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Game of Thrones: le morti più difficili da accettare della serie

Con la quinta puntata di Game of Thrones 8 (qui la nostra recensione) abbiamo avuto finalmente le morti importanti che ci aspettavamo, oltre ad un vero e proprio apice del climax narrativo, che potrebbe in ogni caso essere pareggiato da quello della prossima puntata. Manca solo la sesta dunque, per vedere terminata una delle esperienze televisive più segnanti, nel bene e nel male verrebbe da dire, della storia. Quando si arriva alla fine è però inevitabile ripensare all’inizio, a quello che è stato. Per questo abbiamo deciso di fare un tuffo nel passato, ripensando a tutte le peggiori perdite del serial dalla prima puntata nel lontano 2008.

Ve lo ricordate? Quando a governare Westeros c’era un ubriacone come Re Robert Baratheon e Jon Arryn era il Primo Cavaliere. Qualcuno forse pensava che le cose andassero male allora, visti i tanti sotterfugi e coltellate alle spalle, ma possiamo dire con assoluta certezza, ed un pizzico di eufemismo, che le cose da quel momento non sono certo migliorate. Ripercorriamo dunque le peggiori perdite di Game of Thrones, in termini sia emozionali che strategici e di sviluppo della trama, in ordine sparso.

Jon Arryn

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Qualcuno di voi ha sentito parlare della teoria del piano inclinato? I cultori di Aldo, Giovanni e Giacomo la conosceranno fin troppo bene. Se mettete una pallina su un piano inclinato la pallina comincia a scendere, e per quanto impercettibile sia l’inclinazione, inizia a correre e correre sempre più veloce. Fermarla, è impossibile.

Ecco, Jon Arryn è stato l’inizio di tutto, la prima tessera abbattuta del gigantesco mosaico di Ditocorto, la morte che ha dato il via a tutto e al suo contrario. Guerre, invasioni, esplosioni di templi e quant’altro. Le sue scoperte sui figli del Re hanno influenzato tutti gli eventi successivi. Decisamente una perdita importante quindi.

Re Robert Baratheon

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Un sovrano decisamente inusuale, ubriacone e violento, molto ben caratterizzato da Mark Addy. La sua morte distrugge quello che era stato, per sua stessa ammissione, “il collante che tiene uniti i sette regni”, ovvero il matrimono tra lui e Cersei Lannister. Dopo la sua dipartita le cose precipitano, formando una miriade di piccole e grandi fazioni, con svariati contendenti al trono. Primi fra tutti i suoi fratelli, Renly e Stannis. Poi il Giovane Lupo Robb Stark, in realtà principalmente in cerca di vendetta per la morte del padre. Insomma, sarà anche stato alcolizzato, violento e scarsamente affine all’attività di regnante, ma quel re “beone”, come lo descrisse Tywin Lannister, era l’unica cosa che si frapponeva tra Westeros ed il caos.

Shireen Baratheon

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Non si può dire che casa Baratheon abbia avuto molta fortuna in queste stagioni di Game of Thrones (ci auguriamo che Martin abbia idee meno tragiche per questa casata nel prosieguo dei suoi libri). La morte della piccola Shireen Baratheon, unica figlia di Stannis Baratheon, è di gran lunga uno dei momenti più strazianti di sempre. Da far tremare i polsi sentire le sue urla disperate, mentre la telecamera indugia sul volto di Stannis, già personaggio poco amato dai fan. La morte della principessa, voluta dal Dio Rosso, almeno a detta di Lady Melisandre, è un’altra delle cose che la sceneggiatura ha mancato di spiegare successivamente: perché il Dio Rosso ha voluto una cosa simile? Ad ogni modo, anche da un punto di vista strategico, questa morte ha una grande importanza: metà dell’esercito, dopo aver visto Shireen bruciare viva, ha disertato, decretando la fine di Stannis e della Casa Baratheon.

