L’ultima missione: Project Hail Mary è il nuovo film con Ryan Gosling, in uscita in Italia il 19 marzo, incidentalmente anche la Festa del Papà. E di film bonario, da guardare in famiglia, magari, appunto, col proprio papà in effetti si tratta. Gosling, nella sua brillante ospitata al Saturday Night Show per promuoverlo (quella in cui si presta a un esilarante siparietto con Harry Styles, se ne avete sentito parlare), lo definisce un incrocio tra “E.T. e Incontri ravvicinati del Terzo Tipo”. O, almeno, un film che “viene descritto così”, aggiunge, lanciando il sasso e poi ritirando la mano. Che è poi nel suo stile di understatement, molto “canadese”.
In pratica, un film che ha in sé i crismi – o la speranza – di diventare il nuovo blockbuster fantascientifico familiare. Con tutti gli elementi del caso. A partire dal protagonista, l’antieroe per eccellenza – interpretato, appunto, da Gosling. L’eroe suo malgrado, l’eterno Peter Pan, l’adulto che non vuole crescere e resta sempre ragazzino. In poche parole, l’emblema stesso della Generation X, quello in cui non pochi padri potranno identificarsi – e molti teenagers anche, d’altronde, hanno la stessa maturità. Non a caso molte delle battute e dei riferimenti a film fatti dal protagonista necessitano di un padre della Generazione X che li traduca al figlio/figli adolescenti (una su tutte, Rocky/Adriana), che altrimenti non li coglierebbero.

Se il protagonista di E.T. era un ragazzino, solo e isolato a causa dell’infelicità per il divorzio dei genitori (e il protagonista di Incontri ravvicinati un adulto/uomo old-school, di quelli che abbandonano la famiglia per seguire le proprie passioni, un po’ alla Shakespeare di Hamnet), in Project Hail Mary il protagonista, Ryland Grace, è un rinunciatario. Un adulto che preferisce nascondersi dietro un lavoro al di sotto delle sue possibilità pur di non ammettere che i suoi sfolgoranti esordi si basavano su una tesi sbagliata. Errore=fallimento=preferisco non fare che fare ancora e risbagliare. Un adulto che si isola da tutto e da tutti pur di non affrontare gli impegni e le difficoltà di una relazione. Un adulto disposto a correre a gambe levate di fronte al dovere, pur sapendo di essere l’unico in grado di poterlo compiere.

Un adulto, quindi, che è restato un teenager. La parte “Mommy”, la madre che tenta di farlo crescere, è interpretata da Sandra Hüller (Eva Stratt). Che ha solo due anni più di Ryan ma, sarà per il ruolo, potrebbe davvero sembrare sua madre. O una sorella maggiore. Quella che vede in lui ciò che lui stesso non sa vedere. E fa ciò che deve fare, a prescindere da tutto. Perché quando non hai più altra scelta, l’unica scelta che hai è accettare di fare il necessario. Costi quel che costi.

Il co-protagonista, l’E.T. della situazione, l’Altro così altro che porta l’eroe a superare i suoi limiti e andare oltre sé, è Rocky. Così come E.T., perfetta rappresentazione di ciò che “l’eroe” deve superare. Nel caso di E.T., quel suo aspetto infantile, di cucciolo spaurito che agogna la “casa” ormai lontana (leggi, il sogno del protagonista di tornare ad avere una casa unita). In questo caso, la sua rigidità, la mancanza di adattamento (ché di adattamento si parla anche quando si devono riaggiustare i propri sogni di infallibilità e di gloria alla realtà della fallibilità e della fatica dei tentativi ed errori che simboleggiano la crescita). Il suo essersi inaridito a furia di togliere per paura di non riuscire. Tutto quello che alla fine lo ha reso indifferente al resto dell’umanità. Quanto potrebbe esserlo un pezzo di roccia. Che dove lo metti sta. Senza, in apparenza, altri desideri – spinte – motivazioni.
Ovviamente, l’incontro tra il nostro antieroe e l’Altro-da-sé che è Rocky fa avvenire il miracolo, e piano piano l’antieroe trova la forza e il coraggio di abbandonare ciò che lo tratteneva e diventare ciò che, dietro il prefisso (ah ah), è sempre stato: un eroe.
Il tutto avviene in due ore e mezza di film molto godibile, divertente. Con un tocco di lacrima che non guasta. Qualche suspense (di cui un’ultima, francamente evitabile, soprattutto perché allunga di una buona mezz’ora un film gradevole ma non indimenticabile, il che diventa un filo troppo). Insomma, tutti gli ingredienti da “cinema in famiglia” DOC. Perfetto per una domenica pomeriggio o una serata con bambini, pre-teen e teenager. Adattissimo a uscite padre-figlio/a/i. Magari da non vedere con l’amica fan dei film d’autore, complessi e impegnati (come abbiamo, per esempio, fatto noi durante l’anteprima qui in Francia), perché potrebbe uscire dalla sala inorridita delle vostre scelte “mainstream”. Che, si sa, per alcuni è peggio di una parolaccia.
Titolo del film (in italiano e/o in lingua originale)
L’ultima missione: Project Hail Mary / Project Hail Mary
Anno di uscita: 2026
Regia: Phil Lord; Christopher Miller
Genere: Fantascienza
Basato sul romanzo di Andy Weir (autore anche di The Martian).
Giudizio sintetico: Film per famiglie divertente, a tratti commovente, con qualche colpo di scena (comunque facilmente anticipabile). Ryan Gosling fa Ryan Gosling, un mix di Ken prima di scoprire il patriarcato che poi assume il suo ruolo e smette di essere solo il compagno di Barbie (in questo caso, smette di essere solo la versione più ridotta e apatica di sé). Goffaggine, tenerezza, il trionfo dei buoni sentimenti. Fosse stato anche più breve, probabilmente era meglio.
