Il Vizio della Speranza: l’intervista a Edoardo De Angelis e Pina Turco

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Nella giornata di ieri, all’Anteo Palazzo del Cinema di Milano, Edoardo De Angelis ha presentato il suo ultimo Film, Il Vizio della Speranza, insieme alla protagonista Pina Turco.


Il regista e scrittore Edoardo De Angelis e l’attrice (nonché moglie) Pina Turco sono intervenuti nella giornata di mercoledì 21 novembre per la presentazione dell’ultima produzione del cineasta, Il Vizio della Speranza, e del relativo libro, edito Mondadori. La pellicola, vincitrice del Premio del pubblico al Festival del Cinema di Roma, ha ricevuto anche premi internazionali. Al Festival del Cinema di Tokyo, De Angelis è stato infatti insignito del premio per il Miglior Regista, e Pina Turco per la Miglior Attrice. Ecco l’intervista completa, dal palco della sala Excelsior dell’Anteo Palazzo del Cinema di Milano, rilasciata alla presenza di alcune star della televisione italiana, tra cui il duo comico Ale e Franz e Raul Cremona. Il Q&A si è aperto con la lettura di un commovente brano tratto dal libro da parte dell’attrice protagonista, Pina Turco, che racconta la dipartita di una megattera centenaria sulla spiaggia di Castel Volturno.

Iniziamo subito dicendo che Il Vizio della Speranza non è la mera trascrizione del libro. Potremmo piuttosto definire quest’ultimo come una sorta di spiegazione delle origini della pellicola, delle ragioni profonde che sono alla base. Intanto vorrei chiedere da dove nasce l’idea. Soprattutto perché l’inizio della pellicola è molto diverso da quello del libro, in quanto la scena della megattera non rientra nel montaggio finale.

DE ANGELIS: In realtà la scena era presente nella sceneggiatura, ed era anche molto importante, ma poi ho deciso di toglierla, purtroppo non si poteva inserire proprio tutto. A ogni modo, la scena che descrivo l’ho vissuta realmente, sebbene io l’abbia un po’ romanzata. Successe a Ischia, vicino a Castel Volturno. Mi colpì molto vedere questa megattera spiaggiata, morente, con il petto che faceva su e giù negli ultimi istanti di vita. Un pesce così antico e nobile venuto a morire così, in quel modo. Poi l’ambientazione, Castel Volturno, è sicuramente l’ambientazione ideale, perché è un luogo di migranti. Perfino San Castrese, patrono della città, era un migrante giunto dal mare. Sembrerò mitomane forse, ma per me Castel Volturno è il centro del mondo.

A Castel Volturno si svolge la storia di Maria e tutta la vicenda del film. Vuole raccontarci meglio questi luoghi e perché ha voluto rappresentarli?

DE ANGELIS: Il luogo è tra Caserta e Napoli, attraversato dal fiume Volturno. Sulla riva sinistra del fiume sorge il quartiere Coppola, frutto di un sogno visionario dei fratelli omonimi appunto, che lo costruirono negli anni ’60. Un luogo di villeggiatura per la borghesia napoletana e casertana, protetto, controllato, c’erano perfino i militari per le strade. Un luogo dove non esisteva la criminalità. Invece, sulla riva destra, sorgevano delle villette, sorte più o meno spontaneamente. Nel 1980 c’è poi stato il terremoto a Napoli e lo Stato ha dovuto sequestrare il quartiere, svuotato di quel sogno di benessere borghese e pian piano devastato da chi ci abitava. Poi oltretutto si è scoperto che la falda acquifera era inquinata, quindi la base militare americana che sorgeva nelle vicinanze ha abbandonato il luogo, e così le case. Quindi ora troviamo abitazioni abbandonate, occupate dai migranti che fuggono dalla loro terra, oppure affittate a canoni esorbitanti dai proprietari, che non trovano altro modo per lucrare su questa terra.

