House of Cards: il manuale del potere secondo FU

Analizziamo l’accuratezza con cui House of Cards ha rappresentato le varie forme del potere, esercitato dal personaggio migliore di casa Netflix.


Machiavellico. Il primo concetto a cui si fa riferimento pensando ad House of Cards è questo. L’essere machiavellico. Sicuramente, ma insufficiente. Per arrivare alle origini del potere, di cosa vi è alla base, non basta un aggettivo. L’opera in questione è un’accurata descrizione sull’utilizzo del potere tra le più interessanti in circolazione. Non ci sono capitoli, ci sono personaggi, c’è una regia simmetrica al di fuori della quale i vari registi non escono mai. Perché la rappresentazione della crudeltà, e del potere appunto, deve essere un asse immobile girato verso il personaggio, collocato in una perfetta scenografia fatta di colonne, tende, muri portanti e mobili sempre al posto giusto. Il più terrificante e affascinante personaggio è senza dubbio lui, il Presidente Underwood, interpretato da Kevin Spacey nella versione americana e da Ian Richardson in quella britannica. L’unico ad avere la facoltà, almeno fino alla quinta serie, di muoversi liberamente in questa simmetria registica perfetta, studiata per condurre lo spettatore nella scalata dei coniugi Underwood, dopo il tradimento del Presidente Walker.

Il potere in House of Cards parte dall’autodeterminazione

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Urquhart non era d’indole socievole. Aveva passato l’infanzia a vagabondare da solo, o con un cane e uno zainetto di libri, nella tenuta di famiglia in Scozia, ma pur avendo imparato a convivere con se stesso non gli bastava mai. Aveva bisogno degli altri, non solo per starci insieme, ma anche per scontrarcisi, in modo da misurare le proprie forze

L’analisi dovrebbe cominciare da questa descrizione del Francis originale, quello britannico di Michael Dobbs, e di un’House of Cards piuttosto tatcheriana. Entrambi i Frank finiscono per governare nazioni, ma il loro percorso edificante inizia da una famiglia modesta e dal disadattamento. La prima parte riguarda l’isolamento, l’accrescimento della concezione di sé stessi. In questo Underwood è un maestro spudorato. Cinque serie sono cucite addosso a Spacey col proposito di sfoggiare la sua disinibita spavalderia, fondata sul sacrosanto preconcetto che i propri ideali sono l’unica fonte di verità. Principi al di sopra di ogni morale, utili al fine di realizzare, se non un mero ideale, almeno ciò che si desidera di più al mondo: l’immortale edificio marmoreo chiamato potere. Sin dalla prima stagione Underwood ci interpella costantemente, guarda in camera rompendo la quarta parete per parlarci o per lanciare sguardi d’intesa allo spettatore; un pubblico ansimante ad ogni perla di cinismo lanciata, come fossero dei mantra, contro oppositori e situazioni.

Nella diegesi, Frank viene udito solo dalla moglie Claire, la quale non lascia intendere dove stia la sua moralità. Dalla parte del potere, più per via di scelte portate avanti ad oltranza e a discapito di ciò che veramente le sta a cuore, o è possibile sia davvero l’unico personaggio peggiore del marito. L’ultima inquadratura della quinta stagione, la vede finalmente al posto di Frank, sul trono del potere. Ha già iniziato a parlare allo spettatore da qualche puntata, quando decide di stordirci con una cannonata che un po’ tutti ci aspettavamo, ma che ci lascia comunque sgomenti. Claire nega al marito la grazia, guarda in camera, e lo abbandona, perché “adesso è il mio turno”. Il sipario si chiude, la guerra è aperta, l’auto affermazione non finisce mai. L’autodeterminazione in House of Cards si fa viva sin dal primo episodio. Francis ci parla del dolore, di quanto sia utile se ti fortifica e ti educa, e di come possa anche essere inutile, facendoti solo agonizzare. “Io perdo la pazienza con le cose inutili”. E alla prima vittima del suo cammino, un cane ferito da una macchina sul ciglio della strada, viene risparmiato questo inutile dolore. Lo finisce senza esitazione, sicuro delle proprie azioni, derivate dalla concezione di sé. E allora avanti, finché tutti i tasselli non saranno caduti ed esisterà una sola nazione: Underwood.

House of Cards non vede il potere (solo) nei soldi

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Nonostante alla fine della quinta stagione le ideologie di Underwood nei confronti della natura del potere subiranno una sterzata, viene palesato sin dal primo episodio il suo rapporto col danaro. Una relazione basata sulle differenze, e FU tiene a sottolinearlo con una saccenza che non possiamo non condividere.

