Wakanda Forever: mani incrociate sul petto, l’urlo di battaglia e di fiera appartenenza alla nazione più avanzata e potente del globo risuona ancora nelle nostre orecchie dal 2018, anno in cui è uscito il primo Black Panther. Molti di noi l’hanno ripetuto, più volte e per le più diverse ragioni: la comunità afroamericana, perché si è sentita finalmente rappresentata e nel migliore dei modi; il regista, Ryan Coogler, il primo a realizzare un blockbuster da più di un miliardo di incassi, dimostrando l’ovvio – ma non sempre evidente – concetto che il colore della pelle è irrilevante, ciò che conta è la bravura per ottenere determinati risultati. Gli spettatori, catturati dal clima epico e ispirazionale del film, non solo a proiezione terminata, ma anche quando ricompaiono tutti protagonisti, cancellati dal blip, nella battaglia finale di Endgame. E poi, nell’agosto del 2020, quando abbiamo appreso tutti, increduli e scioccati, la notizia della morte improvvisa e inattesa di Chadwick Boseman, l’anima e l’incarnazione di T’Challa. Il primo, l’unico, l’inimitabile Black Panther. Morto di cancro al colon a soli 43 anni. 

Se già il seguito di un successo planetario è un bel fardello da portare per tutte le aspettative ad esso legate, difficile immaginare il peso che può essere stato realizzare Black Panther 2 dopo la morte del suo protagonista ed eroe. Al punto che lo stesso regista, Ryan Coogler, aveva pensato di rinunciare. 

Ma, nonostante tutto, fedeli alla regola aurea hollywoodiana del The show must go on, alla Marvel non si sono scoraggiati e il 9 novembre 2022 è uscito in tutto il mondo Black Panther: Wakanda forever. 

Atteso. Da molti aspettato con il sopracciglio alzato di chi già sa che non potrà mai essere all’altezza del precedente. Da tanti con un misto di scetticismo e speranza, ché la famosa fase 4 dell’MCU sta portando risultati più controversi e meno entusiasti delle precedenti. 

Circondato da un’aurea di commozione e rimpianto come poche altre pellicole hanno potuto essere. Ad iniziare dall’anteprima, dove Letitia Wright rendeva un emozionante omaggio a Boseman indossando una giacca praticamente identica a quella che aveva portato lui all’anteprima del primo film. E posando con le mani incrociate. Perché Wakanda è forever, per sempre, no matter what. Al di là di tutto. 

Lo stesso sentimento di commozione e rimpianto pervade tutto il film. Che si apre con la sigla classica Marvel interamente dedicata a Chadwick Boseman e ai momenti topici della sua presenza nell’universo creato da Stan Lee. E che continua con la celebrazione del suo funerale. Con quella sovrapposizione tra reale e finzionale che sta piano piano diventando la caratteristica più saliente della phase 4 dell’MCU

L’intera nazione di Wakanda sta piangendo la morte del suo amato re T’Challa

Il popolo, che, seguendo la tradizione, lo celebra ballando e cantando. Ed indossando i fantastici costumi di Ruth E. Carter – la stessa del primo Black Panther -, che ha avuto la meravigliosa intuizione di scegliere il bianco per il loro abito da lutto tradizionale.  

E poi lo piangono le guerriere Dora Milaje, Okoye (Danai Gurira) in primis, affiancata da tutte le altre. Che trasportano la bara del re come se fosse una piuma, ma il cui peso reale si legge sui volti più che nello sforzo fisico. 

Lo piange quel poco che resta della sua famiglia. La madre, la regina Ramonda (Angela Bassett), costretta a prendere le redini del governo dopo aver seppellito marito e figlio, ma sempre dignitosa nella sua evidente sofferenza. E la sorella Shuri (Letitia Wright), che ha lottato fino all’ultimo per ricreare sinteticamente il fiore che dona il potere della Black Panther alla stirpe reale e che era stato completamente decimato, nel film precedente, dal cugino N’Jadaka, alias Killmonger (Michael B. Jordan), accecato di rabbia e desiderio di vendetta. Se fosse riuscita a ricrearlo, avrebbe potuto salvare il fratello dalla malattia – non specificata, sempre per quel gusto della sovrapposizione tra reale e inventato di cui sopra – che lo stava uccidendo. Non esserci riuscita la lascia con un senso di colpa e impotenza che si trascina anche ad un anno di distanza, dove, dopo il breve preludio del funerale, ci troviamo trasportati. 

Un anno dopo la morte di T’Challa, il mondo è aggressivo nei confronti del regno di Wakanda e, soprattutto, delle loro risorse di Vibranium. Viene evidentemente preso molto male che un tale potere possa essere gestito esclusivamente da una piccola nazione africana, per giunta retta da solo due donne (e il consiglio, vabbè, degli anziani) e privata del loro potente (e maschio) protettore. L’ambizione pacifica del loro defunto re viene messa a dura prova (dai soliti americani, dalla new entry della Francia e in generale dagli altri stati dell’ONU). 

Nella corsa ad accaparrarsi altre possibili fonti del prezioso metallo, il mondo cerca posti alternativi, trivellando allegramente qua e là (tutti i riferimenti a fatti reali non sono puramente casuali). Facendo ciò, va a disturbare l’esistenza, fino ad allora segreta, di un’altra popolazione la cui storia è stata cambiata dall’arrivo del vibranium: quella di Talokan, che vive sottacqua, governata dal semidio (per la sua somiglianza con il serpente piumato Kukulkan dei Maya) Namor (Tenoch Huerta Mejia). Questa civiltà è l’unica che possa costituire una reale minaccia per Wakanda, ed è mossa da intenzioni molto meno pacifiche e molto più rabbiose nei confronti del “mondo di superficie”, considerato alla stregua di un insieme di colonizzatori (chissà poi perché?). Gli sviluppi di questa nuova “relazione” costituiscono l’intreccio principale del film. 