E proprio su questo fiume, che attrae e spaventa allo stesso tempo, sorge un luogo che non ha perso la sua meravigliosa bellezza, costretta a convivere con la violenza sistematica perpetrata negli anni. Credo sia il posto giusto dove andare a rifarsi una vita. Secondo me nella vita di tutti, anche di chi sta bene, c’è un momento in cui si pensa “se tutto va male, riparto da Castel Volturno“. Mia moglie è molto preoccupata di questo (ride, ndr). Ogni tanto vado sulla Domiziana, strada costellata di donne che vendono il proprio corpo, amo osservare questo luogo bellissimo e distrutto, perché tutti i sentimenti più forti dell’animo umano sono in quella terra. Nello stesso metro quadrato troviamo bellezza e orrore, distruzione e ricostruzione. In ogni casa distrutta, nel giardino, c’è una betoniera al lavoro, in costruzione. Mi chiedo, perché?

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Questa è un po’ anche la domanda del film, c’è questo “vizio della speranza”, in ogni luogo estremo c’è la speranza e una rinascita. Intanto volevo sapere da Pina, quanto teme di finire a Castel Volturno al seguito di Edoardo che si rifà una vita?

TURCO: intanto mi auguro di stare sempre bene (ride, ndr), anche se Castel Volturno si è rivelato teatro di grandissime ispirazioni. Parliamo di una città magica, di cui innamorarsi. Poi purtroppo è difficile spiegarlo, l’innamoramento, perché è qualcosa di intimo. Nell’amore c’è un segreto che solo chi lo prova conosce. Per noi, poi, è stato davvero un luogo d’amore: nei luoghi de Il Vizio della Speranza abbiamo avuto il nostro primo appuntamento, in condizioni non esattamente consone, che rasentano la follia. Ci siamo visti in questa darsena, vicino alla foce del fiume, con il relativo odore. Noi abbiamo deciso di cenare lì poi siamo andati in questo locale di rumeni, dove andavano tutti i muratori e le mestieranti che si concedevano una pausa. C’era questo karaoke rumeno, che funziona in questo modo: si prende una banconota e la si attacca sulla fronte del cantante, e gli si chiede una canzone. Una sorta di juke box vivente, insomma.

Come è nato il personaggio di Maria? Ne Il Vizio della Speranza è una sorta di Caronte, vive una forma di schiavitù. Trasporta ragazze incinte lungo il fiume perché lascino il figlio nelle mani di mercanti di bambini. Come ha convinto Pina ad interpretare questo ruolo così complesso?

DE ANGELIS: È sempre difficile spiegare come nasce un personaggio, individuarne l’origine, perché gli stimoli sono vari. Sicuramente c’è stato un momento in cui il personaggio si è delineato. La persona più giusta per realizzarlo era lei, anche perché l’opportunità di dirigere la donna che ami ti permette di accedere ad un livello più profondo e intimo, al quale forse nemmeno lei ha accesso, eppure ha permesso a me di farlo. Questo ti permette di tirare fuori qualcosa di intimo. E credo che ciò che è intimo vada di pari passo con ciò che è universale, perché privo di connotati specifici legati a restrizioni sociali o anagrafiche. Quello che è nel profondo si assomiglia, è per tutti molto simile. Ciò significa che una persona con la quale hai un rapporto così ti aiuta ad attingere a qualcosa di universale, e creare dunque un racconto che riguarda tutti noi.

Il libro inizialmente pare voler raccontare il film, ma poi finisce per descrivere la tua versione di Il Vizio della Speranza. Un capitolo inizia con “sono nato morto“, e mi rendo conto che non è esattamente una commedia all’italiana (ride, ndr). Metti in mostra molte parti della tua vita, e in certi punti riesci ad essere anche molto divertente. Come mai questa scelta di raccontarti in questo modo?

DE ANGELIS: il libro nasce da un’intervista che ho rilasciato ad Antonio Pascale, eccellente scrittore di Caserta, che ha insegnato alla mia generazione come guardare quella città, coi suoi paradossi e contraddizioni. Mi intervistò per una rivista che si chiama Mind. Voleva capire quale fosse il processo mentale che porta a fare i film come li faccio io, diciamo. Allora mi sono divertito, parlando con lui di mia nonna, persona centrale nella mia crescita interiore. Così mi è venuta voglia di approfondire, oltre alla mera biografia, del tutto ininteressante, i meccanismi che portano a scriverla. Non si mostra mai ciò che c’è in mezzo. Abbiamo pensato, insieme a Mondadori, che invece quella fosse la parte interessante, perché le difficoltà che si incontrano nel processo sono quelle che incontra chiunque. A questo scopo ho voluto mantenere il titolo Il Vizio della Speranza, perché se non fossi stato un malato vizioso non l’avrei mai fatto.

