Creed II: la recensione del film

Creed II

Il sequel dello spin-off di Rocky, Creed II, rispetta le aspettative e ribalta la formula del reboot fine al guadagno, con momenti a dir poco epici.


Creed II è un film che va oltre lo stereotipo della formula del reboot fine al successo commerciale di una saga. Lo dimostra il pubblico, lo dimostrano gli attori, e lo dimostra ancora una volta Sylvester Stallone, che con una classe inossidabile riesce a dar corpo e anima ad un progetto che, facendo parte della saga di Rocky, non solo rispetta le aspettative di chi preannunciava un successo, ma ribalta a tutti gli effetti il classico stereotipo del cinema fastfood, dove le creazioni che trovano la priorità sulle scrivanie dei produttori altre non sono che un’operazione nostalgia capace di farci raccapricciare sin dai primi annunci ufficiali.

Creed II non è nulla di tutto ciò. Parte bene, continua ancora meglio e chiude alla grande, sotto il peso dei pugni martellanti di un sovietico forse ancora più letale del Drago visto in Rocky IV, e del sudore di un ragazzo di colore, Adonis, che da perfetta copia carbone aggiornata di Apollo, incarna nel modo più commovente ed esaltante il credo sportivo del suo mentore, dando importanza non tanto alla quantità di colpi ricevuti da Viktor – e dalla vita, come Rocky prima di lui – ma dalla forza che bisogna avere per incassarli e rialzarsi più determinati di prima.

Operazione nostalgia? Per Creed II, proprio no

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Che Stallone fosse un genio del cinema ampiamente sottovalutato si sapeva da tempo, e Creed II conferma la sua unica capacità di saper trattare un franchise coi guanti, osando – a volte esagerando – ma mai annoiando – missione a dir poco difficile per l’epoca del reboot e del remake. L’attore e regista padre di Rocky e di Rambo ha consacrato per primo la formula della saga steroidea a puntate, e sebbene abbia commesso degli errori imperdonabili con capitoli come John Rambo e Rocky V, nel caso di Creed e di Creed II le sue doti da imprenditore cinematografico e sceneggiatore impeccabile hanno premiato il suo amore per il rischio e per le storie di vita, che usano lo sport come metafora dell’esistenza.

Definire quindi Creed II un’operazione commerciale fine a sé stessa è riduttivo e profondamente controverso. Sin dalla prima visione del film, ogni momento del racconto che ricalchi la formula collaudata del filone pugilistico ideato da Stallone, ci conduce sempre alla stessa meta: una quantità di sentimenti e di emozioni irrefrenabili, nessuna delle quali ha a che fare con la delusione o la noia. Il film è per forza di cose una ripresa di eventi, rielaborati affinché gli appassionati di Rocky possano ritrovare i valori e i personaggi di cui si sentiva la mancanza, ma non si limita a questo, proponendo una rielaborazione dell’operazione nostalgia che ci fa scattare in piedi e gridare come forsennati, come se non fossero mai passati i quarant’anni dal primo episodio della saga.

Creed II mette in discussione le nostre credenze sulla saga

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Elemento fondamentale di Creed II è infatti il destino che Adonis deve compiere affinché il film fili liscio e senza intoppi. Sulla base di una vendetta personale, e la voglia di dimostrare ad un padre defunto il proprio valore, Adonis accetta una sfida che ben presto lo metterà spalle al muro. Ricalcando il percorso dello stesso Balboa durante Rocky III, il giovane pugile si ritrova a fare i conti con un avversario nettamente superiore e l’assenza di un mentore – uno Stallone Italiano davvero invecchiato, sia nell’aspetto che nella psicologia – fattori questi che ne sentenzieranno il fallimento prima della rivalsa. Una storia già vista, una sceneggiatura ricalcata, ma solo in apparenza.

Adonis compie un percorso personale che non segue le orme di nessuno

Adonis infatti non è Rocky, e Rocky non è Mickey. Un’inversione di tendenza, quella della sceneggiatura, che dimostra solo allo spettatore più attento la realtà dei fatti: Creed II non è un ciclo che si ripete. Quello di Adonis è un percorso personale, che non segue le orme di nessuno, come ben dimostrato nel primo film. Le differenze tra padre e figlio sono evidenti, come lo sono quelle col mentore – un Sylvester Stallone che mantiene l’altissimo livello drammatico raggiunto in Creed – e i veri avversari del ragazzo non sono i suoi fantasmi o il pubblico, famelico di rivivere le stesse emozioni incarnate in un nuovo personaggio, ma bensì il ruolo che gli spetta nella storia della boxe e nell’immaginario collettivo degli amanti di Rocky.

La regia di Steven Caple Jr., la sceneggiatura di Stallone, la grandissima interpretazione di Michael B. Jordan – come quella di Dolph Lundgren, la cui presenza non risulta per nulla il ritorno di una macchietta stereotipata, ma dipinge un Ivan Drago a tutto tondo, vittima di una sconfitta sportiva che ne ha decretato anche la morte sociale, essendo stato un soldato, più che un pugile – hanno creato un sequel dal valore profondo, che rispetta le aspettative di chi confida nel grande talento produttivo di Stallone, e zittito i detrattori che pensavano di trovarsi davanti l’ennesimo film sulla boxe confezionato ad hoc, che contasse sul prestigio di una saga e che cavalcasse la tendenza del reboot. Creed II vince su tutto, sulla saga, sulle credenze popolari, sulla fame di soldi che ha scarificato la qualità dei prodotti hollywoodiani.

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  • Regia
  • Recitazione
  • Sceneggiatura
  • Fotografia
  • Colonna sonora
4.5

Riassunto

Creed II è il film perfetto per coloro che andranno al cinema in preda allo scetticismo. Colpo dopo colpo, Adonis riesce a ribaltare non solo le sue sorti e la memoria di Apollo, ma perfino la credenza che un reboot sia utile al solo raggiungimento di una certa quota d’incassi al botteghino. Il film sorprende, emoziona, coinvolge e mantiene lo splendore della saga di Rocky ben piazzata a mezzogiorno.

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