L’imbavagliamento di Woody Allen è un oltraggio che parte dal figlio Ronan Farrow

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Il figlio adottivo di Woody Allen, Ronano Farrow, è il fautore delle scelte di Hachette, grazie ad un abuso di potere fomentato dal #MeToo.


La cancel culture – la tanto discussa pratica che a conti fatti non sta servendo a nulla di concreto – ha fatto un’altra vittima nei giorni scorsi, con la biografia di Woody Allen, Apropos of nothing, ad un mese dalla sua uscita in libreria edita da Hachette. A fomentare la bufera è stato un gruppo di settantacinque dipendenti della casa editrice, capitanati niente meno che da Ronan Farrow, figlio adottivo del regista, che aveva minacciato la casa editrice di mollarla se avessero pubblicato il libro del padre.

Ronan è convinto che le accuse della sorella Dylan a Woody Allen, risalenti al 1992, siano vere, nonostante due indagini – una della Child welfare Agency e una della Child sexual abuse clinic  del Yale-New Haden Hospital – siano giuste alla conclusione che nulla di tutto ciò fosse mai accaduto a Farrow. La cosa si era poi complicata ulteriormente quando Woody Allen aveva sposato Soon-Yi Previn, amante di lunga data del regista nonché figlia adottiva della madre di Ronan.

A quanto pare – e a quanto vogliono gli esponenti della cancel culture – Woody Allen non riuscirà ancora per molto tempo a dare la sua versione della storia. Ciò che i Farrow lamentano è una mancanza di indagini approfondite necessarie alla stesura del libro, anche se la cosa farebbe ridere qualsiasi editore, che quasi in nessun caso si metterebbe a fare indagini così specifiche per la stesura di una biografia, specialmente se di parte.

Questo induce a pensare che Hachette abbia trattato la questione di Woody Allen con la solita freddezza delle scelte economiche più vantaggiose: con Farrow a capo dei giornalisti pro #MeToo, hanno voluto tenersi buona la vacca più grassa, nonché le distanze di sicurezza necessarie da chi sta dominando l’opinione pubblica e che potrebbe causargli problemi finanziari – il #MeToo, lo sappiamo, può fare il bello e cattivo tempo, come ai tempi dell’inquisizione.

Il fatto è che come evidenzia coraggiosamente il New York Post – testata militante nella città dove il movimento la fa da padrone, spaventando a morte artisti, giornalisti e opinionisti – sia Hachette che Farrow sono spudoratamente nel torto. Non importa infatti quanto possa essere ferito o arrabbiato, ciò che qui sta facendo la differenza è la vergognosa tendenza che il giornalismo – influenzato da Farrow – stia imbavagliando le fazioni. Come si dice in questi casi, predicano bene e razzolano male.

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