di STEFANO GRIMALDI
(non è il solito biopic)
«Are you talkin’ to me?» Taxi Driver
Questo è forse uno dei monologhi più celebri e da podio della storia del cinema. Travis Bickle parla a uno specchio, ma in realtà parla al mondo che lo ignora. Quel gesto — con l’estrazione della pistola mimata — diventa un manifesto di solitudine urbana. La scena è pura improvvisazione dell’attore che scandaglia il personaggio ideato dal regista, creando un’icona immortale.
Quando un regista trova il suo attore feticcio, non si tratta più solo di aver azzeccato il casting: nasce una simbiosi artistica che innesca l’un l’altro. Finalmente il regista trova il mezzo incarnato attraverso il quale dare forma alle sue visioni; in alcuni casi anche oniriche, come nel caso di Burton con Depp, per citarne uno soltanto.
La grande capacità dell’attore sta — come sosteneva il Maestro Kurosawa — nel fargli usare tre metri di pellicola per trasmettere un’emozione anziché dieci. In modo simile, Scorsese ha definito spesso la collaborazione col vecchio Bob una intesa assoluta basata su fiducia e telepatia artistica, attribuendo al celeberrimo attore capacità straordinarie nell’interpretazione e nell’approfondimento di ciò che gli veniva richiesto.
Un tratto distintivo che accomuna i due sodalizi sta nella creazione di personaggi antieroi irriverenti, controversi, infangati, insanguinati e pieni di quella rabbia impossibile da tenere a bada, che smonta l’archetipo dell’eroe come lo si immagina.
JAPAN STYLE VS AMERICAN PSYCHO
Se Scorsese e De Niro hanno vivisezionato la nevrosi urbana americana con l’emarginato o l’immigrato che rifiuta il codice formale della società per crearne uno personale, imprevedibile ed esplosivo; Kurosawa e Mifune hanno destrutturato il mito feudale giapponese, perfetto e liturgico, disegnando un samurai che si scrolla le pulci, scuote le spalle, sbadiglia, è famelico e si gratta la barba. Un samurai atipico, sporco, decisamente opposto ai dettami del bushidō (n.d.r. testo antichissimo delle virtù samuraiche).
Insomma: De Niro diventa un antieroe moderno che cerca giustizia sociale usando la collera canalizzata attraverso personaggi spinosi e reietti dalle idee irrazionali e posture estreme ma, alla fine, efficaci; mentre Mifune diventa il leone o il cane randagio richiesto da Kurosawa, capace di demolire il mito del guerriero dal sangue nobile.
Nel personaggio di De Niro non c’è l’epica dell’eroe americano; in Mifune non c’è la dignità rituale dell’uomo d’armi feudale devoto allo Shogun come la narrativa ortodossa del Sol Levante vuole.
Due coppie di geni — in epoche distanti e a latitudini opposte — hanno preso la figura del combattente indefesso ma improbabile e ne hanno fatto uno specchio della fragilità umana.
Stesso isolamento, stessa alienazione, mondi diversi, stessa morale.
L’eredità globale: due volti della stessa icona
Mifune e De Niro sono due monumenti del cinema titanico nei quali Kurosawa e Scorsese hanno capito che, per raccontare la fragilità dell’uomo, servivano due antieroi disposti a sporcarsi le mani nel fango; rischiando di perdere quell’immagine alla quale — invece — una generazione di attori plastici e impomatati non rinuncerebbe mai, con risultati da botteghino ma non da leggende.
«Marcello è il mio doppio, il mio fantasma, la mia ombra proiettata sullo schermo. Èl’attore perfetto perché non ha problemi d’identità: si lascia plasmare con la grazia e la leggerezza di chi sa che il cinema è un gioco meraviglioso.» — Federico Fellini
foto credits :
Taxi Driver, illustrazione di Daniel Cudby 2010
Martin Scorsese – “Martin Scorsese MFF 2023” by Montclair Film is licensed under CC BY 2.0
“Akira Kurosawa” by tonynetone is licensed under CC BY 2.0.
“Sanjuro (1962)” by japanesefilmarchive is licensed under CC BY 2.0.
