Il mondo in cui viviamo oggi, è scontato dirlo, va veloce, ma già andava veloce un secolo fa, motivo per cui i futuristi poterono già allora celebrare l’avvento di una nuova era, quella dell’acciaio, dell’elettricità e della potenza. L’altra faccia della medaglia si mostrò subito dopo, anche se a dire il vero esempi luminosi della duplicità del progresso non mancavano neppure all’epoca.

È più di un secolo che il mondo – almeno una sua parte – si muove più rapidamente, produce a ritmi sempre maggiori, sforna nuovi miracoli della tecnica con frequenza sempre crescente; da una parte la produzione materiale, gli spostamenti di persone e cose, dall’altra la produzione di idee, immagini, contenuti in senso lato.

Un mondo senza storie da raccontare

La rivoluzione dell’informazione ha cambiato il mondo, l’immagine da specchio si è fatta simulacro e noi viviamo in una simulazione in cui è impossibile trovare referenti affidabili e costruire narrazioni stabili. Tutto vortica e si attorciglia su se stesso in un caleidoscopio infernale di riflessioni e distorsioni grottesche. Sembra impossibile, oggi, produrre una narrazione lineare, che illumini un aspetto, pur minimo, della realtà: ecco allora che nel cinema entra il sogno, il simbolo sostituisce il logos e il pastiche diventa un ultimo disperato tentativo di comunicazione; con la fine degli orizzonti di senso e dunque delle narrazioni di senso non potevano che crollare anche i confini tra i generi: commedia e tragedia non ordinano più il mondo, tutto oggi è un contenuto.

La letteratura e il cinema, come sempre, hanno anticipato i tempi, per chi è stato in grado di leggerne all’interno i segnali più o meno celati, cosicché la crisi di oggi si prefigurava già nella crisi della narrativa di metà Novecento.

Quello che ci rimane oggi è poco rispetto ai fasti del passato, da questa crisi pare che non possiamo che rintracciare i frammenti dell’esplosione (o implosione), pochi alla volta, senza la possibilità di riunirli. Quest’impossibilità ha generato una rivoluzione antropologica profondissima, che manifesta i suoi sintomi più evidenti non solo nelle generazioni più giovani. L’overdose quotidiana di contenuti ha riprogrammato la nostra mente, che si trova letteralmente costretta a processare una mole immane di informazioni in brevissimo tempo. Per chi non lo avesse notato la durata media dei film è crollata, qualcuno oggi parla addirittura di ridurre quella delle partite di calcio, le serie hanno surclassato i lungometraggi e il format social più popolare è il TikTok, emulato in breve dal Reel.

La mente di oggi vive come un patimento insopportabile l’attesa: guardare fuori dal finestrino mentre si viaggia in treno, lasciando libera la mente, è diventata una pratica contemplativa per asceti contemporanei e si parla di mindfulness riferendosi a una condizione che era la normalità solo tre decadi fa.

Il tempo del grande cinema

Se vogliamo parlare di crisi di cinema questo è uno degli aspetti più rilevanti a nostro parere, senza nulla togliere alle cause materiali, alcune anche molto vicine a noi nello spazio e nel tempo; come l’ultima manovra di bilancio, che prevede tagli per oltre 150 milioni al Fondo Cinema per l’anno venturo e di conseguenza aspramente critica in questi giorni da Manuel Agnelli, storico leader degli Afterhours.

Chi oggi sarebbe disposto a investire tre ore del suo tempo per vedere un film, chi riuscirebbe anche solo a sopportare l’idea di stare fermo e, per quel che è necessario concentrato, davanti allo schermo per un così lungo tempo? In altre parole, chi guarderebbe ancora con piacere un capolavoro del cinema come “Il Buono, il Brutto e il Cattivo”? Chi saprebbe godere di una delle scene più famose del cinema, non solo di quello leonino, che è quella della ricerca dell’oro confederato nel cimitero di Sad Hill, con la corsa estatica fra le lapidi del Brutto, nel crescendo musicale messo a punto dal genio di Ennio Morricone; come si potrebbe godere pienamente di questa climax che ci conduce alla conclusione, senza tutto quello che precede?

Cosa sarebbe l’assassinio del tenete Kurtz sul parossismo finale di “The End” dei Doors senza il lento, psichedelico addentrarsi nella foresta lungo le silenziose anse del fiume Nung, senza aver osservato nei primi minuti del film l’orrore insensato della guerra del Vietnam?

Potremmo andare avanti per ore, il fatto è che oggi cinema e letteratura sembrano andare troppo lenti per i tempi della vita sociale: sono due format diventati desueti in brevissimo tempo, sottoposti a un edipo accelerato che ne ha eroso le fondamenta strutturali. Ci ha provato il cinema d’azione, a colpi di effetti speciali sensazionali, ma per lo più si tratta di prodotti artistici di ben poco valore, capaci di sollazzare in un primo momento, più per gli effetti visivi che per il contenuto (era l’epoca del dolby surround, del resto).

Non sono mancati, ovviamente, capolavori recenti, ma il cinema come istituzione culturale e come luogo di aggregazione sta vivendo le ultime fasi di una crisi ormai lontana: insomma le piattaforme di streaming sembrano aver dato il colpo di grazia, ma le cause profonde, come in tutte le fragorose capitolazioni, vanno cercate più addietro nel tempo. Se è vero che Roma non è stata costruita in un giorno, non possiamo negare che anche la sua caduta abbia richiesto del tempo.

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