STEFANO GRIMALDI

(non è il solito biopic)

“…Presentati domani per l’allenamento.” – “Lo faccio già da sempre.”

Con questa battuta che giunge verso la fine di The Natural, l’allenatore Pop Fisher — che per tutto il film aveva ignorato, sottovalutato e ostacolato Roy Hobbs — gli riconosce quel talento eccezionale (naturale) con la promessa implicita di farlo giocare nella gara decisiva del campionato; il cui finale sarà da brividi complice una colonna sonora esaltante e più che mai azzeccata di Randy Newman.

Quel breve e asciutto scambio contiene tutto il personaggio e l’essenza del film, ovvero: disciplina silenziosa, dignità, tenacia, grandezza senza arroganza.

“The Natural” (Il Migliore in italiano, con una traduzione che non coglie la profondità del titolo originale…) è uno di quei film che Hollywood stessa crede di conoscere, ma che in realtà – forse – non ha mai davvero capito fino in fondo.

A dire il vero, dietro la mitologia del baseball come rito americano, c’è un’opera che parla di cadute, di seconde possibilità, di uomini che non diventano eroi perché vincono, ma perché non rinunciano a provarci quando tutto sembra già scritto. Quando tutto sembra passato. Quando tutto sembra già finito.

Robert Redford, in questa prova d’attore raffinata, sobria ma piena di dignità e forza silente, restituisce una immagine del campione “illustre sconosciuto” – ferito da una vita accidentale e precedente – di una malinconia coinvolgente di come avrebbe potuto essere, ma con la promessa di chi non molla nonostante tutto.

Hollywood, spesso sottovalutandolo perchè troppo elegante per essere “ruvido”, troppo complesso per essere identificato nel mito del divo classico, non si accorge di quello che il titanico Bob sta compiendo: Roy Hobbs è un uomo che ha fallito, è stato tradito, ha perso tutto. Ma non ha mai smesso di resistere e credere; trasformando così, silenziosamente, l’eroe mitico infallibile in un qualunque uomo capace di risorgere.

Barry Levinson, con acume infinito, gli costruisce attorno un film solido che parte come un’epopea sportiva, trasformandosi in una parabola morale, parlando di talento, responsabilità, coraggio, umanità senza valori, speculazione e grandezza sportiva laddove lo sport è un mondo abitato da tutte le azioni umane possibili.

L’amore di Kim Basinger seducente, ambiguo, avvolto in una nebbia che confonde desiderio e pericolo, ti fa credere di essere speciale mentre ti trascina verso il fondo.

L’amore di Glenn Close, invece, è un faro. Non seduce. Non promette. Ma illumina e ricorda nel momento più basso e in quello definitivo, più importante.

Anche qui, il film non dà adito a un semplice triangolo amoroso, bensì a una profondità di sentimenti contrapposti all’abbaglio della finzione per interesse.

La critica dell’epoca non colse tutto questo, vedendone un film “troppo romantico” o “troppo classico”; trascurando la profondità invisibile dei mille valori sussurrati e mai urlati, in contrapposizione (dicevamo) all’idea di sport più che alla sua sostanza. Amori compresi.

GRAN FINALE (impossibile non spoilerare)

Il momento in cui Roy Hobbs colpisce la palla in uno straordinario fuori campo mai visto, di una forza inaudita che riconcilia col durissimo passato, mentre lo stadio esplode in una costellazione di scintille a causa del corto circuito generato dal colpo, assieme alla progressione musicale, sono da frisson e lacrime.

Tutto è tornato al suo posto.

Il film è perfetto, consacra un ideale che può valere per tutti, usando il gesto finale come metafora di quel momento giusto per il quale non è mai troppo tardi.

Immenso.