Category:

Interviste

Interviste News

Rocketman: la conferenza stampa al Festival di Cannes 2019

Durante l’ultima conferenza stampa al Festival di Cannes 2019, gli attori e il regista del biopic su Elton John, Rocketman, ha raccontato la sua vivace esperienza al servizio di un racconto sul cantante che, come sottolineato da tutti i presenti, ha dato uno stimolo diverso e innovativo alla produzione dei biopic musicali. Lontani dall’ombra inevitabilmente proiettata da Bohemian Rhapsody, la conferenza si è svolta all’insegna degli aneddoti e della riflessione su quanto fatto in produzione, lanciando messaggi precisi all’industria cinematografica, che in questo preciso momento storico sta attraversando una fase evolutiva epocale. Protagonista del film e dell’incontro è stato Taron Egerton, che rispondendo alle varie domande ha potuto raccontare la sua esperienza affianco ad Elton John:

Fare Rocketman è stata un’esperienza unica e totalmente diversa dalle altre. A 17 anni riuscii ad entrare a scuola di recitazione cantando proprio una canzone di Elton, col quale ho lavorato ogni giorno. Prepararmi all’interpretazione del suo personaggio è stato un percorso immersivo, sono stato con lui praticamente ogni giorno e ne abbiamo anche combinate parecchie.

È stato sempre al mio fianco senza consigliarmi cosa fare o non fare, imparare ad interpretarlo è stata una questione di confidenza, è bastato avercelo vicino tutti i giorni… ho conosciuto letteralmente tutti gli aspetti di Elton, potrei raccontare miriadi di dettagli a riguardo!

Il confronto con Bohemian Rhapsody, sebbene nessuno degli intervistati abbia mai fatto riferimento al film su Mercury, è stato inevitabile, e alla domanda secca fatta ad Egerton su quale sia stata la pressione che ha subito avendo Malek come riferimento ai premi internazionali, sia l’attore che il regista Dexter Fletcher hanno fatto immediatamente capire la loro opinione in merito, con un senso dell’umorismo molto sottile ma alquanto esaustivo.

Questa è una domanda davvero infima, lo sai? Rami Malek è indiscussamente il miglior talento attoriale che abbia la mia generazione, non ci sono dubbi a riguardo. Ogni film è un animale diverso dagli altri, non ci siamo paragonati a Bohemian Rhapsody sopratutto perché i due progetti hanno scopi differenti. Quello sui Queen puntava ad un successo di massa senza eguali, noi abbiamo basato tutto sulla musica di Elton e sul conseguente riarrangiamento dei pezzi.

Rocketman è un approfondimento sulla vita intima di una persona ancora in vita, lo abbiamo voluto rappresentare musicalmente ed artisticamente, il paragone con Rami è totalmente inappropriato. Anche perché, [sarcastico] non ricordo molto bene, chi ha finito di girare Bohemian Rhapsody?

rocketman cinematown.it

Proprio riguardo l’ispiratore di Rocketman, Elton John, Dexter Fletcher ha voluto lanciare un plauso per come si è aperto totalmente e sinceramente durante la fase preparativa del film, essendo stato molto elastico nel concedere spazio di approfondimento nella sceneggiatura. Fletcher infatti ha amato molto il modo per nulla invasivo di Elton, che non ha mai puntato il dito sulla lavorazione indicando cosa fare o meno. I temi più umani e attuali dell’intervista col cast di Rocketman, sono stati invece toccati dalla protagonista femminile del film, Bryce Dallas Howard, che durante i suoi interventi ha messo il punto su quale sia stata la ricetta del successo del film e quale sia il genere di film che Hollywood deve produrre per sopravvivere.

Ciò che abbiamo fatto con Rocketman si distingue totalmente da molti altri biopic su grandi star, perché abbiamo raccontato la vita di un uomo che è ancora vivo. Non c’è stata mitizzazione di Elton, la sua leggenda è vivente, quindi per noi è stato più facile farne un ritratto intimo più legato al lato umano che a quello artistico. Il successo di Rocketman sarà tutto basato su questo aspetto e sulla musica.

Vi assicuriamo che un film del genere sfrutta il climax dell’esperienza collettiva in sala, va condiviso, non può essere distribuito altrimenti. Oggi il cinema deve spingere la produzione dei grandi film che sono un’esperienza totale per lo spettatore, perché ci sono film che possono essere relegati alla sola fruizione televisiva, mentre altri no. È importante che le case produttrici puntino sopratutto su questi progetti, quelli eclatanti, perché garantirebbero la sopravvivenza sia delle major che dell’amore del pubblico per l’esperienza in sala.

