Forse vi chiederete cosa c’entri un film come Michael in una rubrica di cinema in famiglia. In realtà, mai come in questo caso si può parlare di film “famigliare”.
Michael, infatti, è un prodotto della famiglia Jackson (o almeno, di una buona parte, se omettiamo Janet, Randy e Rebbie, esclusi, oltre che dalla produzione, dalla stessa pellicola). Uno dei figli di Michael – bizzarramente quello col nome del suo eterno rivale, Prince – ha partecipato anche alla promozione (la sorella Paris si è mostrata molto meno entusiasta dell’iniziativa, a giudicare dalle azioni legali che ha intrapreso per bloccarla).
L’attore protagonista, Jaafar Jackson, è della famiglia: per la precisione, è il nipote del leggendario re del pop, il figlio del fratello (e secondo cantante dei Jackson 5) Jermaine Jackson. E, anche se non è stato scritto direttamente dai familiari, che ci sia pesantemente la loro influenza sulle scelte narrative non è certo una deduzione azzardata.

In più, Michael è il tipico film che si può vedere in famiglia. Si immaginano facilmente i genitori, teenager all’epoca di Thriller, in sala insieme ai loro figli, adolescenti attuali, mentre a entrambi parte il piede a ritmo delle note dei successi di Jackson. Già sono virali sui social balletti di madri e figli che tengono il tempo schioccando le dita e improvvisando mosse alla Moonwalker.
Sempre sui social, stanno riapparendo pezzi di esibizioni degli anni ’80-’90. Momenti in cui Michael canta a cappella (seguiti dall’hashtag #noautotune). Stralci di interviste in cui, con quella sua voce in falsetto da eterno ragazzino, pare la quintessenza del candore (e no, non si sta facendo allusione al cambiamento, oltre che dei connotati, del colore di pelle, che, pur se giustificato a posteriori dalla vitiligine, lascia sempre perplessi per l’inconsueta uniformità).
Insomma, l’operazione “repulisti”, di sgombero dei detriti che hanno offuscato l’immagine del Re del Pop nei suoi ultimi anni, pare pienamente riuscita. Non senza critiche, chiaro. Visto che molti hanno puntato il dito contro il biopic edulcorato che tralascia completamente le (non trascurabili) ombre della storia di Jackson.

Michael, a dire il vero, si ferma giusto prima che i grandi scandali (le accuse di pedofilia) esplodano, all’inizio del suo primo tour da solista, il Bad Tour del 1987. Quando finalmente (seguendo l’angolo narrativo proposto dal film) Jackson si emancipa dalla tirannia del padre, che voleva continuare a sfruttarne il talento. Joseph, il padre-padrone, il manager dei Jackson 5, che considerava i figli come dei bancomat su due gambe, esce fuori come il vero bad guy. Su di lui, sulle innumerevoli volte in cui ha preso a cinturate Michael, sulla paura che gli faceva provare anche da adulto, su come lo abbia completamente privato di una parvenza d’infanzia, si concentrano le ombre del film. Come a sottolineare la parte che ha avuto il padre nel fragilizzare questo figlio dal talento incommensurabile, pari solo all’elenco delle sue stranezze.
Il restare un eterno bambino di Michael (quell’ingenuità che per molti lo ha portato a ricercare la compagnia di coloro che riteneva suoi simili senza la malizia che altri hanno visto in queste frequentazioni). La sua passione-ossessione per Peter Pan e Neverland (la scelta di mostrare un libro in cui il personaggio di Barrie, tratteggiato da Disney, ricorda da vicino i lineamenti di Jackson dopo le varie alterazioni della chirurgia plastica non è casuale). Il suo circondarsi di animali sempre più improbabili per ovviare all’estrema solitudine e alla mancanza di amici umani, coetanei. E via discorrendo.

Ognuno di questi aspetti contiene in nuce le grandi ombre della vita di Jackson. Le stesse che divoreranno quasi interamente la luce abbagliante del suo genio creativo. Il considerarsi bambino che lo porterà a circondarsi di bambini. Il deturpare il suo viso fino a farlo sembrare un disegno disneyano 2D. Le sue stravaganze, sempre più eclatanti, a cui fin da piccolo nessuno ha mai osato opporsi.
Michael, pur essendo prevalentemente concentrato sulle luci, lascia sinistramente trasparire tutte le varie ombre. E punta il dito sull’origine di tutto questo, lo sfruttamento della star bambina. Con le conseguenze psicologiche che abbiamo già visto. E continuiamo a vedere per la quasi totalità di star bambine (comprese quelle sfruttate sui social). Non si capisce come non si sia ancora fatto qualcosa di concreto per impedirne l’esistenza.

Al di là di queste riflessioni, che possono essere oggetto di un’interessante discussione in famiglia, Michael è un film che è quasi un videoclip. Un tributo alla musica di Jackson e alla sua bravura. Il lato dorato della favola senza soffermarsi su ciò che l’ha sciupata e ha lasciato a tutti l’amaro in bocca del dubbio mai sanato. Si esce volendo credere alla fiaba, fischiettando Thriller e battendo il tempo. E chiedendosi perché alla fine ogni luce che brilla debba per forza essere spenta da sospetti e brutture.
Titolo del film (in italiano e/o in lingua originale)
Michael
Anno di uscita: 2026
Regia: Antoine Fuqua
Genere: Biografia
Sceneggiatura: John Logan
Giudizio sintetico: Bello per i fan e per i ragazzi che ancora non conoscono la musica e la storia di Michael Jackson. Biopic classicamente celebrativo, ma d’altronde esistono biopic che non siano una visione della realtà e non la realtà effettiva (che poi, qual è e chi può conoscerla)? Da vedere se si ha voglia di un bel tuffo indietro nel tempo e nella storia della musica. E un’immersione in un tempo in cui tutto pareva ancora possibile e il futuro sembrava riservare positività e progresso.
