Better Call Saul 4: la recensione del decimo episodio

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La quarta stagione di Better Call Saul giunge oggi al termine. L’ultimo episodio quadra una stagione che ha traghettato lentamente il racconto verso BrBa.


Siamo giunti alla fine. Sì, ma la fine di cosa? Quando una stagione giunge al termine in genere si deve avere quanto meno la sensazione di aver fatto il punto su qualcosa, ma il quarto capitolo di Better Call Saul ha imposto sin da subito la sua intenzione più deludente – almeno per la maggior parte dei fan affezionati a Breaking Bad, piuttosto che a Jimmy – ossia che la quarta stagione sarebbe stata lenta, progressiva, con pochi momenti topici ma nonostante questo carica di significato e di momenti profondamente commoventi. Ebbene, più che fare i complimenti a Gilligan & Co. per essere riusciti a centrare in pieno l’obiettivo, non possiamo. Che sia un pregio o un difetto per i fan della saga, questo non spetta a noi dirlo, ma una cosa è certa: se volevano fare una stagione che raccontasse un insieme di concetti piuttosto che un insieme di eventi, hanno fatto molto bene il loro lavoro.

Peccato che il confronto di Better Call Saul sia inevitabilmente Heisenberg, e bene o male qualcosa che ci vada vicino come intensità drammatica e adrenalinica – specialmente se sei in procinto di chiudere la saga – lo devi confezionare. Partiamo da un presupposto: questa stagione è stata la più intensa e drammatica che siano riusciti a costruire da molti anni a questa parte, quindi non possiamo definirla come un fallimento, perché non lo è – anzi, srotolando gli elementi psicologici contenuti in Better Call Saul 4 ci si rende conto che a dire il vero, la giustificazione a tanto tempo per produrla sia stata una ricerca certosina e fin troppo anti-coinvolgimento di una resa perfetta dell’essere umano, stilizzato con tutte le sue sfumature.

Un prodotto di questo tipo va gustato con calma, con tutto l’amore che abbiamo per la saga, ma tenendo i piedi ben piantati a terra, perché se ci si aspetta di veder spuntare da un momento all’altro Walt, Jesse, Hank o addirittura Saul Goodman fatto e finito – perché, maledizione, guai a mostrarlo in carne ed ossa! – si resta alquanto delusi. Questa non è una stagione per gli appassionati dell’azione o del thriller, è un racconto per gli amanti della psicanalisi, del tocco registico, degli stratagemmi – degni di Twin Peaks – e del cinema d’essai. Tutti elementi che confezionano un romanzo su immagini mai visto prima, ma che non si appoggia all’immaginazione quanto alla fascinazione delle sequenze visive, ed abituati come siamo agli standard di Gilligan, un Better Call Saul lento come questo rischia di concludersi in una delusione, che non è per quanto riguarda il livello artistico del prodotto.

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It’s all Good Man!

Il sunto definitivo di questa stagione di Better Call Saul, a nostro parere, è quello meno piacevole per tutti i fan degli anti-eroi del cinema: Chuck McGill – il fratello maggiore figlio di puttana – aveva ragione. Anzi, su una cosa si è sbagliato, perché Jimmy cattivo lo è eccome. D’altronde, la destinazione finale del racconto riguarda appunto il diventare cattivi, come in un affresco tarantiniano dove nessun personaggio è salvabile perché macchiato delle peggiori intenzioni. Dove Tarantino stilizza, però, Gilligan analizza, e viene fuori che Jimmy per tutto questo tempo ci ha davvero presi in giro. Ce lo aspettavamo, ma vederlo patire tutti quei momenti di difficoltà nelle prime stagioni ci aveva fatto credere che in lui ci fosse tanta luce, offuscata solo dagli eventi. In realtà è un uomo nato con l’indole criminale, un delinquente incallito con mille talenti diversi e che un giorno, tanto per mettersi in competizione col fratello, aveva deciso di fare l’avvocato. Professione che gli viene anche molto bene, ma solo perché rientra in quella categoria di esseri umani con l’istinto per la delinquenza tanto astuti da essersi specializzati nei mezzi che potrebbero impedirgli di perpetrarla.

Che sia vero o no che Jimmy è quello che abbiamo visto alla fine della puntata, di certo tutto il racconto – Lalo e Mark a parte, che onestamente non crediamo interessino così tanto agli amanti della saga – focalizza l’attenzione anche su un punto cardine attorno al quale gira tutta la costruzione psicologica dei protagonisti di questo universo narrativo: McGill è sì un delinquente, ma ci ha provato con tutto sé stesso a diventare qualcosa di meglio, a far capire al mondo che anche un nato storto come lui merita un’occasione, perché meritevole di lodi e di interessamento da parte dei colletti bianchi apparentemente senza macchia. Cosa che non avviene mai. E allora, a tutti i Jimmy McGill del mondo – e siamo tanti, forse tutti – cosa resta da fare, se non mandare al diavolo famiglia, fidanzata, ideali e valori? Saul – perché a questo punto va chiamato così – recita un’arringa che convince anche noi sulla sua buona natura, per poi sbatterci in faccia la verità, il suo essere un personaggio meschino e accentratore, che non solo usa gli altri per i suoi scopi, ma addirittura non se ne rende conto.

Il finale di Better Call Saul 4 è uno dei più aperti mai visti a cavallo tra una stagione e un’altra. Kim è impalata, non può credere alle sue orecchie, dovrebbe essere lo specchio filmico del nostro io, che allo stesso modo resta allibito dalle ultime parole di Jimmy. Un escamotage registico di prima categoria, che ci fa restare ancora più disgustati con noi stessi per essere arrivati al punto – con l’ultima battuta della puntata – di aver detto ad alta voce “sì! Finalmente Saul!”. Merito di Gilligan, merito di Odenkirk, ma sopratutto merito di un personaggio che, ora come ora, potremmo pensare che sia il peggior individuo tra i protagonisti di Breaking Bad. Speriamo davvero che non sia così, perché per come Jimmy somiglia a tutti i rifiutati dalla società, verrebbe da pensare che qualcosa di davvero cattivo e contaminato serpeggi dentro ognuno di noi. Visitate la pagina facebook di Better Call Saul Italia per restare collegati con la comunità dei fan dell’avvocato peggiore della televisione.