In Captain Marvel, Brie Larson ha avuto la possibilità di dimostrare qualcosa di ancora inespresso nei cinecomics di casa Marvel, nonostante la grande quantità di eroi che costellano i fumetti della Casa delle Idee. Carol Danvers, infatti, è un personaggio che oltre alla sua sconfinata abilità nei combattimenti e nel padroneggiare i superpoteri che la renderanno una delle ancore di salvezza nella guerra contro Thanos, porta nella narrazione un valore in più fino ad oggi sconosciuto, lasciando agli spettatori una nuova sensazione, scaturita dai messaggi che Captain Marvel stia palesemente mandando al pubblico e ai critici: nelle sequenze d’azione in cui l’eroina prevale sugli Skrull, il modo in cui Brie Larson ha recitato le battute di trionfo sembrano davvero intendere che “se stai guardando un film della Marvel, cosa ti aspetti di vedere se non l’adattamento spettacolare di un fumetto?”.

Captain Marvel da il via ad un nuovo filone narrativo del MCU, con un cast di personaggi completamente sconosciuto, denotando una certa propensione da parte di Disney a fare scelte progressiste per mantenere i vari franchise sempre aggiornati e sempre appetibili dai gusti del pubblico che cambia. Il film in questione è particolarmente audace in questo, dove una nuova squadra di personaggi viene composta sì da personaggi conosciuti interni allo S.H.I.E.L.D., ma allargata da addetti ai lavori quali i registi Anna Boden e Ryan Fleck, che dipingono una Captain Marvel che inizia il suo cammino schernendo le autorità, fa errori umani quali cedere all’impulsività e rappresenta di fatto la prima protagonista femminile assoluta del MCU, ed è un piacere vedere come non intende andarci per il sottile.

La sceneggiatura di Captain Marvel impone un’attenzione troppo alta

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Man mano che la sceneggiatura di Captain Marvel prosegue, il film si sofferma sulle amare tematiche del tradimento e della fiducia mancata. In questo punto di svolta della narrazione, Carol deve mettere in discussione quello che sa sulla sua natura e sul suo scopo, ed è proprio qui che la performance di Brie Larson prende il volo. Fino a quel momento, il personaggio ha dovuto combattere seguendo il dettame rigido di una causa che le ha imposto un certo modus operandi, ed è proprio questo il cardine narrativo su cui fa leva l’evoluzione psicologica di Captain Marvel, usando l’escamotage del cambio di ideali come leva per smuovere il subbuglio emotivo che la renderà una supereroina dai poteri pressoché imbattibili per molti dei personaggi che abbiamo già conosciuto.

Se vuoi diventare la superdonna che sei nata per essere, devi rompere le catene che te lo impediscono

Captain Marvel è di fatto il secondo cinecomic basato su una donna, dopo la Wonder Woman di Gal Gadot, ma la motivazione che spinge le due eroine a combattere è ben diversa. Se Diana è mossa da una predestinazione, Carol proviene da una matrice che la tiene intrappolata; deve scrollarsi di dosso il suo retaggio e l’idea che aveva di sé per emanciparsi, proprio come vuole il femminismo per le donne, traducendo in immagini il principio secondo cui se vuoi diventare la superdonna che sei nata per essere, devi rompere le catene che te lo impediscono.

Durante il film, ci sono numerose nozioni da assorbire – fatto questo che avrebbe reso Captain Marvel più scorrevole se avessero previsto dei cambi di ritmo durante la prima parte di film – e sebbene il personaggio di Carol sia ben delineato nella somma delle parti, a volte sembra che l’esaltazione della sua prestanza fisica e durezza caratteriale non ci lasci abbastanza spazio per intravedere il suo terremoto emotivo. Alcuni passaggi fondamentali della vita del personaggio sono approssimativi, come il dipinto che viene fatto del suo rapporto travagliato col padre, e ciò nega anche ad Annette Bening di contribuire a dovere con la sua bravura, concentrata in pochi minuti. Pecche queste che vengono però bilanciate dal carisma di Brie Larson, che non sfigura mai tenendo alto l’appeal del personaggio.

Captain Marvel è una favola femminista essenziale

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Il duo registico composto da Anna Boden e Ryan Fleck sono una scelta davvero inaspettata per la Disney, che ha pescato dalla cinematografia indie per trovare i nomi giusti a cui affidare Captain Marvel. I due provengono dal cinema americano di basso profilo e nel film mantengono ben poco del loro stile, eppure riescono lo stesso a portare qualcosa di nuovo e coinvolgente, unendo lo stile Marvel ad un racconto pieno di trucchi narrativi che tengono alta la nostra attenzione. Nel momento in cui la sceneggiatura affronta il passaggio cruciale, infatti, Captain Marvel offre qualcosa di diverso rispetto ai cinecomics visti negli ultimi anni.

Quando smettiamo di cercare approvazione, possiamo letteralmente aspirare all’emancipazione

La battaglia finale, più di tutti gli altri eventi, lancia il metaforico messaggio che il futuro può essere molto migliore se smettiamo di credere ai nostri limiti e alle persone che ci fanno credere di essere emotivamente immaturi o deboli. Captain Marvel si traduce perfettamente nell’assunto secondo cui quando smettiamo di cercare approvazione, possiamo letteralmente aspirare all’emancipazione – e questa altra non è che un’apoteosi del femminismo, contraria alla svalutazione del ruolo della donna – consacrando il film come una favola femminista essenziale.

Il cammino individuale di Carol, come il ritmo del film, ci mettono un po’ ad ingranare, ma una volta decollati sono entrambi inarrestabili. Captain Marvel è un prequel che proietta lo sguardo in avanti, preparandoci completamente a quanto vedremo in Avengers: Endgame. Prepara il personaggio di Larson all’impegno che la vedrà in prima linea contro Thanos. Una delle battaglie del film è ancora una volta una poetica metafora del messaggio che Carol vuole mandare allo spettatore: durante uno scontro in perfetto stile Star Wars, la protagonista diventa un’eroina racchiusa in una luce soffusa, e sebbene questo non le dia nuovi poteri, le insegna come sfruttarli al meglio grazie alla scoperta di qualcosa di nuovo, la sua luce interiore.

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