Tredici: la recensione della quarta stagione della serie Netflix

La quarta stagione di Tredici è quella conclusiva e trascina con sé un grado di angoscia e dramma sproporzionato e innecessario.
tredici cinematown.it

Tredici è arrivata con la quarta stagione dove si vedono le conseguenze di quello che è successo nella terza in un connubio di dramma e angustia.


Contro ogni pronostico o – per essere corretti – speranza dei fedeli di Netflix, Tredici ha deciso di deliziarci con la quarta stagione dello show iniziato nel 2017 ideata da Brian Yorkey e basato sul romanzo 13 di Jay Asher. Anche in questa stagione ritroviamo il cast ricorrente, ovvero Dylan Minnette (Clay Jensen), Christian Navarro (Tony Padilla), Alisha Boe (Jessica Davis), Brandon Flynn (Justin Foley), Miles Hazier (Alex Standall), Ross Butler (Zach Dempsey). Devin Druid (Tyler Down), Grace Saif (Ani Anchola) e Tyler Barnhandt (Charlie St. George) e Deaken Bluman (Winston Williams) che in questa stagione assumono ruoli più centrali.

È attorno a quest’ultimo, infatti, che la stagione pare girare, ma non solo; come le altre stagioni, la quarta riprende da dove la precedente è rimasta, ovvero Winston – ex amante di Monty de la Cruz (Timothy Granaderos) – arriva alla Liberty High minacciando di mettere a repentaglio la tranquillità e la calma dei ragazzi che hanno assistito e coperto l’omicidio di Bryce Walker. Da qui prende avvio tutta una serie di eventi concatenati che porteranno i ragazzi a reagire in maniera più o meno differente, a volte perdendo e a volte cercando di attaccarsi con del nastro adesivo a quel spirito di unione e solidarietà che ha sempre caratterizzato la loro amicizia – non priva di conflittualità.

La causalità in Tredici

Tredici 4, CinemaTown.it

Tutti sappiamo il significato del  detto “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”. Per Tredici sembra essere vera. Certo, la serie ha legato il proprio nome a quello di una problematica molto importante e molto aggressiva tra gli adolescenti, un connubio di solitudine, sentimento di impotenza verso il mondo, mancanza di autostima, che rischiano di portare al gesto estremo del suicidio. È stata persino creata un’associazione di auto-mutuo aiuto dal nome 13 Reasons Why, una linea sicura per gli adolescenti che si trovano in difficoltà – con pensieri suicidi – e hanno bisogno di aiuto.  E aveva senso finché ci si limitava alla prima, massimo seconda stagione, quando ci veniva raccontata la storia di Hannah Baker (Katherine Langford), una ragazza apparentemente privilegiata, ma che poco a poco ha perso le speranze e ha spiegato le ragioni che l’hanno portata a decidere di farla finita in tredici cassette. Romantico e terribile allo stesso tempo. No, non romanticizziamo il suicidio.

Benché ci siano tutte queste tematiche sicuramente non facili da affrontare, Tredici si potrebbe riassumere come la serie delle conseguenze: le conseguenze del suicidio di Hannah, le conseguenze delle azioni spregevoli che rimangono più impresse di quelle buone, le conseguenze lasciate su coloro che restano, le conseguenze di azioni compiute da singole persone piuttosto che da interi gruppi, le conseguenze di chi sopravvive, le conseguenze che affronti quando compi un omicidio e incolpi qualcun altro.

Non si può dire che Tredici non sappia riprendere da dove ha lasciato. Peccato solo per la svolta pop commerciale in cui alla fine ha deciso di cadere: da serie che sì, era un teen-drama, ma parlava di qualcosa di più provocatorio, qualcosa di cui nessuno ha mai avuto il coraggio di parlare, di psicologia, di problemi mentali, stupri, molestie, abbia poi deciso di prendere la via del thriller drammatico e spesso, visto che si parla di adolescenti che tecnicamente dovrebbero solo pensare alla scuola, ai balli scolastici e possibilmente agli esami, perde spesso di credibilità facendo storcere il naso non poche volte.