LEGGI ANCHE – Rocketman: la recensione del biopic su Elton John

Eventi Interviste News

I morti non muoiono: la conferenza stampa al Festival di Cannes 2019

Si è da poco conclusa la prima conferenza stampa di un film in concorso al Festival di Cannes 2019, I morti non muoiono (The dead don’t die), presentato in apertura di concorso nella serata di ieri. A mancare è stata la leading star del film, Adam Driver, e non sono mancati i momenti di approfondimento sulle tematiche affrontate nel film, sconfinando nell’attualità. A condire l’appuntamento è stato l’inossidabile senso comico – quasi burbero – di Bill Murray, che in più riprese ha sottolineato il suo punto di vista senza troppi giri di parole. In chiusura, sono state Tilda Swinton e Selena Gomez a dare i loro messaggi progressisti a tutela dell’impegno femminile nel cinema, e sulla salvaguardia dei giovani sui social. In apertura, il regista e  Jim Jarmush ha motivato alcune delle sue scelte drammatiche fatte in I morti non muoiono, citando i suoi padri ispiratori:

I morti non muoiono è un chiaro omaggio al cinema horror promosso da Carpenter e i grandi maestri del genere, come Dario Argento e Mario Bava. Non è il mio genere principale, quindi il film è stato il risultato di uno sforzo creativo congiunto di grande valore e per il quale sono grato al resto del gruppo di lavoro. Abbiamo fatto qualcosa di grande che spero possa piacere al pubblico.

Gli zombie altro non sono che una metafora della realtà, come ho espresso in alcune scene. Qualcuno ha detto che ho messo in bocca ai personaggi messaggi pessimisti, chiedendomi se I morti non muoiono sia un messaggio negativo. Credo che sia molto meglio consegnare agli spettatori – specialmente i giovani, che Selena combatte per tutelare e motivare – un messaggio del genere, che è un invito all’accettazione della realtà affinché tutti la possano migliorare.

Proprio Selena Gomez – ringraziata calorosamente da Jarmush per il suo impegno coi giovani – ha voluto sottolineare come non ci sia una distanza di sicurezza tra la realtà e i social network, e che non ci siano dei veri e propri mezzi con cui limitare il potere negativo di questa tecnologia, sebbene creda ciecamente nel raziocinio di chi li utilizza. Tagliente e poco loquace per gran parte della conferenza, è ovviamente toccato a Bill Murray far da intrattenitore della conferenza, con risposte secche e schiette, arrivando comunque ad affermare alcune credenze personali con grande convinzione.

Come mi hanno convinto a fare I morti non muoiono? Pagandomi! Sembra scontato, ma vi assicuro che non lo è. Questo è un lavoro pericoloso nel quale ogni giorno si rischia di farsi del male, sia dentro che fuori dal set, quindi sperare ogni volta che quello non sia il tuo ultimo giorno di riprese è proprio quello che accade. Non ho dovuto consigliare nulla a Jim sulla comicità da infondere a I morti non muoiono, non c’è stato un lavoro di squadra sotto questo aspetto.

Mi hanno simpaticamente chiesto se credo nella vita dopo la morte, visti i miei recenti impegni in pellicole che in qualche modo ne parlano. Sì, credo ciecamente che ci sia, ma sono altrettanto convinto che non sia concessa a tutti. Potete credermi sulla parola, secondo me la vita dopo la morte non è un privilegio riservato a chiunque.

i morti non muoiono the dead don't die cinematown.it

Durante la conferenza, a dare i messaggi più stimolanti sugli argomenti di attualità è stata Tilda Swinton, attrice che non ha smentito in nessun intervento il suo carisma cristallino, in un look mascolino perfettamente aderente al suo modo di comunicare. Tra domande di stile e qualche approfondimento su I morti non muoiono, Swinton ha raccontato alcune esperienze personali nel genere horror, fino a rispondere in maniera dilagante ad una domanda riguardante le figure femminili nell’industria cinematografica.

Nonostante I morti non muoiono, non sono molto avvezza con gli zombie. Ho partecipato ad alcuni progetti horror sia in passato che recentemente, come nel Suspiria di Luca Guadagnino, ma non mi reputo una grande fan del genere, contrariamente a quanto ammesso da Selena.

Alla richiesta di un nostro commento sulla presenza di soli tre film diretti da donne al Festival di Cannes di quest’anno, condivido pienamente quanto appena detto da Carter Logan (tra i produttori del film, ndr.), sono troppo pochi! Qualche tempo fa è scomparsa una grande regista danese, alla quale finché era in vita sono stati dedicati solo dei trafiletti di giornale, ma una volta morta è stata celebrata come un mostro sacro.

L’industria del cinema deve rivedere completamente il canone tradizionale partendo da dentro le scuole di cinema, dando alle registe donne maggiore spazio di esprimersi e arrivando a promuoverle in maniera specifica. È un impegno che dobbiamo prendere tutti, le registe ci sono, sono migliaia e fanno capolavori ogni anno, bisogna dar loro i meriti che si stanno guadagnando.