I soldi sono come ville di lusso che iniziano a cadere a pezzi dopo pochi anni; il potere è la solida costruzione in pietra che dura per secoli. Non riesco a rispettare chi non vede questa differenza

Non possiamo dargli torto, anche se uno influisce pesantemente sulle dinamiche dell’altro. Cosa che anche Underwood dovrà ammettere, abbracciando senza indugi la nuova direzione intrapresa per consolidare la propria autodeterminazione; attraverso la moglie alla Casa Bianca e la sua influenza nel settore privato. Raymond Tusk è il testimone di questa regola cristallina, che vede il potere dei soldi come meno autorevole del potere stesso. Tusk è un uomo d’affari che controlla l’energia nel settore privato, quel ramo del potere capace di influenzare e soggiogare le dinamiche della politica, ma il quale non può sopravvivere senza di essa. La contrapposizione può essere parafrasata da una frase di Tusk sui processi decisionali che condizionano l’essere umano:

Le decisioni basate sulle emozioni non sono decisioni, sono istinti, che possono essere preziosi. Il razionale e l’irrazionale sono complementari. Presi individualmente sono meno potenti.

Razionalità e irrazionalità sono come i soldi e il potere; sostengono la reciproca sopravvivenza, ma sono i primi a costruire l’edificio dell’altro. Chi la spunta alla fine è sempre la politica, con in mano le leggi in grado di punire chi possiede i soldi. Ma chi se ne importa, se lo scopo della tua vita è costruire una nazione a tua immagine e somiglianza! Vero FU?

House of Cards concentra il potere nel sesso

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Che lo si chiami Underwood o Urquhart, si parla in entrambi i casi di vampiri sessuali. Il sesso in House of Cards è onnipresente, accompagnando qualsiasi strategia. Poche volte viene però pubblicizzata come mera merce di scambio utile all’arrivismo. Zoe Barnes è l’unica ad utilizzarlo in questo modo, lo spiattella senza troppi giri di parole per quello che il sesso realmente può diventare: un lascia passare. Accoglie l’allora Majority Whip tra le sue grazie e il vecchio ci sta, eccome. Lei vuole scoop per infuocare i rotocalchi, lui vuole un dinamitardo pronto a far scatenare delle rivolte politiche a suon di articoli. Tutto, grazie al sesso. Peccato che anche in questo caso, FU non lo utilizzi come un lascia passare, ma come una fava che sfama due piccioni. Il sesso in quest’opera, appunto non è una pratica utile all’arrivismo, ma bensì uno strumento per entrare nella sfera emotiva delle persone. Perché è utile anche questo, per ottenere qualcosa dalla vittima dentro cui affonderanno i denti assetati di quanto sangue serve a placare la sete di potere di FU.

Le donne sono strane creature. E ora mi sono messo nelle sue mani…come potete immaginare. Ma non credo che rappresenti un rischio. […] Ora penso di essere pronto per fare un po’ il monello. Credo sia ora che mi dia un po’ da fare

Si sfrutta il mezzo carnale per arrivare in maniera diretta alle corde più sensibili delle persone, al fine di manovrarle a proprio piacimento; mentendo, sfruttando e uccidendo. Ma il sesso è anche il punto di contatto primordiale con ciò che siamo. La sceneggiatura utilizza i bisogni della carne per rivelarci quel che i personaggi sono realmente. Underwood va a letto con le donne, raramente con la moglie, ma fa l’amore solo con gli uomini. Esattamente come nelle antiche civiltà mediterranee, il maschio si lascia andare solo con lo stesso sesso, mostrando di sé quel che alle donne è proibito vedere. Anche questo è potere, perché è tenere celate le proprie debolezze a coloro che non sono tuoi simili. Coi diversi, in questo caso le donne, scambi qualcosa di utile, ma mai la propria essenza.

La trama di House of Cards raffigura i nemici come risorse

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Da non confondere col nostrano “molti nemici molto onore”. Underwood non trae onore dalle inimicizie, solo occasioni per rafforzare la propria posizione. Forse perché a tallonarlo è per lo più chi rivendica i principi di moralmente sano e consono alle leggi dello Stato. La caratteristica tipica di FU, anche se tra i due Francis quello più abituato a sfruttare il ribollire dei sentimenti nemici è decisamente Urquhart, è osservare la situazione per trovarne dei punti deboli da sfruttare a proprio favore. La strategia è quella classica della politica, che strumentalizza le debolezze degli oppositori, specialmente nell’epoca mediatica, quindi nulla di troppo originale. Niente di speciale, se non fosse per il modo in cui FU riesce ad intrattenere il suo pubblico, parlandogli di continuo, per istruirlo a cacciare nel sottobosco. Perché in fin dei conti questo è quello che fa Underwood: ci istruisce a circuire chi abbiamo intorno.

