suoi confronti. Adrian, infatti, pretende di organizzare ogni aspetto della vita della moglie, intrappolata in una relazione con un uomo che abusa della sua vita.

Tuttavia, quella di Adrian non è una lenta e graduale discesa nella follia. Il trauma è quanto mai reale perché perpetrato da un esempio di mascolinità tossica che innerva la nostra società a tal punto da trasformarsi in sistema culturale socialmente accettato. Altri due film recenti hanno riflettuto, più o meno, sulla medesima questione. Distribuito la scorsa estate, Midsommar ha focalizzato la sua attenzione sulla fine di una relazione malata tra un ragazzo ed una ragazza e sulla sua rinascita in preda ad una cerimonia lisergica che la conduce in fondo all’abisso (per trovarvi il nuovo, probabilmente).

A Dicembre, invece, è arrivato in sala Black Christmas, prodotto da Blumhouse. Tra gli elementi che lo caratterizzano, lo slasher anni ’70 e ’80 vanta la cosiddetta final girl, ovvero l’eroina che si salva soltanto nell’epilogo, a causa delle sue superiori virtù morali. Si tratta di un enorme salto di qualità rispetto all’horror classico, in cui la figura femminile è tradizionalmente salvata grazie all’intervento del protagonista maschile. A detta di Carol Clover, autrice di un celebre saggio su horror e dinamiche di genere, la donna non risulta degradata ma incoraggiata a lottare contro i propri mostri per vincere una sottomissione prima culturale che fisica. La questione viene esemplificata proprio in Black Christmas, incentrato su tematiche quali cultura dello stupro, vittimismo maschile e collaborazionismo femminile.

Blumhouse e i mostri Universal: dopo L’Uomo Invisibile il rapporto andrà avanti?

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La notizia del giorno è che Leigh Whannell ha firmato un first-look-deal di due anni con Blumhouse Productions. In seguito all’ottimo successo de L’uomo invisibile, Jason Blum si è convinto a legare alla sua scuderia il talentuoso sceneggiatore e regista che, dal canto suo, avrebbe già espresso il desiderio di realizzare un reboot di Dracula. Tuttavia, così come avvenuto per il suo ultimo film, l’aspetto che maggiormente interessa Whannell non risiede nel carattere soprannaturale dell’antagonista quanto nei tratti umani del suo comportamento. Il regista si è interrogato su cosa rende Dracula ciò che è e, rileggendo il romanzo, definirebbe il suo personaggio, in primo luogo, come uno psicopatico che beve regolarmente sangue. In tal senso, Whannell ha sostenuto di essere interessato ad una resa contemporanea del celebre vampiro, privato della nebbia e degli amuleti che hanno caratterizzato la sua figura lungo il corso del Novecento.

D’altro canto, è possibile affermare che, in un certo senso, Blumhouse ha già realizzato la versione attualizzata di Frankenstein e di Dracula. A detta di Rick Worland, i due personaggi sarebbero talmente radicati nell’immaginario popolare da aver caratterizzato pressoché ogni produzione horror, legata inestricabilmente a queste due figure archetipiche. Riflettendo bene, che cos’è Scappa-Get Out se non la storia di una famiglia di scienziati pazzi che ha trovato il modo per “risuscitare” i morti e raggiungere la vita eterna? E, ancora, vi viene in mente qualcosa se vi si dice che Paranormal Activity racconta il processo di possessione di un corpo umano da parte di un demone che, letteralmente, si nutre dell’anima degli esseri che conquista?

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