Reazioni e non reazioni

Tredici 4, CinemaTown.it

Sulla linea delle conseguenze c’è da spezzare una lancia a favore degli scrittori: riescono a mantenere la coerenza nei personaggi. E quindi tutti reagiscono alla maniera consona del ruolo che vestono in conseguenza a quello che hanno fatto nella terza stagione, anche se a tratti in maniera piuttosto pesante e insistita, tanto che anziché empatizzare con il personaggio in questione ti verrebbe voglia di prenderlo per le spalle e scuoterlo un po’, e magari dirgli pure: “eh mo’, che ti aspettavi?”.

Zach, al solito, diventa una sorta di filosofo nichilista da quattro soldi a cui non importa più di niente e di nessuno, sempre con la bocca attaccata all’alcol (e io mi preoccuperei della facilità con cui un adolescente può procurarsi l’alcol e portarlo a scuola), Alex è sempre sul punto di rivelare tutto, con tendenze suicide – ancora, Justin si aggrappa a quello che può per rimanere sobrio mentre Jessica e Ani sono le uniche che davvero sembrano riuscire ad andare avanti come se nulla fosse. Ma hanno ragione, bisogna comportarsi normalmente e condurre una normale vita da adolescenti. E poi Clay, il vero protagonista, quello che non c’entra mai nulla eppure sembra essere sempre quello che ne paga di più di conseguenze, tra sensi di colpa e responsabilità che non ha chiesto di avere.

E se Hannah avesse avuto ragione?

Tredici 4, CinemaTown.it

Ogni tanto, durante i vari episodi, è impossibile non chiedersi se Hannah Baker sia stata il sassolino che ha fatto crollare il castello di carta, se il suo suicidio non sia stata la causa che ha portato alla serie di conseguenze che si sono poi succedute. E quando qualcuno la nomina, anche se sempre meno, nel corso della serie, non si può che pensare a lei con un po’ di nostalgia e forse un pochino di sollievo. Perché lei non è lì per vedere il delirio, la caduta dei suoi amici, le macerie su cui stanno camminando dal giorno del suo funerale. E, permetteteci un pochino di cinismo, forse le è andata bene così.

Perché Hannah, in una delle maledette cassette, ha detto che uno dei motivi per cui non voleva più continuare era perché quel mondo schifoso, pieno di persone marce, di amici pronti a conficcarti il coltello nella schiena, non faceva per lei. Non aveva nemmeno voglia di lottare per cambiare le cose perché ci aveva provato e puntualmente le persone la deludevano, continuavano a sbattere contro lo stesso muro senza mai imparare. Nessuno era genuino o puro, nessuno era capace di essere qualcuno senza indossare una maschera.

Anche Clay urlerà a un certo punto “Non ha importanza. Non ha più senso!” ma è davvero così? Siamo destinati a soccombere sotto i colpi di un martello che non possiamo fermare? O forse, se Hannah non si fosse suicidata, se avesse continuato, se avesse provato, niente di tutto quello sarebbe avvenuto? Chi può dirlo. Sta di fatto che tutto quello che è avvenuto dopo avremmo potuto benissimo non saperlo.

Leggi Anche: La casa di carta – recensione della quarta stagione della serie Netflix

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  • Regia
  • Recitazione
  • Sceneggiatura
  • Fotografia
  • Colonna sonora
3.5

Riassunto

Tredici si potrebbe riassumere come la serie delle conseguenze: le conseguenze del suicidio di Hannah, le conseguenze delle azioni spregevoli che rimangono più impresse di quelle buone, le conseguenze lasciate su coloro che restano, le conseguenze di azioni compiute da singole persone piuttosto che da interi gruppi, le conseguenze di chi sopravvive, le conseguenze che affronti quando compi un omicidio e incolpi qualcun altro. Tra alti e bassi, la serie riesce comunque a mantenere la coerenza nei personaggi. E quindi tutti reagiscono alla maniera consona del ruolo che vestono in conseguenza a quello che hanno fatto nella terza stagione, anche se a tratti in maniera piuttosto pesante e insistita, tanto che anziché empatizzare con il personaggio in questione ti verrebbe voglia di prenderlo per le spalle e scuoterlo un po’, e magari dirgli pure: “eh ora, che ti aspettavi?”.