Non si può morire ballando: l’incontro di CinemaTown coi protagonisti del film

non si può morire ballando cinematown.it

A margine dell’anteprima stampa di Non si può morire ballando, Andrea Castoldi e i protagonisti, Negri e Palombi, hanno risposto ad alcune domande.


Non si può morire ballando, ultima fatica di Andrea Castoldi (Ti si legge in faccia, Vista mare), uscirà ad ottobre nelle sale cinematografiche italiane. A margine della proiezione in anteprima a Milano, all’Anteo Palazzo del Cinema in Piazza Venticinque Aprile, il regista e i due membri principali del cast, Mauro Negri e Salvatore Palombi, hanno risposto alle domande dei giornalisti presenti.

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Non si può morire ballando sembra parlare della depressione e, per così dire, della morte dei sentimenti che porta all’autodistruzione.

CASTOLDI: “Non si può morire ballando nasce da un’esperienza personale, per via di una brutta malattia di una persona cara, quindi avvicinandomi a questa persona, il protagonista del mio film, ho riassaporato nel film quella è è anche la staticità di un posto come l’ospedale. Il paradosso è che ci si avvicina ancora di più, all’inizio con pudore, ma poi con la parola giusta al momento giusto, pian piano ci si allinea al problema, alla malattia, ed ecco che poi come per incanto si trova una sorta di affinità ancora maggiore rispetto a quando siamo impegnati e in salute durante la vita. Perciò sì, è vero, volevo toccare queste corde“.

Perché avete scelto proprio il country per la colonna sonora?

CASTOLDI: “L’idea del country nasce dal fatto di poter creare del movimento in contrapposizione invece con un personaggio molto statico nel corso del film, quindi dal mio punto di vista poteva creare del colore grazie ad accessori come gli stivali o il cappello, e mi piaceva inserirlo come una sfaccettatura del personaggio. Oltre a questo, con Andrea Mele  (compositore della colonna sonora, ndr) abbiamo visto che poteva dare una certa forza al mood del film, infatti abbiamo dato molto spazio ad una clip, forse fin troppo lunga ma significativa, del ballo country“.

Come siete entrati nei personaggi?

PALOMBI: “In realtà c’è stato così poco tempo, che dopo qualche incontro preparatorio siamo entrati subito nel vivo. Il lavoro è stato pressoché personale: abbiamo analizzato i personaggi, abbiamo provato qualche volta le nostre scene, ci siamo confrontati su quello che poteva essere il nostro rapporto. Poi Andrea si è fidato della nostra sensibilità di attori, mentre noi delle sue doti di regista. Per esempio, alcuni ciak personalmente non li ritenevo soddisfacenti, mentre Andrea era contento, quindi abbiamo fatto molto affidamento l’uno sull’altro.

CASTOLDI: “Voglio aggiungere alcune cose. Abbiamo utilizzato due accorgimenti un pò particolari per far avvicinare i due personaggi. la prima è la condivisione della stanza, e poi, soprattutto su Salvatore, ho dato parecchia libertà. In realtà il fatto di doversi cimentare in questo personaggio senza poter usare il corpo, la fisicità, dal punto di vista attoriale e umano ha creato difficoltà, ma il bello era, in compenso, non indirizzarlo troppo: dargli libertà nel non averla. Diciamo che è stato un piccolo trucco che abbiamo portato avanti“.

NEGRI: “Io  ho lavorato molto sull’impossibilità delle persone vicino a chi è malato, che non sanno cosa fare o dire, come porsi, come risollevare il morale in queste situazioni. Ho lavorato su persone senza armi o strumenti che vanno avanti cercando per lo meno di vivere nel modo migliore i giorni che rimangono, perché comunque sia non puoi sapere come reagirà il malato, anche se lo conosci bene. è un percorso difficilissimo che ho voluto approfondire“.

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La costruzione dei personaggi come è nata?