Eddard Stark

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Parliamo ora dell’unico personaggio veramente buono della serie, anche se gli avvenimenti alla Torre della Gioia portano a qualche piccola riserva sul suo onore. La sua esecuzione, per mano del crudele Joffrey, porta la Guerra dei Cinque Re ad infuriare in tutta la sua potenza, anche se non possiamo definirla la vera e propria causa scatenante. Dal punto di vista dello show, comunque, rappresenta uno degli shock più grandi, visto che per la prima volta una serie tv uccide il proprio indiscusso protagonista (interpretato dall’attore più conosciuto del cast, Sean Bean). Fondamentalmente è da quando vediamo la testa di Ned Stark rotolare sul patibolo che ci rendiamo conto che Game of Thrones è davvero qualcosa di diverso.

Robb Stark, Catelyn Stark e Talisa Maegyr

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Le Nozze Rosse sono un altro momento indimenticabile della serie, oltre ad essere uno dei più disturbanti ed inaspettati. In un colpo solo, tutta la fazione degli Stark viene cancellata con un colpo di spugna, senza il minimo preavviso. Un colpo a freddo che rimane uno dei coupe de teatre meglio riusciti. Vedere poi una donna incinta, Talisa, uccisa a coltellate nello stomaco è qualcosa di disturbante e potente, insieme al momento in cui madre e figlio si guardano, leggendo la resa l’uno negli occhi dell’altro. Momenti davvero di altissimo livello, anche recitativo.

Khal Drogo

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L’indistruttibile ragazzone Dothraki pareva destinato a grandi cose nell’arco delle successive stagioni, dopo che Daenerys lo aveva convinto ad attraversare il Mare Stretto e conquistare i Sette Regni con la sua orda. Peccato che Martin avesse idee diverse. Tradito da una prigioniera, costretto in un coma irreversibile, vede finire davvero velocemente la propria linea narrativa, costringendo la Madre dei Draghi ad un percorso molto più lungo ed accidentato per arrivare a Westeros. La costringe perfino a soffocarlo lei stessa, per porre fine alle sue sofferenze, una lezione sulla spietata crudeltà della vita. Tutto straziante e strategicamente molto importante: con i Sette Regni dilaniati dalla Guerra dei Cinque Re, Khal Drogo e l’orda Dothraki avrebbero vinto con estrema facilità, probabilmente.

Tywin Lannister

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Sì, proprio lui, il politico più insensibile e sanguinario della serie. La mente dietro alle Nozze Rosse, per dirne una su tutte. Perché è una delle perdite peggiori di Game of Thrones? Per via del fatto che la sua è sempre stata la voce della ragione, per quanto crudele. Sapeva tenere a freno con la sua volontà di ferro tutti i personaggi più indomabili che aveva intorno, specialmente la figlia. Perfino il perfido Joffrey aveva un giusto timore del nonno. Senza di lui abbiamo perduto un personaggio carismatico e misurato, che avrebbe potuto dare molto al conflitto dell’ottava stagione.

Oberyn Martell

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La scena della sua dipartita fornisce una quantità enorme di emozioni contrastanti, capovolgendo le aspettative in pochi secondi. Poteva uccidere un personaggio odioso come La Mantagna, ma è stato accecato, è il caso di dirlo, dalla propria superbia e sicurezza. La sua morte poi scatena (non troppo sensatamente, bisogna dirlo) la rivolta delle principesse di Dorne, portando a quello che rimane forse l’omicidio più efferato di tutto il serial, di cui parliamo di seguito…

Myrcella Baratheon/Lannister

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… ci riferiamo all’omicidio di Myrcella Baratheon, unica figlia femmina di Cersei e Jamie Lannister, uno dei pochissimi personaggi che non è mai stato toccato dai giochi del trono. Viene uccisa vigliaccamente da Ellaria Sand, che la avvelena con Il Lungo Addio, fatto che il karma provvederà a rimettere presto in equilibrio. La successiva uccisione della Sand è infatti una delle più giustificate, a nostro avviso, tra tutte quelle perpetrate da Cersei. La scena in cui Myrcella muore tra le braccia dello zio/padre, è davvero commovente e crudele allo stesso tempo, e contribuisce a “mescolare” sempre più i buoni e i cattivi.

