di STEFANO GRIMALDI

Sotto la maschera e dentro l’anima di un talento

Questa, è la storia meno nota di un attore immenso che nasce come una scultura della iconografia hollywoodiana per diventare un blocco grezzo di granito preso a martellate da se stesso e da una vita che non gli risparmierà di incontrare i propri fantasmi interiori.

E di perdere. Purtroppo.

Una icona visiva e culturale che molto presto entra nell’immaginario dei cinefili – grazie a un film famosissimo di F.F.Coppola – come il nuovo J. Dean…il nuovo M.Brando…insomma l’ennesimo Messia cinematografico che la stessa Hollywood ciclicamente invoca per alimentare il proprio pantheon.

Partendo dalla foto a corredo, nel capolavoro noir-fumetto Sin City, Mickey Rourke entra (splendidamente) nel personaggio di quel mostro deformato, violento e malinconico che è Marv.

Un romantico reietto dalla forza brutale al quale l’attore riesce a dare una potente espressività, nonostante il pesante trucco protesico richiesto dalla sceneggiatura.

R (per brevità) è lontano temporalmente dal genere noir di Angel Heart (altro capolavoro nel quale un luciferino De Niro interpreta il diavolo), ma questa distanza non gli impedisce di “trovare casa” grazie al trio Tarantino-Rodriguez-Miller, che lo fanno resuscitare, in un genere nel quale la sua stella attoriale e il suo metodo recitativo seguitano a offrire il meglio possibile.

Laddove: torture psicologiche, mostri interiori, disagio e conflitto intimo, ambienti sudici, confinamento sociale e futuro da perdente (ma di gran cuore e dalla ingenuità infantile) escono prepotentemente da ogni personaggio che interpreta; proprio come facevano Brando e Dean. Perchè?

Perchè tutti loro erano così. Erano situazioni di vita vera entrate sotto pelle e mai uscite, se non grazie alla “terapia della recitazione”.

Una terapia che, dicevamo purtroppo, non è però sempre catartica e risolutiva, soprattutto una volta spente le telecamere.

Sotto le cicatrici interne ed esterne di Mickey, procurate nel tempo forse anche per autopunizione, autosabotaggio-troppa sofferenza, batteva ancora, e fino alle sue ultime apparizioni, il cuore di un attore immenso che non è stato capace di gestire un talento enorme, una sensibilità a doppio taglio e il rapporto con una umanità e una industria che se ne fregano delle tue fragilità.

R, non è stato solo il clichè del bello e dannato emerso da un suo blockbuster dall’erotismo patinato degli anni 80, corredato dalla sensualissima Kim Basinger e da musiche splendide.

No, la saga personale di questo uomo, diventato attore per eccesso di talento, racconta di una prigionia interiore coperta dal successo.

Racconta di un uomo che ha rifiutato, punendosi in tutti i modi, una ipocrisia dilagante fatta di finte amicizie, finti colleghi, fiction dalla narrativa inventata, vita surrogata e molto altro che lo ha portato a quel sabotaggio estetico attuale che tutti conosciamo.

Vi ricorda qualcun’altro??? Sì…proprio un percorso simile a quello autodistruttivo di Marlon.

Forse, Mickey Rourke, non trovava coerente – diciamo così – la sua bella faccia hollywoodiana coi suoi mostri interiori, più simili al volto trasformato e spaccato che la boxe, scelta a un certo punto della sua discesa, gli ha dato.

PENULTIMO ATTO

E’ Darren Aronofsky , con il film “The Wrestler” – che punta a restituire a questo sublime attore perduto una giusta dignità attraverso la storia di un lottatore la cui vita, costellata di errori, non è solo sceneggiatura interpretata da un Leone del cinema che ancora ruggisce, ma una confessione drammatica dei suoi fallimenti e delle sue fragilità filmate e immortalate.

NOTA EDITORIALE: L’immagine è della Dimension Films ed è estratta dal film SIN CITY di Robert Rodriguez/Frank Miller