LEGGI ANCHE – I morti non muoiono: la recensione del film d’apertura al Festival di Cannes 2019

Interviste News

Amici Come Prima: la nostra intervista a Christian De Sica e Massimo Boldi

Abbiamo incontrato Massimo Boldi e Christian De Sica, a Milano, per parlare della loro ultima fatica: Amici Come Prima. Il film, che uscirà nelle sale il prossimo 19 Dicembre, segna il ritorno, dopo 12 anni di “separazione”, dei due attori.
Il ritrovato sodalizio artistico li riunisce in un film che prende le distanze dai classici cinepanettoni e che, al contrario dei passati film della coppia, è diretto da Christian De Sica, con l’aiuto del figlio Brando che – ricorda – è un talentuoso regista.

Christian De Sica interpreta Cesare Proietti, direttore di un albergo di lusso, che viene licenziato in tronco da Antonella, figlia del proprietario Massimo Colombo, interpretato da Massimo Boldi. Cesare, rimasto senza lavoro, scopre che Luciana sta cercando per suo padre una badante, ed è disposta a spendere 5000 euro al mese pur di arginare il vivace e arzillo Massimo. La prospettiva di uno stipendio così allettante spinge Cesare a candidarsi. Travestitosi da donna, Cesare riesce a travolgere Massimo al primo incontro, conquistandosi il posto. Tra esilaranti imprevisti e situazioni equivoche, nasce un’intesa perfetta. Cesare però non ha il coraggio di svelare la verità alla moglie Carla (Lunetta Savino) e al figlio Matteo (Francesco Bruni), che continuano a crederlo direttore dell’hotel. Per quanto tempo riuscirà a tenere nascosta a tutti la sua doppia identità?

amici come prima cinematown.it

Amici Come Prima, di nuovo insieme dopo 13 anni: com’è stato il primo impatto sul set?

Christian De Sica: Sono passati 13 anni ma è come se non fosse passato neanche un giorno, perché il primo giorno in cui abbiamo lavorato insieme, quando mio figlio Brando – che ha firmato la co-regia con me – ha detto “motore, azione”,  non abbiamo neanche provato la scena, abbiamo subito recitato davanti alla macchina da presa e tutto ha funzionato. Tra di noi c’è sempre stato un rapporto magico e non si sa perché, siamo molto diversi, però insieme funzioniamo.

Come ha detto lei, suo figlio è giovane, ha portato una ventata di freschezza

Christian De Sica: Sì è vero, ma non soltanto Brando, anche gli altri ragazzi e ragazze che hanno lavorato con noi, erano tutti molto giovani, e questa cosa – almeno a me – ha riempito la vita, perché mi dava ancora più spinta. Sai la gente di una certa età oramai si lamenta soltanto, quindi per far ridere non bisogna lamentarsi, non bisogna avere memoria, bisogna sempre vivere nel presente. 

Che consiglio che dareste ai giovani che vogliono intraprendere una carriera nel mondo dello spettacolo?

Christian De Sica: Ti deve piacere davvero tanto

Massimo Boldi: Ma molto però!

Christian De Sica: Se tu lo fai per i soldi e la notorietà questi non arrivano mai, perché è un mestiere costruito sul niente, sull’acqua; e non c’è cosa peggiore di salire e scendere le scale dei produttori dicendo “mi fai fare/mi fai lavorare”. Quando hai vent’anni lo fai, quando ne hai quaranta o cinquanta è umiliante, è una vita da mendicanti, quindi se vuoi fare questo mestiere ti deve piacere veramente ma veramente tanto.

Vista la vostra passione per la musica, vi piacerebbe fare eventualmente un domani un film musicale?

Massimo Boldi: Abbiamo fatto Ginger e Fred, ma potremmo fare un film come quelli di una volta, i musicarelli! Albano e Romina, Rita Pavone…

Avete girato il mondo coi vostri film, qual è la differenza?

Christian De Sica: Che oramai non ci son più soldi e giriamo in Italia!

Massimo Boldi. Non siamo ancora andati in Cina, il prossimo lo facciamo a Shanghai!

Com’è stato trovarsi e ritrovarsi nei panni di una donna? E sopratutto camminare sui tacchi?

Christian De Sica: È difficile! Un pochino ci ho provato, mi facevano molto male i piedi, ma stare vicino a Massimo mi ha fatto dimenticare anche quel dolore!

Massimo Boldi: Anche io ho provato a mettere i tacchi, però non ce l’ho fatta!

LEGGI ANCHE: Il Vizio della Speranza: l’intervista a Edoardo De Angelis e Pina Turco

Interviste News

Il Vizio della Speranza: l’intervista a Edoardo De Angelis e Pina Turco

Il regista e scrittore Edoardo De Angelis e l’attrice (nonché moglie) Pina Turco sono intervenuti nella giornata di mercoledì 21 novembre per la presentazione dell’ultima produzione del cineasta, Il Vizio della Speranza, e del relativo libro, edito Mondadori. La pellicola, vincitrice del Premio del pubblico al Festival del Cinema di Roma, ha ricevuto anche premi internazionali. Al Festival del Cinema di Tokyo, De Angelis è stato infatti insignito del premio per il Miglior Regista, e Pina Turco per la Miglior Attrice. Ecco l’intervista completa, dal palco della sala Excelsior dell’Anteo Palazzo del Cinema di Milano, rilasciata alla presenza di alcune star della televisione italiana, tra cui il duo comico Ale e Franz e Raul Cremona. Il Q&A si è aperto con la lettura di un commovente brano tratto dal libro da parte dell’attrice protagonista, Pina Turco, che racconta la dipartita di una megattera centenaria sulla spiaggia di Castel Volturno.