Leggi Anche – Game of Thrones 8: recensione della quinta puntata (SENZA SPOILER)

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I migliori monologhi dei film di sempre: una classifica per motivarsi e riflettere

I film non sono solo intrattenimento. Per molti di noi, sono una vera e propria fede, qualcosa in cui identificarsi. La componente principale che fa di questa forma d’arte la più completa di tutte, è senza dubbio la narrazione, che avviene per immagini, accompagnate da suoni e colori. All’interno di queste sequenze, i grandi sceneggiatori hanno inserito alcuni dei migliori monologhi dei film di sempre, che hanno creato un’iconografia quasi letteraria, elevando le frasi interpretate dagli attori a dei veri e propri mantra, finiti nel cuore, nei ricordi e perfino sulla pelle di chi ha ascoltato e promosso a credo le parole dei loro personaggi preferiti. In questo articolo cercheremo di dar forma ad una breve classifica dei dieci migliori monologhi dei film di sempre, toccando svariati generi e svariati significati, dando comunque rilevanza a quella che è la grande missione del cinema: dare un senso alle nostre vite. Alcuni titoli mancheranno, altri potrebbero addirittura risultare sconosciuti; in ogni caso, quel che vi garantiamo è che alla fine della lettura, avremo tutti qualcosa di nuovo da imparare, o su cui riflettere.

10 – Wild – la vera sfida è vivere

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Interpretato e prodotto da Reese Whiterspoon, il primo lungometraggio con uno dei migliori monologhi dei film di sempre ricalca le memorie di Cheryl Strayed, donna statunitense che dopo una giovinezza fatta di travagli e sofferenze, decide di affrontare un viaggio in solitaria nella natura selvaggia. Ne uscirà rinnovata, esorcizzando i profondi tormenti che l’hanno costernata per tutta la gioventù. La colonna sonora di Simon & Garfunkel rende Wild un film che va ben oltre l’intrattenimento, è un brivido inconfondibile.

Ci ho messo anni per essere la donna che mia madre voleva. Ci sono voluti 4 anni 7 mesi e 3 giorni, senza di lei. Dopo essermi persa nella selva del mio dolore, ho ritrovato la strada per uscirne. Non sapevo nemmeno dove andavo quando sono arrivata là, al Ponte degli Dei. Grazie, sarò eternamente grata per tutto ciò che quel viaggio mi ha insegnato e per tutto ciò che ancora non potevo sapere. Sapevo solo che non c’era più bisogno di afferrare tutto a mani nude, che lasciar scorrere l’acqua del fiume era sufficiente, che era tutto. La mia vita, come ogni vita, misteriosa, irripetibile e sacra. Così vicina, così presente, così pienamente mia. La vera sfida è vivere.

9 – Le due Torri – C’è del buono a questo mondo

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La trilogia di Peter Jackson ha in ogni capitolo una carrellata di massime che per ogni fan costituiscono dei veri e propri mantra. Il discorso al genere umano fatto da Aragorn ne Il ritorno del re, la carica di Re Théoden alle porte di Minas Tirith e la visione del tempo di Gandalf sono pietre miliari della letteratura e della storia del cinema, ma quello che forse risulta essere uno dei migliori monologhi dei film di sempre è proprio quello di Samwise Gamgee in chiusura de Le due Torri. Il personaggio di Sam, sempre fedele a Frodo e oltremodo coraggioso, è il perfetto interprete della forza d’animo di fronte alle avversità. In questo monologo, le affronta rivivendo le sensazioni dell’infanzia, di casa e rivisitando i valori di speranza e ottimismo.

È tutto sbagliato. Noi non dovremmo nemmeno essere qui. Ma ci siamo. È come nelle grandi storie, padron Frodo. Quelle che contano davvero. Erano piene di oscurità e pericoli, e a volte non volevi sapere il finale. Perché come poteva esserci un finale allegro? Come poteva il mondo tornare com’era dopo che erano successe tante cose brutte? Ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest’ombra. Anche l’oscurità deve passare.

