di Stefano Grimaldi

(non è il solito biopic)

Invecchiare non è per deboli”

Clint Eastwood

Ne ha fatta parecchia di strada nel cinema e nella vita quell’osso duro dal cuore tenero, abbastanza sottovalutato da Sergio Leone.

Quello straordinario Regista creatore dello Spaghetti Western, il quale pensava di Clint che avesse due espressioni: col cappello e senza..

Invece quel modo di recitare asciutto, espressivo nella sua inespressività, accigliato, spessissimo irritabile e giustizialista, funziona.

Funziona nei personaggi la cui sceneggiatura di poche righe si affida ai fatti.

Siano duelli al sole di mezzogiorno di una sudicia e perduta cittadina Western, o per le strade di San Francisco gestite in modo parecchio spiccio da Dirty Harry – Callaghan, Ispettore spietato verso il crimine e insubordinato; del quale però cittadini, politici e distretto non possono fare a meno, di lui e della sua 44 Magnum.

Se queste sono state le chiavi di svolta della carriera di un attore sottovalutato agli inizi, poi divenuto icona di 2 generi, ridisegnando il poliziesco in particolare, nessuno probabilmente si aspettava una carriera così prolifica e pressochè infinita, ricca di chicche extra da rivedere quali i thriller raffinatissimi psicologici e inquietanti “Play Misty for me” ribattezzato (male) in italiano “Brivido nella notte”, che vede il suo esordio alla regia; e “La notte brava del soldato Jonathan” diretto da quel Don Siegel che Eastwood ringrazierà sempre.

UN REGISTA LEGGENDARIO

E dunque qualcosa inizia a profilarsi all’orizzonte, già dagli anni 70.

In Clint c’è la vocazione dietro la macchina da presa. Per fortuna nostra e sua.

Con un taglio personale e riconoscibilissimo fatto di regie crude, profonde, sobrie e senza mega budget o effetti speciali, riesce a raccontare storie che ti spezzano a metà.

Affronta fallimenti umani, amori infiniti distrutti dalla vita, passioni travolgenti e mature (I ponti di Madison County complice una Streep sempre superlativa), paternità perdute e strazianti, disillusione, sogni e un rapporto conflittuale fra Dio e le responsabilità tutte umane.

Solo il colloquio col giovane Prete in Chiesa, di quel capolavoro chiamato Million Dollar Baby, sulle decisioni da prendere per le sorti della sua Boxeur vale l’Oscar a mani basse.

Altrochè “il cappello…”

Chiudo con una menzione speciale al suo Gran Torino, e alla capacità di questo Titano del Cinema a tutto tondo di creare riflessioni profonde sulle tensioni razziali, sul concetto di giustizia, sul coraggio di poter cambiare visioni e strade; usando una telecamera, un cortile, una strada e un garage…questa è arte.

Grazie Mr. Eastwood, per l’eredità e per essere riuscito a darci capolavori : col cappello e senza.