Iniziamo subito dicendo che Il Vizio della Speranza non è la mera trascrizione del libro. Potremmo piuttosto definire quest’ultimo come una sorta di spiegazione delle origini della pellicola, delle ragioni profonde che sono alla base. Intanto vorrei chiedere da dove nasce l’idea. Soprattutto perché l’inizio della pellicola è molto diverso da quello del libro, in quanto la scena della megattera non rientra nel montaggio finale.

DE ANGELIS: In realtà la scena era presente nella sceneggiatura, ed era anche molto importante, ma poi ho deciso di toglierla, purtroppo non si poteva inserire proprio tutto. A ogni modo, la scena che descrivo l’ho vissuta realmente, sebbene io l’abbia un po’ romanzata. Successe a Ischia, vicino a Castel Volturno. Mi colpì molto vedere questa megattera spiaggiata, morente, con il petto che faceva su e giù negli ultimi istanti di vita. Un pesce così antico e nobile venuto a morire così, in quel modo. Poi l’ambientazione, Castel Volturno, è sicuramente l’ambientazione ideale, perché è un luogo di migranti. Perfino San Castrese, patrono della città, era un migrante giunto dal mare. Sembrerò mitomane forse, ma per me Castel Volturno è il centro del mondo.

A Castel Volturno si svolge la storia di Maria e tutta la vicenda del film. Vuole raccontarci meglio questi luoghi e perché ha voluto rappresentarli?

DE ANGELIS: Il luogo è tra Caserta e Napoli, attraversato dal fiume Volturno. Sulla riva sinistra del fiume sorge il quartiere Coppola, frutto di un sogno visionario dei fratelli omonimi appunto, che lo costruirono negli anni ’60. Un luogo di villeggiatura per la borghesia napoletana e casertana, protetto, controllato, c’erano perfino i militari per le strade. Un luogo dove non esisteva la criminalità. Invece, sulla riva destra, sorgevano delle villette, sorte più o meno spontaneamente. Nel 1980 c’è poi stato il terremoto a Napoli e lo Stato ha dovuto sequestrare il quartiere, svuotato di quel sogno di benessere borghese e pian piano devastato da chi ci abitava. Poi oltretutto si è scoperto che la falda acquifera era inquinata, quindi la base militare americana che sorgeva nelle vicinanze ha abbandonato il luogo, e così le case. Quindi ora troviamo abitazioni abbandonate, occupate dai migranti che fuggono dalla loro terra, oppure affittate a canoni esorbitanti dai proprietari, che non trovano altro modo per lucrare su questa terra.

E proprio su questo fiume, che attrae e spaventa allo stesso tempo, sorge un luogo che non ha perso la sua meravigliosa bellezza, costretta a convivere con la violenza sistematica perpetrata negli anni. Credo sia il posto giusto dove andare a rifarsi una vita. Secondo me nella vita di tutti, anche di chi sta bene, c’è un momento in cui si pensa “se tutto va male, riparto da Castel Volturno“. Mia moglie è molto preoccupata di questo (ride, ndr). Ogni tanto vado sulla Domiziana, strada costellata di donne che vendono il proprio corpo, amo osservare questo luogo bellissimo e distrutto, perché tutti i sentimenti più forti dell’animo umano sono in quella terra. Nello stesso metro quadrato troviamo bellezza e orrore, distruzione e ricostruzione. In ogni casa distrutta, nel giardino, c’è una betoniera al lavoro, in costruzione. Mi chiedo, perché?

il vizio della speranza cinematown.it

Questa è un po’ anche la domanda del film, c’è questo “vizio della speranza”, in ogni luogo estremo c’è la speranza e una rinascita. Intanto volevo sapere da Pina, quanto teme di finire a Castel Volturno al seguito di Edoardo che si rifà una vita?

TURCO: intanto mi auguro di stare sempre bene (ride, ndr), anche se Castel Volturno si è rivelato teatro di grandissime ispirazioni. Parliamo di una città magica, di cui innamorarsi. Poi purtroppo è difficile spiegarlo, l’innamoramento, perché è qualcosa di intimo. Nell’amore c’è un segreto che solo chi lo prova conosce. Per noi, poi, è stato davvero un luogo d’amore: nei luoghi de Il Vizio della Speranza abbiamo avuto il nostro primo appuntamento, in condizioni non esattamente consone, che rasentano la follia. Ci siamo visti in questa darsena, vicino alla foce del fiume, con il relativo odore. Noi abbiamo deciso di cenare lì poi siamo andati in questo locale di rumeni, dove andavano tutti i muratori e le mestieranti che si concedevano una pausa. C’era questo karaoke rumeno, che funziona in questo modo: si prende una banconota e la si attacca sulla fronte del cantante, e gli si chiede una canzone. Una sorta di juke box vivente, insomma.