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Cosa intendi?

DE ANGELIS: voglio dire che c’è una forma di ossessione, che permette di andare avanti nonostante l’ostacolo, l’insuccesso, il senso di vergogna che si accompagna al fallimento. Proprio l’ostinazione è ciò che porta a coltivare quel vizio che diventa possibilità di riuscire a fare qualcosa che vuoi. Non ti preserva dall’errore ovviamente, tutt’altro. Dopotutto però, come diceva mia nonna, “chi non fa non sbaglia”.

Cosa vuoi dire con “sono nato morto”?

DE ANGELIS: in realtà è solo una frase ad effetto, per costringerti a passare al rigo successivo (ride, ndr). Nasce tutto da una leggenda che si narra nella mia famiglia. Al momento della mia nascita inizialmente non respiravo, poi ho cominciato, così i miei parenti credevano fossi morto e poi risorto. In verità è una cosa normale, i bambini alla nascita non respirano, gli danno un colpetto sulla schiena e iniziano a farlo. Però ovviamente nella mia famiglia questo viene raccontato come un fatto miracoloso, di resurrezione. Sa, noi amiamo molto la sceneggiata napoletana, il melodramma appunto. Mario Merola è venerato come un santo dalle nostre parti. Questo può portare quindi a trasformare un semplice colpetto sulla schiena di un neonato in un miracolo di resurrezione.

Il tema del miracolo e della resurrezione è piuttosto ricorrente sia nel film che nel libro Il Vizio della Speranza. Cosa volevi mostrare con questo film?

DE ANGELIS: forse deriva tutto proprio da quel mio momento di “risurrezione”. Provo sempre uno stupore infantile davanti a cose apparentemente normali, perché la realtà ha elementi magici secondo me. E poi, al di là del melodramma, non è la vita stessa una forma di magia? Per questo ho voluto raccontare una magia che è dentro la realtà, anche quella più triste, più grigia. Per il resto, anche nei momenti più disperati della mia vita “scapocchiona” ho sempre continuato a trovare nella vita il lato dolce, tenero. Potrei dire che questo è il mio film di Natale. Natale a Castel Volturno, diciamo (ride, ndr). Perché cos’è il Natale? è quella festa che arriva d’inverno, quando la natura sembra morta. Per celebrarla noi accendiamo il fuoco, l’albero, il presepe, basta accendere qualcosa e scaldarsi, evocando la primavera, la rinascita della natura. Questo è il Natale: rinascita. In questo senso il mio è un film di Natale.

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Pina, a te cosa ha lasciato Il Vizio della Speranza?

TURCO: vorrei dirlo, ma ho paura di spoilerare un po’ troppo la trama…

DE ANGELIS: ma sì, spoilera pure, sii generosa che te ne frega? (ride, ndr)

TURCO: ciò che amo davvero è una scena sul finale a cui sono particolarmente legata, e che racchiude l’essenza della pellicola, che è sostanzialmente un inno alla vita, alla gioia, di grande potenza. Un omaggio meraviglioso che Edoardo fa, con il suo talento, alla vita stessa. Penso sia interessante nel suo libro capire da dove arriva un artista, cosa lo ha ispirato, comprendere perché lui è così strano e interessante.

Mi fa molto ridere nel libro quando racconti dei tuoi maestri del centro sperimentale, le mazzate che ti hanno dato i grandi. Però dici di essere contro i film “uallera”. Cosa intendi, e cos’hai rifiutato di un certo mondo?

DE ANGELIS: quella del centro sperimentale vedo che è una moda che regge, questo amore per la “uallera”. Tecnicamente la “uallera” è qualcosa che piuttosto che elevarti ti porta verso il centro della terra, qualcosa di noioso, o che si avvicina molto alla noia come concetto. Non ho mai capito perché. A Caserta ci trovavamo coi compagni a discutere di film, e c’era un certo culto per la “uallera” che non riuscivo a condividere. Credo che un film debba emozionare, anche farti sanguinare, ma in qualche modo anche premiarti. Quel gioco di toccare punti sensibili della pancia è un gioco che si deve giocare, anche a rischio di sbagliare pulsante, come mi capita spesso. Il punto è che non posso evitare di toccare punti che toccano elementi viscerali.

