Avengers: Endgame non è il classico film Marvel che ci si aspetta. Ne conserva i tratti principali, come la spettacolarità, i valori idealistici e i momenti – a volte fin troppo – goliardici, ma al di là di questi elementi, è l’opera magna che Disney teneva in serbo per il giusto finale di una saga, quella degli Avengers, che dopo Infinity War e lo schiocco letale di Thanos stava raggiungendo toni che dal dramma sconfinavano nell’epica. Avengers: Endgame è appunto un resoconto finale di oltre un decennio cinematografico, costellato di enormi successi al botteghino, film dalle connotazioni diverse tra di loro, personaggi eterogenei e fasi che hanno trovato inizi e chiusure sia al cinema che alla televisione. Ne ripercorre ogni tappa, dal primo capitolo corale del 2012 all’ultimo incontro fatale contro Thanos, e ce la mette tutta per farci ricordare quanto siamo stati legati ai personaggi – specialmente uno – che trovano in questo film un epilogo personale che ci allieta e ci sconvolge.

Il Marvel Cinematic Universe stesso non sarà più quello a cui siamo abituati. Avengers: Endgame è un nuovo anno zero dei cinecomics Marvel, che da questo momento dovranno necessariamente guardare in avanti, rimasti orfani di tasselli fondamentali di un’epoca che ha finalmente raggiunto la sua catarsi e la sua tragedia. Gli ingredienti fondamentali su cui si basa il film sono l’immancabile spettacolarità, la consapevolezza degli sceneggiatori di avere alle spalle un percorso lungo e dettagliato, un pubblico pronto ad emozionarsi… e a soffrire profondamente. Perché questo succede, ed è una pena inevitabile per tutti coloro che, pronti o meno, sapevano che lo scontro finale contro Thanos sarebbe costato la vita a molti dei protagonisti.

Avengers: Endgame è diverso da tutti i film precedenti

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Lo è sin dalle battute iniziali. Riprende esattamente da dove aveva lasciato in sospeso e prosegue senza incedere in digressioni o perdite di tempo – se non nei momenti centrali della sceneggiatura, in cui tra un evento e l’altro i collanti narrativi hanno rallentato di parecchio il ritmo – come a voler dire che il destino, o la vendetta, non possono perdere tempo. Quel che rimane dopo i primi minuti di riavvolgimento della matassa è un accasciamento psicologico generale da parte di tutti gli Avengers, tra coloro che si sono stoicamente ritirati a vita familiare, coloro che hanno iniziato a buttare via la propria esistenza, e coloro che invece tentano ogni giorno di ricavarne qualcosa di significativo.

A fare la differenza sono gli Avengers minori, fattori scatenanti del risveglio dei giganti

Le conseguenze di Infinity War però sono onnipresenti e il collasso apocalittico subito da madre natura ha distorto l’esistenza degli esseri umani – e del resto dell’universo, stando a quanto riferisce una Carol Danvers piuttosto pellegrina e sporadica per tutto il film – che non riescono a superare l’ostacolo gigantesco della perdita di metà dell’esistenza. Va di conseguenza che a fare la differenza dovranno essere inevitabilmente i personaggi minori, o quantomeno in penombra vicino a Rogers e Stark, a partire dal più eccentrico di tutti: Scott Lang, senza il quale tutto Avengers: Endgame non avrebbe avuto un motorino d’avviamento – o forse, e qui ci concediamo in un piccolo spoiler, senza un topo capitato al posto giusto nel momento giusto.

Ne consegue una concatenazione di avvenimenti a cascata, dove i personaggi con dei lati oscuri diventano i fulcri inamovibili di ogni scelta necessaria per avvicinarsi un passo in più verso la vendetta. Perché se da una parte Rogers rappresenta una volta per tutte l’eroe senza macchia, dall’altra i seriamente macchiati sono coloro che condurranno gli Avengers al compimento della missione, proprio grazie agli arretrati traumatici che si sono creati tra loro e Thanos. Tony Stark, Clint Barton, Natasha Romanoff e Nebula sono i quattro epicentri di un tumulto psicologico che costruirà i climax più dolorosi per gli spettatori, ma senza i quali non avremmo avuto uno scontro finale risolutivo, raggiunto col sangue del sacrificio e della lotta all’ultimo respiro contro un nemico che – a detta sua – è insindacabilmente ineluttabile.

Avengers: Endgame non è un film per i deboli di cuore

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Per dei motivi ovvi e semplici, ma altrettanto travolgenti. In primo luogo, i personaggi ci sono tutti – tranne gli scientificamente non rievocabili – in secondo le perdite che siamo costretti a sopportare in Avengers: Endgame non sono quelle che avremmo davvero voluto accadessero, in terzo luogo è un dramma epico, e come tale raggiunge dei livelli di coinvolgimento catartico. Sappiamo sin da subito che comunque vada, a vincere sono gli eroi, quindi le uniche cose davvero eclatanti alle quali prepararci sono le morti dei personaggi chiave e un tasso di spettacolarità mai raggiunto da nessun capitolo della saga – roba che Infinity War a confronto è una discreta prova generale, sotto tutti i punti di vista.

Avengers: Endgame non fa sconti e mette il punto a tutte le questioni, anche quelle che non volevamo veder chiuse

Visivamente, forse solo Il ritorno del re è riuscito a costruire delle sequenze belliche di questo livello, dove ogni azione compiuta dai personaggi è un sazio appagamento della nostra fame di veder chiusi dei conti, ritrovare una certa dose di autocitazionismo che tanto piace alle saghe e un continuo susseguirsi di colpi di scena, che a volte corrispondono alle nostre speculazioni, altre volte ci lasciano letteralmente senza fiato. La sequenza finale dello scontro, quando l’equilibrio  tra bene e male viene ristabilito, è un arrembaggio di supereroi, super CGI e di sentimenti, che culminano nel compimento finale del destino di un supereroe più di ogni altro, quello a cui tutti avevamo affidato le nostre preferenze da dieci anni a questa parte, ma in cui nessuno aveva riposto le aspettative di un finale del genere. Ciò che  comunque finisce quest’anno, con Avengers: Endgame, non è un ciclo narrativo.

È la fine di un’era, ripercorsa in ogni singola tappa lungo tre mastodontiche ore di film. Che ci si aspetti o meno gli avvenimenti principali della sceneggiatura, ogni scelta dei Russo ha sortito l’effetto desiderato dai registi: ci ha fatto capire quanto a lungo e quanto profondamente abbiamo seguito le orme di questi eroi, che una volta giunti a destinazione, sembrano personaggi coi quali abbiamo stretto un legame che trascende il decennio glorioso del Marvel Cinematic Universe, è parte di tutti noi. L’unico inciampo che il film finisce inevitabilmente per fare, è la citazione – forse obbligata – del politically correct, seguendo la scia dei movimenti a tutela delle minoranze, al potere da qualche anno a questa parte. Solo un avvertimento necessario: non c’è nessuna scena post credits, quindi una volta terminata la visione, raccogliete le forze per uscire dalla sala, e accettare che ci sarà un futuro senza alcuni dei supereroi che hanno costituito la nostra adolescenza e infanzia.

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