Come è nato il personaggio di Maria? Ne Il Vizio della Speranza è una sorta di Caronte, vive una forma di schiavitù. Trasporta ragazze incinte lungo il fiume perché lascino il figlio nelle mani di mercanti di bambini. Come ha convinto Pina ad interpretare questo ruolo così complesso?

DE ANGELIS: È sempre difficile spiegare come nasce un personaggio, individuarne l’origine, perché gli stimoli sono vari. Sicuramente c’è stato un momento in cui il personaggio si è delineato. La persona più giusta per realizzarlo era lei, anche perché l’opportunità di dirigere la donna che ami ti permette di accedere ad un livello più profondo e intimo, al quale forse nemmeno lei ha accesso, eppure ha permesso a me di farlo. Questo ti permette di tirare fuori qualcosa di intimo. E credo che ciò che è intimo vada di pari passo con ciò che è universale, perché privo di connotati specifici legati a restrizioni sociali o anagrafiche. Quello che è nel profondo si assomiglia, è per tutti molto simile. Ciò significa che una persona con la quale hai un rapporto così ti aiuta ad attingere a qualcosa di universale, e creare dunque un racconto che riguarda tutti noi.

Il libro inizialmente pare voler raccontare il film, ma poi finisce per descrivere la tua versione di Il Vizio della Speranza. Un capitolo inizia con “sono nato morto“, e mi rendo conto che non è esattamente una commedia all’italiana (ride, ndr). Metti in mostra molte parti della tua vita, e in certi punti riesci ad essere anche molto divertente. Come mai questa scelta di raccontarti in questo modo?

DE ANGELIS: il libro nasce da un’intervista che ho rilasciato ad Antonio Pascale, eccellente scrittore di Caserta, che ha insegnato alla mia generazione come guardare quella città, coi suoi paradossi e contraddizioni. Mi intervistò per una rivista che si chiama Mind. Voleva capire quale fosse il processo mentale che porta a fare i film come li faccio io, diciamo. Allora mi sono divertito, parlando con lui di mia nonna, persona centrale nella mia crescita interiore. Così mi è venuta voglia di approfondire, oltre alla mera biografia, del tutto ininteressante, i meccanismi che portano a scriverla. Non si mostra mai ciò che c’è in mezzo. Abbiamo pensato, insieme a Mondadori, che invece quella fosse la parte interessante, perché le difficoltà che si incontrano nel processo sono quelle che incontra chiunque. A questo scopo ho voluto mantenere il titolo Il Vizio della Speranza, perché se non fossi stato un malato vizioso non l’avrei mai fatto.

il vizio della speranza cinematown.it

Cosa intendi?

DE ANGELIS: voglio dire che c’è una forma di ossessione, che permette di andare avanti nonostante l’ostacolo, l’insuccesso, il senso di vergogna che si accompagna al fallimento. Proprio l’ostinazione è ciò che porta a coltivare quel vizio che diventa possibilità di riuscire a fare qualcosa che vuoi. Non ti preserva dall’errore ovviamente, tutt’altro. Dopotutto però, come diceva mia nonna, “chi non fa non sbaglia”.

Cosa vuoi dire con “sono nato morto”?

DE ANGELIS: in realtà è solo una frase ad effetto, per costringerti a passare al rigo successivo (ride, ndr). Nasce tutto da una leggenda che si narra nella mia famiglia. Al momento della mia nascita inizialmente non respiravo, poi ho cominciato, così i miei parenti credevano fossi morto e poi risorto. In verità è una cosa normale, i bambini alla nascita non respirano, gli danno un colpetto sulla schiena e iniziano a farlo. Però ovviamente nella mia famiglia questo viene raccontato come un fatto miracoloso, di resurrezione. Sa, noi amiamo molto la sceneggiata napoletana, il melodramma appunto. Mario Merola è venerato come un santo dalle nostre parti. Questo può portare quindi a trasformare un semplice colpetto sulla schiena di un neonato in un miracolo di resurrezione.

Il tema del miracolo e della resurrezione è piuttosto ricorrente sia nel film che nel libro Il Vizio della Speranza. Cosa volevi mostrare con questo film?

DE ANGELIS: forse deriva tutto proprio da quel mio momento di “risurrezione”. Provo sempre uno stupore infantile davanti a cose apparentemente normali, perché la realtà ha elementi magici secondo me. E poi, al di là del melodramma, non è la vita stessa una forma di magia? Per questo ho voluto raccontare una magia che è dentro la realtà, anche quella più triste, più grigia. Per il resto, anche nei momenti più disperati della mia vita “scapocchiona” ho sempre continuato a trovare nella vita il lato dolce, tenero. Potrei dire che questo è il mio film di Natale. Natale a Castel Volturno, diciamo (ride, ndr). Perché cos’è il Natale? è quella festa che arriva d’inverno, quando la natura sembra morta. Per celebrarla noi accendiamo il fuoco, l’albero, il presepe, basta accendere qualcosa e scaldarsi, evocando la primavera, la rinascita della natura. Questo è il Natale: rinascita. In questo senso il mio è un film di Natale.

il vizio della speranza cinematown.it

Pina, a te cosa ha lasciato Il Vizio della Speranza?

