di Stefano Grimaldi

(non è il solito biopic)

Per chi ancora non l’avesse visto (peccato quasi mortale) o per chi lo vede e lo rivede fino a consumare la pellicola scoprirà e riscoprirà che, un già leggendario Warren Beatty, cimentandosi per l’occasione alla regìa, riesce a raggruppare un cast stellare da Olimpo cinematografico unitamente alla ricerca musicale di colonna sonora e brani splendidi dalla diversa identità (cabaret anni 30 jazz-pop, musical), affidati non solo al celebre I’m breathless di Madonna in splendida forma, orchestrando in modo perfetto, coinvolgente, visivo, noir, poliziesco e thriller una storia che pesca tutti gli ingredienti (più altro), da un fumetto di enorme successo ideato da Chester Gould negli anni 30.

Più che focalizzarsi sulla solita recensione di rito, è importante a mio avviso soffermarsi sulle maniacalità stilistiche del film; a partire dall’uso del colore voluto da Beatty, in linea con quelli usati in origine dal fumetto-striscia (solo sette), da un ritmo incalzante ed elettrizzante, da scenografie straordinarie e, dulcis in fundo, una squadra formata da una serie di Titani al massimo delle loro capacità di caratterizzazione fra i quali svetta un Al Pacino-Big Boy Caprice verso il quale è difficile capire il motivo della non assegnazione di un Oscar anche solo dopo il suo discorso iperbolico e delirante fatto a tutti i Boss – Mob della città, riuniti in un confronto epico sul controllo dei racket:

…Esiste un solo George Washington! Un solo Napoleone!…un solo Me!”

Il Dick Tracy di Beatty non è solo una trasposizione cinematografica del fumetto, bensì una esplosione di colori, talenti assoluti laddove, ad esempio, il personaggio di Borbotto -cameo di Dustin Hoffmann – è un’altra “perla” attoriale che in due battute fa ben comprendere la sua statura artistica. E’ la caricatura di un mondo mobster anni 30 stilizzato, luccicante ed eccessivo, deformato da protesi o manie disturbanti (le ostriche divorate avidamente e rumorosamente da Lips- Paul Sorvino) in stile pop art, fra inseguimenti, smitragliate, cazzotti e valori come legalità, lealtà e l’incorruttibilità del poliziotto-eroe, perfino di fronte alla seduzione irresistibile ad opera della femme fatale di turno; quasi obbligata a vivere in un mondo non suo, forzato, e alla ricerca di un amore romantico e impossibile.

Tutto quanto messo in scena magistralmente con la complicità del top del top delle maestranze hollywoodiane (costumi, trucco…) unite all’ arte del titanico Vittorio Storaro mago delle ambientazioni, delle luci e delle ombre, nonché uno dei professionisti più influenti nella storia della fotografia cinematografica.

Infinite nomination varie, purtroppo quasi tutte mai sfociate in award, un successo relativo al botteghino, e una visione forse troppo avanguardista per i gusti degli anni 90, non tolgono allure a un film che merita un posto d’onore nella storia coraggiosa della cinematografia, della recitazione, della musica, della regia e della fotografia.

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