di STEFANO GRIMALDI

(non è il solito biopic)

“Le sue orecchie sono troppo grandi. Sembra uno scimmione.” — Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox

LA MORTE DEL RE

È il gennaio del 1942. Di ritorno da un tour per la vendita dei titoli di guerra destinati a sostenere lo sforzo bellico americano, un aereo si schianta contro il Table Rock Mountain, in Nevada. Nessun superstite.

Clark Gable vola immediatamente sul luogo del disastro. Contro il parere delle guide, in quella notte infernale decide di scalare personalmente la montagna innevata. Non troverà mai ciò che cercava. Distrutto dal dolore, recupererà soltanto alcune ciocche di capelli biondi: quelli dell’unico, immenso amore della sua vita, Carole Lombard.

Da quel giorno, il Re di Hollywood abdica.

DISCESA AGLI INFERI… CON HITLER

La perdita di Carole lo trasforma da divo intoccabile a uomo disposto a morire nei cieli d’Europa. Il senso di colpa per averla spinta a prendere quel maledetto aereo lo divora. L’uomo più desiderato del pianeta — pieno di fobie e protagonista dei drammi delle attrici costrette a baciarlo nonostante una grave alitosi da piorrea — decide di arruolarsi a 41 anni e sfidare la taglia che Hitler ha messo sulla sua testa.

Gable vuole morire a tutti i costi.

La MGM tenta di trattenerlo, ma Franklin D. Roosevelt comprende il potenziale propagandistico della faccenda e asseconda la star, che chiede di andare in prima linea. Diventato mitragliere a bordo dei bombardieri B 17, le “Fortezze Volanti”, partecipa a cinque missioni di combattimento ad alta quota sopra la Germania occupata.

Hitler, fanatico del cinema di Gable, ordina che il divo venga catturato vivo, promettendo una ricompensa colossale e una promozione immediata a qualsiasi pilota della Luftwaffe che riesca nell’impresa. Saputo della taglia, Gable dichiara che, piuttosto che farsi catturare, si sarebbe lanciato nel vuoto senza paracadute.

Quando torna a Hollywood nel 1944, con il petto decorato da medaglie vere, è un uomo spento. I capelli ingrigiti, un tremolio costante alle mani: chiari segni di quello che oggi chiamiamo disturbo da stress post traumatico. Non sarà mai più lo stesso. Continua a recitare, ma i suoi occhi hanno perso quella scintilla che aveva ridefinito il divismo maschile degli anni Trenta.

Quel ragazzo di campagna dell’Ohio, cresciuto nella solitudine e con un padre che lo considerava “effeminato” perché amava la letteratura, aveva scalato Hollywood nonostante tutto, tutti e un’estetica iniziale non certo promettente. Il romantico e istrionico Rhett Butler di Via col vento resta una delle icone immortali del grande cinema americano.

L’attore aveva vinto tutto. L’uomo aveva perso tutto.

Morirà nel 1960 — come non avrebbe mai voluto — subito dopo aver girato l’epitaffio del suo cinema, Gli spostati (The Misfits), accanto a una Marilyn Monroe ormai altrettanto devastata.