Girato tra il Trentino e il Friuli, Menocchio è uscito da poco nelle sale cinematografiche e sta già facendo parlare di sé, presentato al Festival del cinema di Locarno 2018 e ora disponibile nelle sale cinematografiche italiane. Sia la regia che la direzione della fotografia sono state completamente in mano ad Alberto Fasulo, un regista naturale, realista, semplice ma forte e coraggioso. Perché ci vuole coraggio a presentare un personaggio del genere in un film del genere.
Nel cast troviamo uno strepitoso Marcello Martini nei panni di Menocchio, insieme a lui anche Maurizio Fanin, Carlo Baldracchi, Nilla Patrizio, Agnese Fior, Giuseppe Scarfi, Roberto Dellai e David Wilson.
Per coloro che hanno visto Tir, film di Fasulo del 2013 vincitore del festival internazionale del film di Roma, hanno già capito il tipo di stile e modalità che caratterizza questo regista “umano” e avranno già capito che anche questo film non ha nulla a che vedere con grandi eroi pieni di ideali alla ricerca della verità, né con giovani melodrammatici pieni di voglia di ribellione per il mero gusto di contravvenire il sistema e men che meno con storie d’amore strappalacrime che tanto caratterizzano il mondo di Hollywood a cui ormai siamo tutti abituati e quasi assuefatti.
La nostra intervista al regista Alberto Fasulo e al cast di Menocchio
Questo è un film del tutto diverso, è un film di cui abbiamo bisogno senza sapere di averne bisogno. In questo film si respira un’aria del tutto diversa, un’aria nuova, fresca, forte e impattante. È la storia vera di Domenico Scandella (detto Menocchio), un mugnaio del Cinquecento di Montereale (quindi friulano, come friulano è anche il regista) che trova il coraggio di opporsi e mettere in discussione i dogmi della religione, andando contro all’Inquisizione che lo processa come eretico. Ma Menocchio non è un eroe, non ha nulla a che vedere con un un Giordano Bruno o un Galileo Galilei; è un uomo semplice, reale, vivo, che si può toccare con la mano. Non è un ideale o un concetto, potrebbe essere nostro padre o il nostro vicino di casa. Ed è proprio su questo che è basata anche la regia, sull’essere reale, chiara, vivida, pura. Alberto Fasulo non ci rende meri spettatori del film, ma ce lo fa vivere, interamente, pienamente, con i sensi ma anche con le emozioni e le percezioni, grazie a quel senso di ansietà e attesa che permane per tutta la durata.
Menocchio – una fotografia attenta

Quello che salta subito all’occhio è l’effetto visivo che Fasulo ha voluto dare al suo film, giocando con le luci e le ombre alla maniera caravaggiesca. Non ci sono effetti speciali né luci finte, solo quelle naturali della luce del sole o delle candele, proprio per aderire in pieno a quell’ideale del film vivo e più naturale possibile.
Se ad uno spettatore inesperto e, diciamolo, con una visione un po’ ristretta delle cose questo film potrà apparire qualcosa di assurdo e persino fastidioso, non lo è altrettanto per tutti gli altri, quella piccola manciata di pubblico che invece troverà in questo tipo di ripresa un capolavoro assoluto. Lo spettatore vede con gli occhi dei personaggi: se il protagonista si è appena svegliato dopo essere svenuto non vedrà bene pertanto vedrà tutto sfocato e anche lo spettatore vede sfocato. Noi seguiamo Menocchio fin dentro nelle prigioni e lì è tutto buio e in penombra, c’è solo la poca e debole luce delle candele a dare una parvenza di luminosità. Quando poi finalmente risale in superficie e la luce del sole lo colpisce agli occhi dopo giorni passati al buio, anche noi veniamo quasi accecati. Insomma, come si fa a non dire che sia geniale?
Per non parlare della cura e dell’attenzione ai dettagli, con i primi piani sui volti delle persone, sugli elementi naturali, sulle rughe e i denti marci. Tutto è studiato per essere coerente con l’epoca, i costumi e persino la fatica sui visi, la stanchezza negli occhi. Se lo paragoniamo con I Medici (nota serie televisiva della Rai) fa male; non ci sono volti puliti e capelli perfettamente in ordine come quelli di Richard Madden o Bradley James che di reale hanno poco e nulla. Eppure di una serie tv storica sempre si tratta.
Menocchio – improvvisarsi attori

La particolarità di questo film, nonché la sua straordinarietà, sta nel fatto che quasi nessuno degli interpreti è un attore professionista. O meglio, nessuno di loro ha studiato recitazione e nessuno di loro ha fatto film in precedenza.
Sono persone comuni, con lavori semplici, incontrate casualmente dal regista mentre prendeva un caffè o andava in giro per la città. E se l’effetto delle luci e l’attenzione ai dettagli non bastava per renderci parte della storia, sapere questo lo farà di sicuro. Inoltre, non c’era davvero una sceneggiatura, a nessuno di loro è stato chiesta di imparare un copione; è stato tutto improvvisato, un botta e risposta continuo e naturale basato sulla semplice conoscenza dei fatti di cronaca e l’immedesimarsi nel proprio ruolo.
Alle volte i personaggi parlano nel dialetto del proprio paese di provenienza, con la propria cadenza e i propri ritmi senza grossi paroloni o toni aulici e questo lo rende non un film storico – come all’apparenza può sembrare – ma un film attuale, che ancora oggi può entrare nelle nostre identità e nelle nostre teste e mandarci in crisi.
E sebbene le parole usate non siano particolarmente ricercate, hanno comunque la capacità di colpirci, di perforare e vibrare nell’aria con una potenza più prepotente di qualsiasi schiaffo o dolore fisico. Sono proprio quelle, unite ai sospiri, ai silenzi non interrotti da alcuna musica e agli sguardi a metterci in ansia e in tensione, tanto che quando vengono fuori quel paio di battute spiritose – non comiche né ironiche ma spiritosamente stupide – non si può far altro che scoppiare a ridere, una risata che in realtà è un sospiro di sollievo in un momento in cui ci si concede un attimo di pausa dalla tensione che il film lascia.
Menocchio – dalla pittura alla musica

È impossibile non cercare un confronto con i dipinti di Caravaggio nei giochi di luci e ombre del film, ma se proprio vogliamo c’è anche della poesia. Amiamo pensare ad Alberto Fasulo come a qualcuno che racconta storie, uno storyteller. Potreste dirmi che tutti i registi lo fanno perché raccontano le storie di tanti personaggi, di uomini e donne e bambini che fanno cose, ma gli altri registi lo fanno in maniera grandiosa, piena di effetti speciali ed elementi snaturati e troppo eccessivi solo per dare alla propria storia un’immagine unica.
Fasulo, invece, lo fa in maniera genuina, non pretende, non finge, non ingigantisce nulla. Lui racconta e basta così come stanno le cose, mostra la vita per quello che è e il più delle volte non è nulla di straordinario. Alberto Fasulo ci ha regalato un film davvero speciale ponendosi come regista artigianale e domestico; nessuna plasticità, nessuna finzione. È uno di quei pochi artisti che racconta perché ha qualcosa da raccontare e non perché vuole lasciare un segno. Dopo un primo spaesamento c’è la comprensione di quello che veramente il film vuole dire. È un boomerang che torna indietro, torna indietro quando usciamo per strada, quando guardiamo le persone, quando ci guardiamo allo specchio.
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Regia
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Sceneggiatura
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Fotografia
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Recitazione
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