CASTOLDI: “La costruzione dei personaggi di Non si può morire ballando è nata dalla contrapposizione. Massimiliano nel film è un commercialista, lo dice a bassa voce, è una persona concreta, mentre dall’altra parte abbiamo l’uomo del country. Mi piaceva l’idea di scambiarli a metà del film, tanto è vero che Massimiliano in un certo senso torna ad essere adolescente, provando a tenere in vita il personaggio di Salvatore con un gioco. Ad un certo punto addirittura ci crede, pensa di esserci riuscito. Dall’altra parte invece l’idealista, poco concreto, è quello che invece decide di smettere di battagliare ad un certo punto del film, che perde la forza vitale che lo aveva contraddistinto.

Ci può spiegare meglio la metafora iniziale di Non si può morire ballando?

CASTOLDI: “Ci ho lavorato davvero molto sulle metafore, fin dall’inizio. Il gioco della lavatrice, che poi non è proprio una metafora, a me è sembrato qualcosa di semplice, anche da leggere. “la vita altro non è che una distesa di fiori profumati con una lavatrice rotta piazzata nel mezzo”. Ovvero è un bellissimo quadro fatto di colori e profumi, ma poi nel mezzo ci finisce un elemento, un qualcosa che va a disturbare la bella vita“.

La durata delle riprese così breve è stata anche uno stimolo per voi?

CASTOLDI: “Sì, tenete conto che abbiamo una squadra rodata, parlo del cast tecnico, quindi siamo così pochi che a fine giornata ci ritroviamo insieme, intorno a un tavolo, per discutere di cosa è andato e cosa no, siamo un gruppo affiatato. Il film è nato per dei piani sequenza, dal punto di vista registico, voluti, quindi non dettati da esigenze produttive o di budget, perchè creavano quella lentezza costante. Ad esempio i lunghi corridoi, metafora del ponte tra vita e morte, vengono raccontati e citati con molta lentezza. Questo ci ha agevolato, poi dal punto di vista attoriale è difficile lavorare in piano sequenza, e loro hanno fatto un gran lavoro“.

Quali sono le difficoltà produttive di un film indipendente? e come nasce l’idea per Non si può morire ballando?

CASTOLDI: “Intanto il budget è molto contenuto, quindi c’è un’operazione di autocensura davanti al foglio bianco. Io mi dico sempre che, se non posso girare sulla luna, devo fare in modo di portare la luna un pò più vicina. La storia è stata scritta in poco tempo, mentre poi con gli attori di contorno abbiamo fatto 6-7 mesi di preparazione, perchè lì era ancora più complicato. Alcuni attori non sono professionisti, ed è difficile quindi prepararli nel modo giusto, così come non è facile rendere un professionista una persona comunque, è un lavoro a ritroso. La produzione è stata agevolata in alcuni aspetti da Film Commission Lombardia, che ci ha concesso di girare in un ospedale. Come in tutti i film indipendenti bisogna stare attenti, è chiaro che non si può far tutto: si cerca di trovare l’intuizione per non far perdere di significato il film a causa della mancanza di mezzi. Forse in realtà il lavoro è proprio quello, non perdere la via per mancanza di possibilità“.

Per quanto riguarda la distribuzione e la promozione, come si svolgeranno?

CASTOLDI: “Spero di non uscirne con le ossa rotte come con Vista mare, perchè lì la promozione fu estenuante, indipendente e autonoma. Toccammo 100 sale in giro per l’italia, mente stavolta ho cercato, grazie al sostegno di Distribuzione indipendente, di compattare le sale, e quindi di non presenziare ogni volta dappertutto. A Milano siamo all’Anteo e poi al Teatro Cinema Borgo, un piccolo cinema, e poi avremo altre opzioni attorno all’Anteo. Molti posti sono vicino a dove abbiamo girato al film ,in Brianza, a Lecco eccetera. Poi andremo nei capoluoghi, da Bologna a Firenze, Torino, Catania… la cosa bella è conoscere gli esercenti, avere un rapporto diretto con loro, perchè è gente che ci mette passione e ci mette del suo, di questo va tenuto conto“.

