di Stefano Grimaldi
(non è il solito biopic)
«Tutti hanno paura. Io ho sempre avuto paura.» – Montgomery Clift
Clark Gable, muore per un attacco cardiaco 10 giorni dopo la fine delle riprese del film Gli Spostati, è il 1960.
Marilyn Monroe in circostanze molto fumose muore nel 1962, accompagnata solo dai suoi demoni.
Montgomery Clift – promessa Hollywoodiana – sopravvive pochi anni, lasciandosi consumare in solitudine nel 1966.
Un destino drammatico che accomuna – a distanza di poco tempo l’uno dagli altri – tutti i protagonisti di quel maledetto cult tratto da uno script di Arthur Miller (ancora marito della Monroe, in un matrimonio ormai deteriorato).
Una storia nemmeno tanto parafrasata di 3 anime smarrite, infragilite, destinate a un declino che avrà il sapore violento di una discesa agli inferi, iniziata molto tempo prima.
Tre splendide meteore che stavano per spegnersi contemporaneamente, consegnandoci l’ultimo, grandioso affresco sulla fine del sogno americano.
PER LE NEW GEN (breve excursus)
Brando, Dean e Clift, nella categoria maschile delle leggende, erano coloro i quali avevano fratturato l’immaginario del maschio testosteronico precedente, realizzando indimenticabili performance di uomini vulnerabili, nevrotici, difficili, sensibili fino all’autodistruzione e prodotti delle contraddizioni culturali americane fra puritanesimo e voglia di eversione.
Brando introduce il corpo come linguaggio: l’uomo è un animale ferito che reagisce, sbaglia, si espone, si distrugge.
Dean porta l’adolescenza alla deflagrazione laddove il maschio non è un adulto solido, ma un incompreso che non sa come gestire la propria sensibilità.
Clift è la vulnerabilità pura: l’uomo che implode, che viene schiacciato dal mondo. Clift è stato il pioniere silenzioso di questo terremoto che ha ridisegnato la nuova virilità, mostrando che si può essere eroi anche se si mostra la propria fragilità.
Il sipario sul Titano Dannato
Quando Montgomery Clift si spegne nel suo appartamento di New York a soli 45 anni stroncato da un infarto causato da anni di abusi, la sensazione è che si chiuda definitivamente una stagione irripetibile determinata da una congrega di talenti e miti e dive.
Nello spazio di un decennio, il grande cinema perde le sue icone più dannate e pure, lasciando Brando a fare da sopravvissuto e padre alla generazione successiva (quella dei Pacino e dei De Niro).
Clift, attore preferito da Brando, resterà una “incompiuta” di quell’industria cinematografica cinica, per la quale era troppo sensibile.
Monty, è stato forse il più complesso e fragile di quel trio che ha cambiato per sempre la recitazione cinematografica del Method Acting.
“La più lunga commedia suicida della storia del cinema”
Così Robert Lewis (uno dei maestri fondamentali della recitazione moderna), definirà gli anni di Monty dopo il grave incidente automobilistico, fra l’abuso di alcol, antidolorifici e la fatica immensa nel nascondere la propria omosessualità in un’America ancora profondamente segnata da puritanesimo e discriminazioni.
