Pity (Oiktos), diretto da Babis Makridis, è un film di produzione Greco-Polacca presentato in concorso al 36esimo Torino Film Festival. La storia tratta della vita del protagonista, chiamato “l’Avvocato“, dopo che la moglie finisce in coma a causa di un incidente. Questo evento lo porterà a contatto con la titolare pietà, o compassione, che il mondo inizierà a rivolgergli. Quando però la moglie riacquista conoscenza l’uomo si ritrova spogliato da questo calore umano, mancanza che lo colpirà duramente. L’Avvocato proverà quindi a ricercare questa compassione pur non realizzando le conseguenze delle sue azioni. La trama eccezionale a cura di Efthymis Filippou (The Lobster) e del regista, unita alla calcolata austerità registica, rende questo film una profonda ed ironica analisi della psiche umana.

Pity – un mondo compassionevole verso un uomo gelido

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L’Avvocato, interpretato da Yannis Drakopoulos, è un uomo che gode della sua tragedia. Il drammatico (ma mai precisato) incidente della moglie gli ha portato innegabile dolore ma, allo stesso tempo, gli ha mostrato i vantaggi dell’essere compatiti. Quando il protagonista ci viene presentato troviamo un uomo sofferente ma comodo nella sua situazione, circondato da un calore che il mondo non gli aveva mai dato. Questo uomo gelido nei gesti e quasi robotico percepisce quindi il brusco distacco dalla questo sentimento come un cambiamento inaccettabile. Inizia qui quindi la sua missione di tornare ad essere compatito, che viene mostrato tramite un abile uso di un humor dark e molto sottile.

La sua crociata però non porta autocommiserazione: viene vista solo come una meta che deve essere raggiunta, senza se e senza ma. I membri della famiglia rimangono da parte rispetto a lui, col figlio che cresce in una apatia affettiva e la moglie,  che risulta più presenta nella vita del marito quando era in coma. Il padre dell’Avvocato trasmette anch’esso un forte senso di distacco emotivo, una insensibilità che sembra scorrere nelle ideali vene di questa famiglia. Il film pone questa voglia di commiserazione come un peccato umano del protagonista, non giudicando ma osservando come la psiche dell’uomo ne risenta.

Pity – staticismo per esaltare l’emozione (o assenza di essa)

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Le scene di Pity sono volutamente statiche, come del resto è anche la recitazione del protagonista. Il film infatti si compone di una moltitudine di inquadrature fisse e movimenti calcolati a trasmettere tensione, non azione. Le musiche si aggiungono a questa scelta di inquadrature per creare un connubio angoscioso. Requiem e musiche dai toni grevi e lamentosi si uniscono nelle scene, sia per sottolineare il dissidio interiore dell’uomo che la grevezza della sua situazione. Egli infatti rimprovera il figlio che stava suonando una melodia allegra al pianoforte, intonandogli un greve lamento funebre in cui troviamo passaggi di questo tipo:

Agnelli e cani verranno ricoperti di sangue, cosicché tutti sappiano quanto noi ti amiamo.

La mente del protagonista ci si apre grazie a schermi neri con testi riguardanti domande esistenziali o frasi criptiche. Le scelte del protagonista non sono analizzabili in chiave logica quanto, invece, sono da guardare in chiave emotiva. L’Avvocato non considera più questa pietà come un gesto dovuto a chi ha una mancanza e non vede più il coma della moglie come causa scatenante. Lui desidera questa compassione giustificandola con una assenza di calore umano nella sua vita. La pietà che gli era concessa diventa una sua necessità infantile, rendendolo disposto a tutto per ottenerla.

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