Arriverà un nuovo giorno. E quando il sole splenderà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, che significavano qualcosa, anche se eri troppo piccolo per capire il perché. Ma credo, padron Frodo, di capire, ora. Adesso so. Le persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l’hanno fatto. Andavano avanti, perché loro erano aggrappate a qualcosa. C’è del buono in questo mondo, padron Frodo. È giusto combattere per questo.

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Marvel Cinematic Universe: le migliori battaglie del franchise sugli Avengers

Il Marvel Cinematic Universe è diventato il maggiore franchise nella storia del cinema. Tuttavia, la maggior parte delle scene migliori e dei combattimenti più esaltanti si svolgono in minuscole location. Nonostante i 22 blockbuster della saga e la dozzina di personaggi ben riconoscibili e definiti, molti dei salvataggi degli Avengers sono stati di tipo pedestre. Questo perchè la maggior parte dei combattimenti era già pre-visualizzato prima che un regista venisse eventualmente assunto per girare anche i capitoli successivi.

Non per questo motivo, tuttavia, le battaglie costruite in 22 del Marvel Cinematic Universe film che hanno incassato una marea di miliardi di dollari, hanno perso in spettacolarità. Per ogni zuffa monotona e priva di fantasia, c’è un po’ di confusione comica; ad ogni abominevole Hulk che combatte fuori dall’Apollo corrisponde un fragoroso smackdown su Sakaar; per ogni pugno in un occhio sulla metropolitana sotto Wakanda, c’è uno scontro senza respiro al largo delle sue cascate. Adesso, con Avengers: Endgame che ha spinto ulteriormente questa ambizione senza eguali di sinergia cinematica, diamo un’occhiata alle 10 migliori scene di combattimento del Marvel Cinematic Universe.

Attacco sull’asfalto (Captain America: Civil War)

Se The Avengers fornisce la prova che il Marvel Cinematic Universe può funzionare, è Captain America: Civil War a suggerire quanto possa espandersi. Con gli eroi più potenti della Terra bloccati in un’impassa di natura filosofica e divisi in due gruppi, i fratelli Russo ne portano dodici di loro a scontrarsi in una battaglia all’aeroporto di Berlino, che si trasforma in un luogo davvero poco eccitante per una lotta all’ultimo sangue.

La stessa azione è spesso scialba e sembra persino che qualcuno non sappia nemmeno per quale motivo stia combattendo (l’animosità di Ant-Man contro Tony Stark non ha senso, viste le circostanze). Ma l’esecuzione sotto tono non mina la sensazione che questa sequenza sia come un fumetto che viene in vita. Quello che la zuffa manca in maestria, lo guadagna in ambizione. Ovviamente, rispetto alla magnificenza di Infinity War e di Endgame, la battaglia in aeroporto di Civil War è soddisfacente quanto noccioline da bar per uno stomaco vuoto.

Una shakerata salata (Ant-Man and the Wasp)

I film su Ant-Man, a volte, sembrano i figliastri di casa Marvel. I Guardiani della Galassia si divertono a modo loro ma Peyton Reed si muove su un livello totalmente diverso di stupidità. Caso in questione: Wasp mette KO un tirapiedi ingrandendo una saliera. Questo è solo uno di molti momenti frivoli di Ant-Man and the Wasp, che introduce tanti villain cool e alza la posta su tutto ciò che funziona del film precedente. Di seguito, un piccolo assaggio del carattere folle che distingue questo film: Evangeline Lilly che si muove attraverso la materia! Walton Goggins che viene agitato! Wasp che corre sul lato di un coltello da cucina! E l’intera cosa diventa molto più comica una volta che Ant-Man e Ghost vanno a finire dentro il mix e la costruzione sonora fa credere che si tratti di una coreografia di distruzione.