TURCO: vorrei dirlo, ma ho paura di spoilerare un po’ troppo la trama…

DE ANGELIS: ma sì, spoilera pure, sii generosa che te ne frega? (ride, ndr)

TURCO: ciò che amo davvero è una scena sul finale a cui sono particolarmente legata, e che racchiude l’essenza della pellicola, che è sostanzialmente un inno alla vita, alla gioia, di grande potenza. Un omaggio meraviglioso che Edoardo fa, con il suo talento, alla vita stessa. Penso sia interessante nel suo libro capire da dove arriva un artista, cosa lo ha ispirato, comprendere perché lui è così strano e interessante.

Mi fa molto ridere nel libro quando racconti dei tuoi maestri del centro sperimentale, le mazzate che ti hanno dato i grandi. Però dici di essere contro i film “uallera”. Cosa intendi, e cos’hai rifiutato di un certo mondo?

DE ANGELIS: quella del centro sperimentale vedo che è una moda che regge, questo amore per la “uallera”. Tecnicamente la “uallera” è qualcosa che piuttosto che elevarti ti porta verso il centro della terra, qualcosa di noioso, o che si avvicina molto alla noia come concetto. Non ho mai capito perché. A Caserta ci trovavamo coi compagni a discutere di film, e c’era un certo culto per la “uallera” che non riuscivo a condividere. Credo che un film debba emozionare, anche farti sanguinare, ma in qualche modo anche premiarti. Quel gioco di toccare punti sensibili della pancia è un gioco che si deve giocare, anche a rischio di sbagliare pulsante, come mi capita spesso. Il punto è che non posso evitare di toccare punti che toccano elementi viscerali.

Qual è il film “uallera” per eccellenza?

DE ANGELIS: il film “uallera” è quello per cui devi usare la telecamera a mano, perché non sia mai che viene un’inquadratura stabile e se non indugi un pò mentre non succede nulla, è un peccato. Poi devi riprendere la pecora che bruca, e poi magari fai una bella panoramica sul niente, di quelle che ti fa guadagnare parecchi punti. Solo con questo qualche festival te lo fai tranquillo, poi magari ci aggiungi venti minuti di silenzio e sei a posto. Mi ricordo, quando riaprirono il cinema di Caserta dopo dieci anni, che proiettarono un film iraniano, Il cerchio. Io trovai anche bello, ma ricordo che dopo venti minuti di silenzio, uno spettatore si alzò e disse “e non ti dispiacerebbe pronunciare una parola mò?“. Questo gesto di protesta mi scosse da quella mia contemplazione intellettuale che stavo vivendo. Me ne ricordo sempre, non perché il cinema non debba richiedere uno sforzo di partecipazione, ma perché quello sforzo deve essere ripagato. Mi dispiace non esserci alla fine del film, per essere magari debitamente insultato per la mia eventuale incoerenza. Ma quello che voglio dire è che se voi avete la generosità di stare qui a vedere lo spettacolo che abbiamo preparato per voi, è nostro dovere intrattenervi. Il che non significa non farvi anche un po’ soffrire. Dopotutto cos’è l’happy end? un finale che non rimette tutto a posto, ma che dà un premio che costa fatica, dolore.

Come mai indossi questo anello con il bufalo, e perché proprio il bufalo è un elemento che ritorna tanto nel libro de Il Vizio della Speranza?

DE ANGELIS: ho scelto il bufalo perché è un animale importante, anche domestico, se avete una casa abbastanza grande. È un animale timido, gregario. Quest’ultimo fatto lo apprezzo particolarmente, perché mi piace stare tutti insieme, anche se mi hanno fatto notare che non si può stare sempre in gruppo. Si tratta anche di un animale curioso, che per la mia terra significa sostentamento, perché produce il latte che serve a creare il latticino che sfama tanta gente delle mie zone. Riccardo Celsi, musicista con cui lavoravo all’epoca di Mozzarella Stories, mi disegnò questo simbolo, che porto sempre con me per ricordare, tra le corna e la pistola, da dove vengo, e dove magari mi rimanderanno.

Il vizio della speranza cinematown.it

Il Vizio della Speranza parla soprattutto di donne e della loro schiavitù ai giorni nostri. Vorrei approfondire questo argomento, prima della visione.

DE ANGELIS: immaginare personaggi femminili intanto mi viene facile, perché sono stato cresciuto dalle donne. Sono state il filtro tra me e il mondo, l’ho visto coi loro occhi, senza ovviamente riuscire a comprenderle fino in fondo. Sono per me gli esseri umani allo stesso tempo più deboli e più forti. Il movimento umano che mi piace di più è quello che passa dalla debolezza alla forza. In Il Vizio della Speranza Maria è un personaggio che contiene sia elementi femminili che maschili dell’essere umano. Lei è generatrice di umanità, non solo da un punto di vista meramente ginecologico, ma anche filosofico. Riporta nel mondo che l’ha allevata e avvelenata quel vizio che ribalta le regola della la schiavitù. Non fugge da quel mondo, lo cambia da dentro.

