(non è il solito biopic)
di Stefano Grimaldi
“Sono ancora vivo, maledetti bastardi!”
Papillon
Il Titano di cui parlare oggi è stato un personaggio mitico, ispiratore e ribelle.
Uno di quei personaggi che, in 50 anni, ne vivono 100 ai 1000 all’ora.
Icona a parte di quella Hollywood nella quale entro’ come un rombo di tuono, Steve McQueen, si rivelò un talento della recitazione estremamente raffinato, il quale, fino al magistrale Papillon, veniva ingaggiato prevalentemente per ruoli più vicini al carisma e alla sua spericolatezza innata, che per le doti recitative.
In Papillon, pellicola originale, visiva, stupenda, tensiva, claustrofobica, sporca e drammatica, nella quale gareggia con un’ altro mostro sacro chiamato Dustin Hoffman, troviamo un McQueen capace di disegnare un personaggio che nemmeno il massimo delle violenze e delle pene sono capaci di dominare.
Questo “suo” film in particolare, ha la forza della immersione in ambienti sudici, con persone perverse e violente, dove la forza dell’uomo riesce comunque a resistere, attraverso la volontà ferrea, a tutto o quasi.
Del personaggio scapestrato ma intelligente creato da Steve, non si può non innamorarsene e fare il tifo per lui, sebbene sia un avanzo di galera; che più che con gli uomini, nelle sue fasi oniriche, deve fare i conti con Dio.
La sua forza interpretativa ci coinvolge, facendoci diventare empatici e complici contro un sistema carcerario fintamente educativo e molto punitivo fino alle uccisioni programmate e alla creazione di ambienti altamente malsani, da tutti i punti di vista.
Oggetto questo della sceneggiatura, e motivo di grande riflessione sui sistemi di reintegro dei malavitosi in una società che fondamentalmente li vuole far sparire, confinandoli nel remoto…
Fra i primi dell’epoca a rinunciare alle controfigure, McQueen, si buttava in tutte le azioni spericolate fra recitazione e corse automobilistiche; sua altra grande passione.
Amatore instancabile, affascinante, divisivo, contraddittorio e parecchio tormentato; aveva confuso, forse inconsapevolmente, il set con la realtà.
Il suo originale stile recitativo era composto dal magnetismo ,dal carisma, dalla presenza e dal “non detto”.
Uno sguardo, una espressione facciale, una certa ambiguità pur sempre virile; congelavano telecamera e spettatori, oltre a parecchie spettatrici.
Insomma, aveva quel mix di caratteristiche che intrigava, che non te lo faceva mai raggiungere fino in fondo, che ti lasciava in sospeso, o meglio, in una situazione di suspense.
E’ stato quindi un attore e un uomo di grande potenza, la cui complessità caratteriale e il cui talento insinuante, ne hanno fatto durante e dopo la sua vita una icona di outsider, di emblema della spericolatezza vissuta con coraggio spesso incosciente, fino in fondo, a tutto gas.
Questo risultato, era probabilmente non calcolato , piuttosto era una irresistibile spinta interiore portata da una natura indomabile e imperscrutabile; che terminava però presto, a causa di una rara forma tumorale contratta nei Marines o durante le gare automobilistiche a causa delle inalazioni d’amianto, all’epoca diffuso e sconosciuto nella sua gravità.
Se ne andava così, THE KING OF COOL, come veniva soprannominato a Hollywood, senza il suggello di un Oscar che avrebbe meritato certamente nella sua corta, intensa, esplosiva carriera; entrando ugualmente nel mito col suo stile attoriale e di vita, spericolata...come ci ricorda il nostro Vasco Rossi.
