di Stefano Grimaldi

(non è il solito biopic)

Difficile inzuccare tanti mostri sacri e Titani del Cinema in un colpo solo.

Il film originale di J.L. Thompson del ’62 con R. Mitchum e G. Peck, è un prodotto Noir dell’epoca nel quale una certa basicità della morale bene-male impersonata da due giganti del film in bianco nero, segue una sceneggiatura molto evidente e schietta, in linea con la psicologia dell’epoca.

La trama è comune ai due film con dei però...in quanto a stile registico, complessità dei personaggi e fobie sociali. E’ molto interessante, sempre, fare confronti fra i remake e le pellicole originali ai fini di comprendere meglio epoche, tecniche recitative e registiche; con relative sorprese non sempre a favore del remake o viceversa.

In questo caso, Scorsese, nella sua versione del thriller, metterà giù un paio d’assi da gran giocatore qual’è, inserendo camei della coppia di protagonisti originali, i quali dimostreranno di essere ancora dei vecchi leoni ruggenti di fronte alla cinepresa.

Unitamente a quanto appena detto, Martin per gli amici, interpreta la storia con maggiore istinto horror – psicologico, inserendo molti temi, più attuali dicevamo, come l’adolescenza, la violenza sessuale, l’inquietudine, la difficoltà di essere adulti o giovani, la disfunzionalità famigliare coperta da finto perbenismo, le falle della legge, insomma tutte le imperfezioni e le fragilità di un’epoca differente.

De Niro, a differenza di Mitchum, crea un demonio dalla forza malata e primordiale il cui desiderio di vendetta lo fa sopravvivere al carcere. Grande trasformatore della fisicità del personaggio nel quale si immedesima BOB, in stile Yakuza, ha il corpo tatuato di paradossali simboli religiosi di giustizia e revenge assieme; dimostrando una distorsione mentale che gli fa unire ossimori religiosi secondo una sua visione perversa della legge non solo umana ma addirittura divina, credendosi profeta, giustiziere e vendicatore.

Tutto il cast è all’altezza (Jessica Lange e Juliette Lewis in perfetta forma attoriale) comprimari inclusi ma, a mio avviso, quel Ttano maledetto di Nick Nolte strappa di prepotenza e si impossessa del ruolo dell’avvocato Bowden, che fu di Peck, dando forma (complice la stupenda regia claustrofobica e serrata) a un personaggio da Oscar.

Anche questa volta snobbato dalla Academy.

Scorsese dunque, in questo suo straordinario lavoro, riflette nelle scene e nei personaggi una società complicata piena di contraddizioni e debolezze, nelle cui maglie il male si insinua come giustiziere infetto.

La scena finale è pura arte cinematografica dall’ atmosfera disturbante e tempestosa, nella quale gli occhi di Bob De Niro-Cady sono la summa di quel che significhi Grande Cinema.