In compagnia di Black Panther di Kevin Feige per la Marvel e Green Book con Viggo Mortensen e Mahershala Alì, BlacKkKlansman è il terzo film che si unisce alla candidatura agli Oscar – e già vincitore del Grand Prix al Festival del cinema di Cannes – che ha a che fare con la cultura nera e la discriminazione razziale. Una bella vittoria anche quest’anno per quanto riguarda questa minoranza, dopo la vittoria di Moonlight di ben tre Oscar nel 2017.

BlacKkKlansman è una comedy-drama biografica che racconta la storia di Ron Stallworth quando, negli anni Settanta, questi era il primo detective afro-americano che si infiltra nella comunità locale del Ku Klux Klan per esporli e mandare all’aria i loro piani. Il film è basato sulle memorie dello stesso Ron Stallworth, diretto da Spike Lee e con protagonisti John David Washington e Adam Driver.

La narrazione, tuttavia, non vuole essere solo la cronachizzazione di un piccolo evento storico sconosciuto ai molti per dare ancora più risalto a una delle tante discriminazioni avvenute in passato – e che ancora oggi ci riguardano abbastanza – ma anche la riflessione della stessa e una sorta di autocritica di una società a volte inconsapevolmente prevenuta sulle molte differenze che la compongono.

BlacKkKlansmanminoranze e discriminazioni

BlacKkKlansman, CinemaTown.it

Un po’ sulla stessa linea d’onda di Imperium (film del 2016 con Daniel Radcliffe in cui un agente dell’FBI cerca di sabotare un gruppo neo-nazista seguace dell’ideologia della supremazia bianca), ma meno forte e crudele e con quel tipico humor sottile e diretto che caratterizza i personaggi di colore, BlacKkKlansman ha un carattere un po’ borderline, passando in due veloci battute da una comicità un po’ assurda ma perfettamente azzeccata, all’orrore troppo reale che caratterizzava la condizione socio-politica dell’epoca, senza però mai apparire ridicolo o banalizzare il tema affrontato, ma anzi, dando una forte scrollata alle spalle del pubblico che non può fare altro che essere messo di fronte alla situazione, volente o nolente.

Quello che colpisce di questo film è la quantità di insulti senza mezzi termini rivolti nei confronti delle minoranze più svariate, tra cui sporchi negri, froci, schifosi ebrei, tant’è che il film si apre con un terrificante discorso contro alla legge che rende incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole pubbliche citando la sentenza Brown  che

ci ha schierato contro le marionette della Corte Suprema controllati dagli ebrei, costringendo i bambini bianchi ad andare a scuola con una razza inferiore, il colpo di grazia che farà diventare l’America una specie di ibrido.

Riecheggia la vecchia ma mai veramente sopita lotta tra due poli opposti, il white power con la sua supremazia dei bianchi che si auto-proclamano come la razza migliore, e il black power delle persone di colore che alzano la voce per i loro diritti e la parità di trattamento, con la differenza però che loro vogliono

il potere per tutte le persone.

Una storia che si tinge di colori fortemente politici, tra persone che difendono i loro ideali a qualsiasi costo e quelli che invece si preoccupano o hanno paura per i propri interessi in un mondo che evolve, che si trova ad affrontare cambiamenti sconosciuti, strani agli occhi di chi è più ostile ed è abituato a essere trattato coi guanti persino dalla classe politica. Il grido “Prima l’America” diventa il grido di battaglia, la bandiera che sventola costantemente nel film, ma un’America fatta di contraddizioni, piena di differenze, di persone di tutti i tipi ma allo stesso tempo razzista e ostile nei confronti di queste stesse differenze.

Non c’è solo la lotta, personale e emotiva, di Ron Stallworth (Washington), che ha a che fare col razzismo e la xenofobia, ma anche quella anti-semita che emerge col personaggio di Flip Zimmerman (Driver) che da questa situazione si trova a riflettere per la prima volta sulle proprie origini ebree e a realizzare che, quella che non gli pare essere la sua battaglia, in realtà lo è nel momento in cui tutti, per un motivo o un altro – religioso, razziale,  politico, sessuale – ci troviamo a essere discriminati da qualcuno.

BlacKkKlansman – imparare dal passato, migliorare il presente

BlacKkKlansman, CinemaTown.it

Sebbene il film non offra una panoramica a 360 gradi dell’intera vicenda di Stallworth e nemmeno un modo di narrare che non sia già stato visto in molti altri film di questo tipo, quello che invece funziona – e che forse era lo scopo del film – è il monito che vuole lanciare, agendo sulle coscienze degli spettatori. Si tratta di una vicenda avvenuta negli anni Settanta, certo, ma non è storia vecchia e non è nemmeno una storia con cui abbiamo completamente chiuso.

In un mondo dominato dai molti Trump che vogliono costruire muri, da carovane di migranti disposti a scontrarsi con i fucili di chi non li vuole lasciar passare piuttosto che tornare alle proprie case in cui hanno dovuto abbandonare ogni speranza, c’è assoluto bisogno di raccontare storie di questo tipo, come fecero a loro tempo – ad esempio – Il diritto di contare (2016) o Pride (2014). BlacKkKlansman non è certo un film di propaganda politica o di critica politico-sociale, non ha bisogno di esserlo.

È solo un semplice e schietto film che auto-riflette in primis e invita a riflettere coloro che vogliono farlo. Per quanto si provi a prendere le distanze da un certo tipo di vicende, relegandole a mera storia studiata nei libri che sono servite per evolverci, è impossibile non vederle riflesse nell’attualità: tanti passi in avanti sono stati fatti, ma anche altrettanti tanti passi indietro.

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  • Regia
  • Sceneggiatura
  • Fotografia
  • Recitazione
  • Colonna sonora
4

Riassunto

Sebbene il film non offra una panoramica a 360 gradi dell’intera vicenda di Stallworth e nemmeno un modo di narrare che non sia già stato visto in molti altri film di questo tipo, quello che invece funziona – e che forse era lo scopo del film – è il monito che vuole lanciare, agendo sulle coscienze degli spettatori. Si tratta di una vicenda avvenuta negli anni Settanta, certo, ma non è storia vecchia e non è nemmeno una storia con cui abbiamo completamente chiuso.

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