di STEFANO GRIMALDI

(non è il solito biopic)

Tarzan è un uomo che non ha mai dimenticato di essere un animale.”

Edgar Rice Burroughs

C’era un epoca nella quale il richiamo del Re delle scimmie, creato con un palindromo sonoro di uno yodel avvolto nella leggenda, era il segnale televisivo di avventure fantastiche immerse nella jungla più profonda e pericolosa abitata da animali letali dalla forza spettacolare, governata da un uomo scimmia statuario, invincibile, giusto, simbolo di un regno.

Johnny Weissmuller, un nuotatore olimpico sconosciuto al grande pubblico, non interpretava Tarzan. Era Tarzan.

Un eroe per caso, dalla muscolatura non definita da steroidi o suzioni artificiose di grasso ma con una vitalità acquatica che non si è più vista sullo schermo; così come la tenera innocenza della storia d’amore con la sua bella Jane, interpretata dalla romantica Maureen O’Sullivan.

Erano gli anni 30, le avventure si protrassero fino al dopo guerra.

Ma dopo di lui, ecco che il mito inizia a indebolirsi: Più il mondo cambia, più l’urlo di Tarzan perde potenza (e messaggio). Da richiamo primordiale inizia a trasformarsi in eco estetica: molto meno selvaggia, molto piu’ musicale e distante da quella ferinità primordiale più vicina a quello che avrebbe potuto essere il Re della Jungla allevato dai primati, sempre meno primati dell’Uomo che tenta di conquistare, soggiogare e profanare sempre tutto.

Ron Ely Tarzan parla, ragiona, dialoga. L’urlo è quasi un optional, un residuo folkloristico.

Miles O’Keeffe (1981): l’urlo è erotizzato ormai, in un film nel quale la splendida Bo Derek (Jane) che pare disegnata con lo scalpello, sposta il baricentro sull’eros appunto; complice un Tarzan dalla fisicità muscolare e statuaria mai vista. Bello, muto, iper definito, decorativo.

l mitico “urlo” non è più centrale in questa prima rappresentazione moderna: il marchio distintivo della selvatichezza ha perso senso. Tarzan diventa un oggetto da guardare, un accessorio in un film dove la vera protagonista è la Jane di Bo Derek — esteticamente sensuale, voluttuosa, lucidata come dopo una toilette dall’estetista di Rodeo Drive. La giungla, più che un ecosistema, sembra un set patinato; e Tarzan, interpretato da uno scolpito Miles O’Keeffe, appare come un modello fotografico catapultato tra animali esotici che sembrano lì solo per completare la scenografia.

In questa versione, il Re della Giungla smette di essere un eroe d’azione per diventare un modello fotografico. La foresta non è più un luogo pericoloso, ma un set patinato.

MODERNITA’ LIQUIDA– L’URLO SI INCRINA

Christopher Lambert (1984): Tarzan è fragile, umano, disorientato. È un suono che nasce dal conflitto identitario, non dalla potenza.

Alexander Skarsgård (2016): il suo urlo è quasi un atto dovuto per farti capire che stai ancora guardando Tarzan; un uomo che torna alla giungla, non che nasce da essa, laddove Il romanticismo della bellezza della stessa è stato sostituito da una coreografia di pixel

L’urlo di Tarzan si è piano piano sbiadito perché si è sbiadito il bisogno di ciò che rappresentava: un’idea di natura assoluta, di mascolinità primordiale ma saggia, inserita in essa, pregna di valori animali solidissimi e di una identità sana, e direi soprattutto fuori dalla civiltà; che tanto civiltà non è sempre

L’urlo di Tarzan è così diventato ormai un barometro culturale: si affievolisce man mano che la modernità liquida svuota i miti. Non è nostalgia, è constatazione. È il declino di tutto ciò che metafore, visioni artistiche, letterarie e cinematografiche avevano contribuito a costruire come valori universali, solidi, condivisi.

Di questo processo ho già parlato qui, ne I Titani del Cinema, quando affrontai il caso di King Kong (o Moby Dick): altri giganti che hanno perso voce, peso e senso nel passaggio dall’immaginario collettivo alla contemporaneità.