L’introduzione di Namor, classico villain non-del-tutto-villain-però-villain del momento Marvel attuale, ha l’effetto un po’ di déjà-vu che normalmente hanno più che altro i film DC verso l’universo MCU. Anche se i fan dei fumetti si affretteranno a precisare che colui che nei comics proveniva da Atlantide (e qua dall’antico Messico) è comparso due anni prima di Aquaman, per gli spettatori è inevitabile una sensazione di già visto. Aggravata dal fatto che il suo costumino verde è francamente inguardabile e che la presenza di dei, semidei o presunti tali sta raggiungendo il livello limite, tra i vari Zeus in Thor, i saccheggi alla mitologia greca di Eternals, quelli al pantheon egiziano di Moonknight e alle divinità hindu e mussulmane di Mrs Marvel

Inoltre ha anche un po’ stufato l’idea, da Thanos in poi, che i cattivi siano in fondo mossi da buone intenzioni cercate di ottenere con i mezzi sbagliati. Nel senso, ok, bello il tentativo di aggiungere sfumature, ma quando è troppo ripetuto fa un po’ rimpiangere quel periodo ormai lontano in cui, a fine film, il cattivo era cattivo e tutti potevano rallegrarsi che venisse sconfitto. 

L’intero Wakanda Forever ha una serie di punti positivi, tra cui il piacere di rivedere personaggi a cui ci si è ormai affezionati, i magnifici costumi e la scenografia afro-tech (così come quella simil-maya subacquea di Talokan). E l’indubitabile commozione dei vari omaggi a Boseman, di cui è impregnato il film.

Nel complesso, però, non raggiunge il livello del precedente. Un po’ perché il seguito di un origin story così potente e stimolante da avere un afflato epico, come il primo Black Panther, è oggettivamente inarrivabile. Un po’ perché Letitia Wright, pur brava, non ha lo spessore di una protagonista: è simpatica, divertente ma, come il suo fisico, troppo eterea per essere fino in fondo credibile nei panni del nuovo “protettore” del popolo di Wakanda. Troppo intellettuale per sembrare davvero mossa da propositi viscerali come quelli di vendetta. E troppo “lieve” per parere davvero tormentata tra la via della pace e quella in passato presa dal cugino Killmonger (che ritorna in un cameo). 

Inoltre la presenza di Riri Williams (Dominique Thorne), che introduce la protagonista di Ironheart, appare un po’ forzato, più utile a creare un preambolo per una nuova serie Disney+ che allo svolgimento dell’azione. Altrettanto si può dire per Valentina de Fontaine (Julia Louis-Dreyfus), che continua a comparire a singhiozzo senza, per il momento, altro effetto che di aumentare la confusione – già piuttosto elevata dall’apertura del Multiverso &co. 

Insomma, ancora una volta la nuova uscita su grande schermo della fase 4 pare non del tutto soddisfacente: confusionario, un po’ pesante (e basta ‘sta storia di farci piangere ad ogni film post Infinity War!), bello ma non troppo. Continua a sembrare inferiore rispetto ad alcune, riuscitissime, serie tv e non all’altezza dei grandi risultati del periodo precedente. Peccato. 

Qui di seguito riportiamo il trailer ufficiale:

  • 6.2/10
    Regia - 6.2/10
  • 6.5/10
    Sceneggiatura - 6.5/10
  • 7.2/10
    Fotografia - 7.2/10
  • 9/10
    Costumi - 9/10
  • 7/10
    Effetti Speciali - 7/10
  • 8/10
    Soundtrack - 8/10
  • 6.5/10
    Recitazione - 6.5/10
7.2/10

Giudizio finale

Pur se comprensibile, perché il compito era difficile anche a livello personale, Coogler sembra un po’ perdersi via: ci sono lentezze che potevano evitarsi, un ritmo ineguale, scene piuttosto inutili. 

Per la sceneggiatura, similmente alla regia, si capisce bene che dover riscrivere interamente la trama a causa della morte inattesa del protagonista può esser molto duro, ma le parti dedicate al lutto e quelle alla lotta tra pace e guerra appaiono un po’ messe insieme a forza e non ben amalgamate.

Stupende le immagini sottacqua e in generale tutte quelle del funerale e finali.

I costumi sono assolutamente bellissimi, sia per gli abitanti di Wakanda sia per quelli di Talokan, di ispirazione mesoamericana. Unico neo il costumino verde di Namor, ma è stata talmente bella la scelta del bianco per il vestito da lutto che lo si può perdonare.

La colonna sonora fantastica, non solo per il ritorno dopo sei anni di assenza dalla scena musicale di Rihanna (con la struggente ballata Lift me up) ma anche per sonorità ispanico-rap (Soy di Santa Fe Klan) e afrobeat (A Body, A Coffin di Amaarae), per citare giusto le più eclatanti.

Per quanto riguarda la recitazione, brave e commoventi tutte, ma a volte l’accento africano (soprattutto di Angela Bassett) risulta un po’ forzato, e la presenza scenica di Letitia Wright ancora da lavorare. Le migliori? Okaye/ Danai Gurira e Lupita Nyong’o/Nakia (quest’ultima impareggiabile, come sempre).