Il più ammirevole dei nemici di Underwood è stato sicuramente il Senatore repubblicano Conway, che riuscirà apparentemente a sfilargli la poltrona da sotto il fondoschiena… se non fosse stato così incauto da mostrarsi fin troppo onesto nella lotta! In House of Cards FU non ha nemici ingestibili. L’unico che sembra tenere il coltello dalla parte del manico è Petrov, allegoria di Putin. Tra i due pare scorrere una strana ammirazione, più per il modo in cui utilizzano il potere, piuttosto che per il loro ruolo pubblico. Essendo un adattamento non c’è alcun sentimentalismo tra USA e Russia; ma a Petrov va riconosciuto un certo livello di epicità, specialmente con frasi di questo genere, che spiegano in maniera piuttosto esplicita cosa siano i nemici per uno come Underwood.

Quando ero in Afghanistan subimmo un’imboscata ad opera del Mujahideen. Un uomo mi sparò qui e qui, e mi accoltellò quando gli si inceppò il fucile. Tolsi via il coltello e gli tagliai la gola. Gli staccai la testa e la misi su un asino che feci tornare al villaggio. Ho ucciso un uomo con le mie mani. Lei crede di esserne in grado? Io credo di sì. Lei è spietato, come me. A volte dobbiamo esserlo con chi ci odia, e a volte dobbiamo esserlo con chi amiamo. Deponga sua moglie dalla carica di Ambasciatrice. Lo faccia, e saprò che fa sul serio!

House of Cards tratta gli alleati come fossero ideali

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Punto chiave di House of Cards. Ideali e alleati vanno difesi e sostenuti ad oltranza, con tutto ciò di cui si dispone. Finché ci fanno comodo, poi si cambiano. Stamper, Durant, Danton, Russo, Blythe, Tusk e anche Claire. Nessuno fa la differenza, sono tutti utili e neanche uno è indispensabile. I casi più eclatanti sono quelli di Peter Russo e di Doug Stamper, ma leggendo attentamente le vicende chi subisce maggiormente quest’idea sono Donald Blythe e Catherine Durant. Blythe è stato uno dei più ferventi antagonisti dell’ascesa al potere di FU, sopratutto durante il periodo da Ministro dell’Istruzione. Ebbene, per quiete pubblica, facciata e messa a tacere di eventuali malumori, Blythe si ritrova Vicepresidente; spupazzato come un imbecille per poi essere soppiantato come uno scarto avariato da Claire Underwood.

Il Segretario degli Esteri Durant non è da meno, anzi, ci lascia quasi il collo. Personaggio ammirevole e positivo, incarnazione del buon senso politico e della donna pragmatica e comprensiva, Catherine Durant inizia a fare il gioco sporco ai danni di Underwood quando la faccenda diventa controversa. Il suo personaggio in House of Cards è unico. Vuole giustizia, ma sottovaluta l’abilità di Frank nel tenerla sotto controllo. La sua elezione a Segretario di Stato, fu una manovra politica dalle tinte sinistre, e la loro collaborazione ha portato le amministrazioni democratiche a traguardi eccellenti. Una carriera meravigliosa finita in fondo ad una rampa di scale, per aver tentato di intralciare gli Underwood. Non è un caso se questo concetto “underwoodiano” sia alla fine il più presente in House of CardsTutti usano tutti sfruttando i comandamenti di potere sopracitati, specialmente il quinto. Il potere è questo e vuole questo.

Ciò che si trova in mezzo ai due concetti sono le scelte, spietate o meno spietate; ma come dice Frank, “o cacci o vieni cacciato”. Alla fine ci ritroviamo incosapevolmente parte della lista di FU. Siamo i suoi alleati nascosti, i suoi padri confessori, coloro che non riusciranno mai a fare a meno di desiderare ancora e ancora di più; perché dipendiamo da tutto questo visibilio eclatante chiamato House of Cards. Come le scelte di Frank Underwood, che sin dalla prima stagione ci lancia addosso il suo spietato cinismo; e noi non possiamo far altro che odiare a morte il politico ed amare alla follia l’uomo.

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