Scendere giù (Captain America: The Winter Soldier)

Gli appassionati della Marvel pretendono che Captain America: The Winter Soldier possa somigliare ad uno dei thriller politici anni ’70 di Alan Pakula. Non del tutto. Il debutto dei Fratelli Russo nel mondo Marvel dà vita al film più sospettoso, energico e teso dell’intero franchise e la scena in ascensore lo dimostra. Steve Rogers viene a patti con una dozzina di spie dell’Hydra in un ascensore di una struttura di proprietà del governo americano. La costruzione della scazzottata è deliziosamente ricca di tensione. All’inizio, Steve inizia a percepire la presenza del nemico. Poi, il primo Avenger prepara il terreno per lo scontro. La battaglia è un po’ lunga ma è anche ben concentrata. Il tocco migliore dei Russo consiste in un’inquadratura dall’alto verso il basso che mostra la carneficina. Un consiglio per tutti voi: non combattete contro Steve Rogers. Se Tony Stark non è riuscito a sconfiggerlo, non ce la farete nemmeno voi!

Portali! (Thor: The Dark World)

Thor: The Dark World è il film che va più vicino a replicare la logica del video-game Portal con il climax della battaglia che si diverte a creare buchi nel continuum spazio-temporale. Quando Malekith e la sua armata di elfi oscuri si teletrasporta a Greenwich, Thor è costretto a combatterli attraverso una serie di portali inter-dimensionali che trasportano le macchine su pianeti alieni distanti. I film di supereroi raramente contengono sequenze divertenti e sciocche di quelle dello scontro tra Thor e Malekith sul Gherkin. Più tardi, Doctor Strange avrebbe fatto persino di più, trasformando le maggiori città della terra in fantastici luoghi di combattimento. Tutto ciò dimostra che anche i più triti film Marvel contengono momenti di inaspettata magia.

Baruffa nella Dimensione Specchio (Doctor Strange)

Più di qualsiasi altro film del Marvel Cinematic Universe, Doctor Strange dipende tantissimo dagli effetti speciali. Ovviamente, anche altri film del franchise hanno personaggi fondamentali totalmente generati in CGI ma questo deforma il mondo che conosciamo in un altro sconosciuto. E lo fa prendendo gli elementi più familiari della nostra realtà e trasformandoli in qualcosa di interamente nuovo. In altre parole, se il viaggio di Doctor Strange attraverso la Dimensione Specchio non fosse stato ben fatto, il film sarebbe stato un’occasione persa. Immergendosi nella Dimensione Specchio, Scott Derrickson ed il suo team di effetti speciali mostrano New York in modo caleidoscopico.

Il cattivo Kaecilius porta Doctor Strange e il suo buon amico Mordo in un’entusiasmante caccia attraverso Manhattan che somiglia ad una delle migliori sequenze di combattimento di Inception. Le vie della città si piegano su sè stesse, finendo per somigliare ad un’opera di Escher, i palazzi danzano e la fabbrica della realtà collassa su di sè. Il contrasto tra Strange (che prova a non vomitare) e Kaecilius (che non esita a correre su e giù) è straordinario e la sequenza diventa ancora più potente quando entra in scena anche Tilda Swinton. I Fratelli Russo dovrebbero essere grati a Scott Derrickson per aver trovato il modo di rendere la magia così tangibile.

La fuga di Yondu (Guardiani della Galassia Vol. 2)

Non ti aspetteresti mai che un tipo che si fa chiamare Taserface prenda decisioni sbagliate ma si tratta esattamente di ciò che l’ammutinato spaziale fa quando cattura Yondu, Rocket Racoon e Baby Groot a bordo del Ravager. E così ha inizio una delle sequenze d’azione più giocose e cartoonesche del MCU. La freccia di Yondu controllata dal suo fischio squarcia una legione di tirapiedi mentre la colonna sonora è caratterizzata dalla presenza di Jay and the Americans con Come a little bit closer.

Si tratta di una deliziosa anarchia dall’inizio alla fine che il regista, James Gunn, riempie di note gradevolmente divertenti. I corpi dei cattivi danzano prima di stramazzare al suolo e i drappi viola con nastri rossi di Yondu volteggiano, come se il personaggio fosse stato colorato dalle mani di un bambino. Non solo la sequenza è un esempio di particolare rapidità ma sintetizza anche la spavalderia dei due episodi di Guardiani della Galassia e stimola un inaspettato affetto nei confronti di Yondu.