TURCO: il tema di questo film è il futuro: cosa accade quando una donna non solo vende il proprio corpo, ma ne vede anche il frutto? Nonostante questa premessa atroce credo che un artista così complesso ci faccia la domanda più importante: cosa può accadere in un luogo così disperato quando arriva la speranza? La risposta è tutta nel film, che, scusate se lo dico, ma è un bellissimo inno alla vita e all’amore, uno slancio di vitalità. Ci ricorda che dal dolore nascono cose meravigliose per tutti noi.

Leggi Anche: Il Vizio della Speranza – la nostra recensione

Interviste News

Menocchio: la nostra intervista al regista Alberto Fasulo e al cast

Menocchio, diretto da Alberto Fasulo e con Marcello Martini nei panni del protagonista, tratta la vera storia di Domenico Scandella detto Menocchio, un mugnaio semi-analfabeta del Cinquecento, che ha avuto il coraggio di opporsi ai dettami e i dogmi della Chiesa Cattolica assumendosi i rischi che da ciò ne conseguono: processo per eresia della Santa Inquisizione, incarcerazione e rogo. Quello che non ci si deve aspettare da questo film è lo stereotipato stampo hollywoodiano ma nemmeno un mero film storiografico.

In realtà, sebbene ambientato circa sei secoli fa, la storia ha a che fare molto con l’attualità. Fasulo è un racconta-storie, un artista realista che non vuole raccontare di eroi che si sacrificano per degli ideali, ma di uomini semplici con una vita semplice, come lo è anche il regista stesso e come lo sono gli interpreti da lui scelti, di cui approfondiamo nella nostra recensione. All’intervista, oltre al regista e al protagonista Marcello Martini, erano presenti anche altri membri del cast, tra cui Carlo Baldracchi, Nilla Patrizio, Roberto Dellai, Giuseppe Scarfi e Corrado Casagrande.

Menocchio, CinemaTown.it

Come mai la scelta di fare un film su Domenico Scandella? C’era solo la volontà di mostrare questo personaggio conosciuto da pochi o qualcosa di più? Che cosa ha fatto scattare l’idea? 

FASULO: “Credo che le idee non nascano mai da una cosa precisa ma da un insieme di cause e concause. Credo che io avessi bisogno di confrontarmi con questa statura morale, con questo personaggio che ha un universo importante, che agisce sia con la volontà di andare allo scontro con il potere, quindi l’utopia di migliorare il mondo, e sia nell’idea che [Menocchio] non è un eroe ma un uomo che decide di rinnegarsi attraversando la vita”. 

Come vi siete preparati a girare il film? Com’è avvenuto il casting? Considerando anche che quasi nessuno degli attori è un professionista.

FASULO: “(scherzando) Prima del film no, da adesso saranno tutti professionisti.
Be’, secondo me il cinema ha una funzione anche antropologica e quindi credo che lo spettatore possa immedesimarsi molto di più avendo di fronte delle persone vere. Ho messo dei cartelli, degli annunci sui giornali per il casting e c’è chi è venuto così. Oppure altri passavano proprio nel momento in cui c’ero io, come Roberto [Dellai] che ho dovuto sedurre per mesi”. 

Menocchio, CinemaTown.it

Trattandosi di una storia vera, quella di un mugnaio del XVI secolo che ha avuto il coraggio di opporsi alla Chiesa Cattolica Romana, è stato difficile reperire le informazioni, le date gli avvenimenti per costruire il film? E c’è qualcosa di romanzato, che non è detto coincida con i dati reali?

FASULO: “Trattandosi di una storia vera ci volevano persone vere.
Il film è stato scritto partendo dagli archivi originali che sono presenti negli archivi vescovili, poi quarant’anni fa è nato un saggio importante,
Il formaggio e i vermi, da cui il film però non è ispirato. Con il saggio però è nato un circolo culturale nello stesso paese di Menocchio che nel tempo ha raccolto, cercato, editato, pubblicato tante cose. Una volta fatta la ricerca, capiti gli avvenimenti presi sugli archivi, lo sforzo è stato anche allontanarsi perché non ho mai avuto intenzione di fare un film storico, ma un film sull’attualità. Nel fare questo bisognava incamminarlo in una – come dire – in una presa dal vivo, mettiamola così, e quindi gli attori non hanno letto la sceneggiatura e non hanno imparato dialoghi”. 

SCARFI: “Abbiamo interagito proprio mentre lui [Fasulo] girava, noi parlavamo come persone del duemila, è quello che rende attuale secondo me il film, pur non tradendo l’aspetto storico perché non c’è niente di falsificato, però l’attualità viene dal nostro essere persone del duemila”.  