Dopo la conferenza stampa principale, siamo riusciti a strappare alcune ulteriori domande ai due attori protagonisti, Mauro Negri e Salvatore Palombi, molto disponibili a confrontarsi con noi.

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Salvatore Palombi, quali accorgimenti ha dovuto adottare come attore, essendo per lei la prima volta al cinema dopo una vita in teatro?

PALOMBI: “Beh è un lavoro sicuramente diverso, perché quando fai teatro devi far arrivare la voce fino all’ultima fila, c’è proprio un’impostazione diversa, devi farti sentire, mentre sul grande schermo la tua faccia la vedono ovunque, e ogni movimento mimico facciale diventa enorme. Perciò sono andato, diciamo, “a togliere”. Avendo girato principalmente cortometraggi e solo un film, da non protagonista oltretutto, questo è il mio primo da protagonista e quindi avevo una grande responsabilità. Ero preoccupato perché in genere si dice “si vede che è un attore teatrale”, quindi sono andato a togliere il più possibile l’impostazione vocale, espressioni troppo costruite o rigide, ho cercato di essere più realistico e di lasciarmi vivere il personaggio e cercando una respirazione, una morbidezza che mi accompagnasse nella giusta direzione e spero di averla presa bene“.

L’ha trovato complicato come processo?

PALOMBI: “No, perché mi sono trovato bene con Andrea e il mio compagno di scena, e mi hanno aiutato molto, mi hanno reso le cose più facili, mi sono molto divertito“.

Nella costruzione del personaggio quanta libertà avete avuto?

PALOMBI: “Dopo averne parlato prima dell’inizio delle riprese abbiamo analizzato quello che doveva essere, ci ha lasciato libertà totale, poi ovviamente si aggiustava il tiro, ma è stato un lavoro molto lavoro molto all’impronta. Per esempio alcune attrici e attori le conoscevi sul set un secondo prima di girare. In alcuni casi era una sorta di improvvisazione, sempre dentro il recinto della sceneggiatura ovviamente, Andrea è stato bravo a lasciarci andare“.

NEGRI: “Stando molto insieme, a stretto contatto, dormendo perfino insieme, io e Salvatore abbiamo avuto la libertà anche di elaborare tra noi alcuni aspetti delle scene e alcuni lati dei personaggi, creando tra noi una buona chimica che credo si sia vista nel film“.

In Non si può morire ballando vengono usati anche attori non professionisti. Come cambia il lavoro di un attore quando deve confrontarsi con loro?

PALOMBI: “In realtà per me è cambiato poco, ma è sempre un pò una sorpresa, perché hai a che fare con persone non abituate a telecamera e recitazione. Il punto è che è stato talmente intenso, e c’era una tale concentrazione, che poi ha funzionato tutto bene, è stato tutto organico e armonico“.

NEGRI: “Beh cambia un pò, perché i tempi sono differenti, ma secondo me si riesce a recuperare spunti naturali che forse tra attori professionisti non si troverebbero. Diventa un pò più difficile anche, però tutto sommato consuntivo, perchè poi se riesci a creare un minimo di rapporto un attimo prima di girare, come è avvenuto nel nostro caso, si agevola tutto“.

Per un attore restare nel personaggio solo per 12 giorni crea solo difficoltà, o può agevolarlo in qualche modo?

NEGRI: “Diciamo che lavorare in così poco tempo ti porta a sparare tutte le cartucce subito, in un certo senso. Ti costringe ad una concentrazione estrema, in una situazione di grande pressione psicologica. Certo, magari poi tenerlo per 6 mesi può avere difficoltà diverse, che invece in così poco tempo non hanno il tempo di presentarsi“.

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