Qual è il film “uallera” per eccellenza?

DE ANGELIS: il film “uallera” è quello per cui devi usare la telecamera a mano, perché non sia mai che viene un’inquadratura stabile e se non indugi un pò mentre non succede nulla, è un peccato. Poi devi riprendere la pecora che bruca, e poi magari fai una bella panoramica sul niente, di quelle che ti fa guadagnare parecchi punti. Solo con questo qualche festival te lo fai tranquillo, poi magari ci aggiungi venti minuti di silenzio e sei a posto. Mi ricordo, quando riaprirono il cinema di Caserta dopo dieci anni, che proiettarono un film iraniano, Il cerchio. Io trovai anche bello, ma ricordo che dopo venti minuti di silenzio, uno spettatore si alzò e disse “e non ti dispiacerebbe pronunciare una parola mò?“. Questo gesto di protesta mi scosse da quella mia contemplazione intellettuale che stavo vivendo. Me ne ricordo sempre, non perché il cinema non debba richiedere uno sforzo di partecipazione, ma perché quello sforzo deve essere ripagato. Mi dispiace non esserci alla fine del film, per essere magari debitamente insultato per la mia eventuale incoerenza. Ma quello che voglio dire è che se voi avete la generosità di stare qui a vedere lo spettacolo che abbiamo preparato per voi, è nostro dovere intrattenervi. Il che non significa non farvi anche un po’ soffrire. Dopotutto cos’è l’happy end? un finale che non rimette tutto a posto, ma che dà un premio che costa fatica, dolore.

Come mai indossi questo anello con il bufalo, e perché proprio il bufalo è un elemento che ritorna tanto nel libro de Il Vizio della Speranza?

DE ANGELIS: ho scelto il bufalo perché è un animale importante, anche domestico, se avete una casa abbastanza grande. È un animale timido, gregario. Quest’ultimo fatto lo apprezzo particolarmente, perché mi piace stare tutti insieme, anche se mi hanno fatto notare che non si può stare sempre in gruppo. Si tratta anche di un animale curioso, che per la mia terra significa sostentamento, perché produce il latte che serve a creare il latticino che sfama tanta gente delle mie zone. Riccardo Celsi, musicista con cui lavoravo all’epoca di Mozzarella Stories, mi disegnò questo simbolo, che porto sempre con me per ricordare, tra le corna e la pistola, da dove vengo, e dove magari mi rimanderanno.

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Il Vizio della Speranza parla soprattutto di donne e della loro schiavitù ai giorni nostri. Vorrei approfondire questo argomento, prima della visione.

DE ANGELIS: immaginare personaggi femminili intanto mi viene facile, perché sono stato cresciuto dalle donne. Sono state il filtro tra me e il mondo, l’ho visto coi loro occhi, senza ovviamente riuscire a comprenderle fino in fondo. Sono per me gli esseri umani allo stesso tempo più deboli e più forti. Il movimento umano che mi piace di più è quello che passa dalla debolezza alla forza. In Il Vizio della Speranza Maria è un personaggio che contiene sia elementi femminili che maschili dell’essere umano. Lei è generatrice di umanità, non solo da un punto di vista meramente ginecologico, ma anche filosofico. Riporta nel mondo che l’ha allevata e avvelenata quel vizio che ribalta le regola della la schiavitù. Non fugge da quel mondo, lo cambia da dentro.

TURCO: il tema di questo film è il futuro: cosa accade quando una donna non solo vende il proprio corpo, ma ne vede anche il frutto? Nonostante questa premessa atroce credo che un artista così complesso ci faccia la domanda più importante: cosa può accadere in un luogo così disperato quando arriva la speranza? La risposta è tutta nel film, che, scusate se lo dico, ma è un bellissimo inno alla vita e all’amore, uno slancio di vitalità. Ci ricorda che dal dolore nascono cose meravigliose per tutti noi.

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