Forse il film sulle crisi esistenziali più profondo e metaforico della nostra epoca, The Truman Show racconta la vita adulta di Truman, che è stato fatto nascere e crescere in uno studio televisivo gigantesco, venendo segretamente ripreso e trasmesso in mondovisione per tutta la vita. Paranoia e delusione – concetti per niente nuovi – da questo film in poi sono stati arricchiti dal fenomeno psicologico denominato The Truman Show Delusion, o Sindrome di Truman, un delirio di tipo persecutorio/megalomane caratterizzato dalla convinzione che la propria vita sia costantemente ripresa da telecamere nascoste e messa in mostra come reality-show da qualche rete televisiva Nel mondo digitale, è del tutto possibile trasmettere i propri pensieri a milioni di estranei, ma ciò che sembra essere terrificante nel film è che il personaggio non aveva idea di vivere in un mondo completamente fittizio.

Alla fine, Truman intuisce qualcosa e cerca di scoprire la verità in modo repentino, rischiando la sua stessa vita e le vite degli altri in questo cammino di scoperta. La possibilità che un uomo sia sorvegliato e messo in mostra per tutta la sua vita è profondamente inquietante, facendo sì che anche gli spettatori mettano in dubbio la realtà che li circonda. Il film si interroga se l’intera esistenza sia controllata e manipolata e se ciò la renda davvero meno reale, e se ognuno di noi volesse davvero scoprire se la nostra vita fosse un format televisivo. Nelle enciclopedie di cinema The Truman Show è tra i più filosofici e senza dubbio quello che riesce a superare le crisi esistenziali grazie a una filosofia racchiusa in una delle più sottili battute finali di sempre:

Nel caso non vi rivedessi, buon pomeriggio buona sera e buonanotte.

Filosofia che però deve vedersela con degli ostacoli sociali a dir poco terrificanti. Il protagonista interpretato da Jim Carrey scopre una realtà del tutto fittizia dove le relazioni, il lavoro e la sua vita sono stati confezionati per milioni di telespettatori. Cosa è reale? Dov’è che i riferimenti letterari a Cartesio, Sartre, Schopenhaur e Platone fatti dagli sceneggiatori possono darci un pretesto per pensare che Truman sia in errore? The Truman Show è un film estremamente inquietante, in cui un uomo viene monitorato da almeno 5.000 telecamere, trasmesso direttamente al pubblico, disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7. È come se la televisione fosse la divinità che ha creato Truman, osservandolo e seguendolo.

Questo conduce all’argomento chiave del film: dovremmo permettere a Dio di essere immorale o dovrebbe anch’egli essere vincolato alla morale e all’etica? Dobbiamo obbedire ai suoi comandamenti o ignoriamo ed esercitiamo i nostri giudizi? E quindi, se lo ignoriamo ed esercitiamo esclusivamente la nostra legge, siamo in qualche modo in torto? Ci saranno conseguenze per le nostre azioni? Anche in questo, il desiderio di una realtà alternativa che crea The Truman Show risulta essere un esperimento psicologico che su cui il pubblico può discutere. È un film sia sofisticato che in grado di offrire al pubblico l’opportunità di essere giudice del comportamento sociale, laddove riconosciamo in Christof la vera aberrazione del complesso di Dio, che abusa di un controllo sulla vita di un uomo inconsapevole esattamente come ora fa l’intelligenza digitale. Come sostiene lo stesso Carrey:

Credo che oggi, a livello micro, The Truman Show sia diventato reale, sebbene all’epoca fosse stato pensato a livello macro. Tutti ora hanno un canale YouTube o sui social in cui interpretano il loro piccolo mondo, proprio come Truman.

Riguardo al film, ci sono ancora alcune domande senza risposta. Spesso mi viene chiesto cos’è successo al personaggio una volta uscito fuori dal mondo artificiale. Ebbene, mi ci è voluto un po’ per capirlo, ma credo che sia rimasto solo anche una volta uscito dal set, perché tutti volevano saperne di lui finché era la star.

Da un punto di vista più attuale, sia per ciò a cui ci costringe la condivisione digitale sia per quello che abbiamo appena vissuto con la quarantena, il capolavoro di Peter Weir è la perfetta lente d’ingrandimento sulla realtà sociale e individuale, per il suo significato filosofico, per la leggerezza con cui dipinge il dramma interiore della reclusione e suggerisce una chiave di lettura valida per qualsiasi momento della nostra vita, o quando percepiamo qualcosa che non va, come se fosse tutto architettato per farci sentire e pensare in un determinato modo. Eppure, possono capitarci tutte le cose più strane o inspiegabili, individuali o collettive, come il Coronavirus o Cambridge Analytica, in grado di farci sentire pilotati o inadatti alla società, ma come per Truman, anche per noi arriva un momento in cui la nube del dubbio si dirada.

Ad emergere, in questo film, è l’indomabile volontà dell’animo umano di sollevarsi dalle crisi. Truman si ritrova a scoprire un mondo fittizio costruito apposta per lui, divenendo il simbolo cinematografico dell’alienazione per eccellenza, come nei classici letterari che hanno fatto la storia. Un uomo, un simbolo, cresciuto in una bolla, ma dalla quale poi fugge con uno spirito di rivalsa e un sorriso beffardo. Un film introspettivo sulla società digitale stessa ma non sulle persone, quanto invece su ciò che esse contengono, ossia gli istinti primordiali di libertà e desiderio di scoperta. La domanda da porsi, oggi più che mai, è però quella che si pone l’ornitologo di fronte al paradosso del tordo: passiamo la vita a guardare il mondo dal di qua delle sbarre, ma se ci venisse spalancata la porta della gabbia, vi torneremmo immediatamente dentro proprio come fa questo uccello? Oppure scompariremo nel buio ventre della realtà?

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