FASULO: “Era solo improvvisazione. Nessuno ha letto la sceneggiatura, nessuno sapeva come finiva”. 

Essendo un film dalla tematica complessa e ancora oggi altamente dibattuta, c’era per caso la volontà di fare una sorta di critica alla società odierna? Un confronto tra come veniva vissuta la religione un tempo e come è vissuta oggi?

FASULO: “È difficile non criticare qualcosa, forse però più che criticare il mio intento era risvegliare gli animi eretici. Per me è così. E comunque io avevo desiderio di confrontarmi con questo personaggio che secondo me rintracciavo fortemente nella persona di Marcello. Io e Marcello abbiamo trascorso un anno, un anno e mezzo, a parlarne, abbiamo costruito un rapporto.
Se penso alla mia carriera fino a qui ne ho fatte abbastanza di eresie, anche questo film è in un certo senso eretico. Credo che arrivato a 42 anni avessi bisogno di confrontarmi con questo, con il desiderio di essere eretico però anche sapere di avere una responsabilità. Il film è anche questo, come porsi davanti a un desiderio, se rinnegarsi rinunciando a sé stessi o andare fino in fondo”. 

Menocchio, CinemaTown.it

La nostra recensione di Menocchio

Ho avuto il piacere di vedere anche il tuo film del 2013, Tir, e paragonandolo col trailer di Menocchio, ho notato che hai uno stile molto particolare, con inquadrature sui primi piani e attenzione ai dettagli. Quindi è un tratto che ti caratterizza. Ma come mai proprio questo stile? C’è un qualche tipo di volontà (interiore) che ti spinge a usare questo stile? E hai qualche modello a cui ti ispiri?

FASULO: “Quando una persona parla mi piace guardarla negli occhi e quindi tendo ad avvicinarmi”.

[A Marcello] Quando Alberto ti ha chiesto di interpretare Menocchio, cosa ti ha davvero spinto a interpretarlo? Hai avuto dei ripensamenti prima o durante le riprese?

MARTINI: “Quando ha cominciato a descrivere questo Menocchio io ho detto “questo qua mi sta leggendo la vita”. Era come se parlasse di me, lui stesso diceva “ma tu parli come parlava Menocchio”. Quindi non è stato difficile poi entrare nella parte, in pratica non sono mai neanche uscito dalla parte. Ero quella parte, fermo in un posto, lì, ad aspettare che lui gettasse l’amo. E mi ha pescato”. 

FASULO: “Chi aveva una qualche preparazione teatrale ha avuto più difficoltà perché nelle scuole teatrali impari invece a mettere una maschera. Invece nei miei film non ci sono maschere”. 

[A Marcello] Conoscevi già il personaggio? Ti è stato difficile entrare nella parte o lo hai sentito da subito tuo?

MARTINI: “Non conoscevo il personaggio, sapevo dell’esistenza del centro culturale da dieci anni però non mi sono mai interessato a chi fosse. Ma neanche mi interessava”. 

DELLAI: “Quando Alberto mi ha chiesto di fare il film io non ci credevo. Io lavoravo in una via qui del centro, per la provincia, e dovevo andare a timbrare e lui era dentro e non riusciva ad aprirmi le porte. Diceva “non posso aprirti”. C’era però una finestra, mi ha aperto quella e io sono entrato. Mi ferma, mi guarda e dice “abbiamo trovato una persona”. Io gli ho detto “ma stai scherzando?” Non mi interessa il cinema e ironicamente gli ho detto “guarda, posso fare il nano da giardino, sono alto uguale”. Il giorno dopo ci siamo visti, mi ha spiegato e fatto vedere un pezzo del girato di Marcello, ho un po’ capito la storia e poi mi sono convinto. Pensavo che recitare sotto un copione fosse difficile, invece io ho recitato su quello che avevo davanti, parlavo e rispondevo, non c’era una battuta preparata”. 

BALDRACCHI: “Io nel film faccio il carceriere Parvis ma lavoro al castello del Buonconsiglio. Sono andato a servire il tavolo 25 e subito una persona si alza in piedi e dice “Piacere, Alberto”. Non sapevo fosse il regista Alberto Fasulo, pensavo fosse solo qualcuno che lavorava lì. Finisco il mio servizio ma appena sono uscito dalla porta Alberto mi ferma e fa “avresti voglia di fare un film?”. Gli ho risposto che era già il secondo che me lo chiedeva. Mi ha spiegato un attimo e dopo il provino mi ha detto che ad agosto verrò contattato. Il giorno 16 il telefonino ha cominciato a squillare e non ha smesso per una settimana. Da lì sono iniziate foto, prove costumi, ecc. È stata un’esperienza unica per chi non ha mai fatto cinema, a quasi sessant’anni non ci pensi a fare un’esperienza del genere. Ci siamo trovati molto bene, quando lui [Marcello] è arrivato da me abbiamo fatto tutto il film insieme”. 

Leggi Anche: In Guerra: la nostra intervista a Vincent Lindon e Stephane Brizè