(non è il solito biopic)

di Stefano Grimaldi

C’era un ragazzo del Midwest di bell’aspetto, ma dagli occhi gonfi di tristezza. Era circondato da un fascino impalpabile, introverso e misterioso. Qualcosa, nella sua giovinezza, era andato storto…e parecchio.

Soli tre film di enorme impatto e una fine drammatica; per una eredità immortale.

Irrisolto, enigmatico, tormentato. Chi, al pari di lui, può rappresentare l’archetipo cinematografico del bello e dannato?

James Dean ha attinto la sua arte drammatica da veri e vissuti traumi infantili.

Quale uno dei massimi esponenti dell’Actors Studio method, nelle sue interpretazioni, si spinse oltre i limiti della recitazione dando vita a personaggi difficili e ardui.

La sua personalità era difficilmente comprensibile da molti colleghi e da alcuni registi, tanto erano miscelate in lui realtà e finzione artistica.

Era talmente complicato da definire, che su di lui si insinuò sempre e con una certa morbosità, perfino una doppiezza sessuale, all’epoca stigmatizzata dalla società e dal sistema della perbenista e a tratti ipocrita industria cinematografica.

Parecchi Rumors, in merito alle origini della sua carriera, nacquero in particolare a seguito di relazioni allacciate con figure potenti della Hollywood di allora.

Fatto è che tutto questo suo mondo interiore confuso, arrabbiato, frustrato e fragile gli conferiva delle doti attoriali straordinarie, potenti ed enigmatiche.

Bucava lo schermo James, e alla grande.

In un’epoca in cui la ribellione giovanile iniziava a contrastare lo schema sociale costruito dalla vecchia generazione, ovvero Il cosiddetto Generational – Gap, nel quale l’adolescenza ribelle veniva vista moralmente decadente; James invece, ci stava a pennello davanti alla macchina da presa. Le nuove generazioni lo adoravano. Si sentivano rappresentate da quel giovane così infelice, reattivo e controverso.

A conferma di ciò, vedere o rivedere per credere la sua interpretazione nel film Il Gigante; pellicola nella quale interpreta, in maniera sublime, l’evoluzione di un ragazzo triste ma motivato, diventare un magnate del petrolio ossessivo, maniacale, instabile e alcolizzato.

LITTLE BASTARD

Era il nome dato, da lui, alla sua amata Porsche Spyder.
E proprio quella grande passione lo tradì, responsabile di un destino ineluttabile già segnato da diverse tragedie.
Dopo l’incidente mortale nel quale “Jimmy” perse la vita, l’auto fu smontata e venduta a pezzi.

Ebbene, a ogni acquirente successero strani incidenti o eventi legati a quella ferraglia maledetta. Il resto della storia sparì inghiottito dal mistero.

Come purtroppo succede di frequente ai personaggi di successo giovani, belli o belle, dannati o dannate, figli e figlie di situazioni e rapporti nefasti, pare ci sia una sorta di legge non scritta capace di portarseli via con violenza prima del tempo. Impedendo loro di invecchiare…ma consegnandoli, in un qualche modo, all’immortalità.