T’Challa vs. M’Baku (Black Panther)

La maggior parte dell’azione in Black Panther non è ai livelli a cui Ryan Coogler ci aveva abituati in Creed. Si tratta di azione troppo caotica ed incostante, troppo generata in digitale e priva di vita. Questo fa capire quanto persino gli autori della nuova generazione siano al servizio dello stile del Marvel Cinematic Universe. Ma questa volta, non importa. Perchè Black Panther è concepito così bene e i suoi personaggi sono così caratterizzati da rendere dimenticabile la scarsa riuscita di alcuni combattimenti.

Così, il ritualistico scontro tra T’Challa e M’Baku non è soltanto una feroce zuffa per il trono di Wakanda ma è anche l’introduzione ad una cultura in cui tradizione e modernità convivono con brutale bellezza. La scazzottata con Killmonger che giunge dopo potrebbe sembrare più interessante ma la prima battaglia è persino più cruciale perchè introduce il mondo di Wakanda e rende chiaro l’obiettivo per cui T’Challa lotta. E la forza della colonna sonora di Ludwig Goransson è la ciliegina sulla torta.

La battaglia finale (Avengers: Endgame)

Non possiamo dire chi sta combattendo o perché. Nè, tantomeno, contro chi si combatte. Ma possiamo dire che il climax finale di Avengers: Endgame dà vita al più grande scontro di supereroi nella storia del cinema. E, nonostante i Fratelli Russo non abbiano la capacità di raggiungere lo stile di Joss Whedon nei suoi giorni migliori, il gran finale è uno strepitoso spettacolo pieno di tutti i supereroi del Marvel Cinematic Universe.

Iron Man è forgiato (Iron Man)

Per il genio milionario playboy filantropo (e mercante di guerra) che è Tony Stark, le armi sono sempre state un mezzo per un fine. Ciò che le armi fanno alle altre persone non importa tanto quanto ciò che rappresentano per la sua causa. Tutto cambia quando il narcisista che ama mettersi in mostra rimane bloccato in una grotta intrappolato da alcuni terroristi afghani ed è obbligato a diventare la più forte arma mai costruita. Grazie ad alcune disperate circostanze e al gentile dottor Yinsen, questo momento si trasforma in quello in cui Tony impara ad apprezzare il costo umano dietro la sua attività e la necessità di proteggere le persone.

Si tratta di una trasformazione drammatica che crea il più grande universo cinematografico mai concepito e Jon Favreau filma Iron Man con tutta l’energica potenza che serve. Dalle piccole acciaccature che tengono Stark bloccato a terra alle esplosioni in stile vulcano che erompono ogni qual volta utilizzi l’acciaio per combattere, ogni sequenza cattura il divertimento e la forza di un eroe forgiato nel buio delle tenebre.

La battaglia di New York (The Avengers)

La battaglia di New York è, a mani basse, la singola maggiore sequenza di azione nella densa (seppur ancora breve) storia dei cinecomics e del Marvel Cinematic Universe. The Avengers è il primo film che galvanizza questo grande esperimento, trasformandolo in un universo visionario da stringere ed allargare e molta della sua forza viene sviluppata a partire da quella battaglia che mette in scena tutti insieme i supereroi del franchise. Non serve dirlo ma Joss Whedon ha centrato il punto. Quando gli Avengers sono finalmente riuniti per chiudere i portali aperti sopra Manhattan, Whedon sviluppa dei momenti perfetti, legandoli tra loro in una serie di long-take fluidi che mostrano come gli Avengers lavorano in squadra.

Circa 20 film dopo, il Marvel Cinematic Universe non ha nuovamente raggiunto l’apice della sequenza in cui Vedova Nera combatte ai piedi della Stazione Centrale, Iron Man sfreccia in cielo, Occhio di Falco offre copertura da una terrazza, Captain America volteggia tra le automobili, Thor gestisce i tuoni e Hulk spacca. I singoli momenti sono straordinari mentre il movimento di macchina circolare attorno agli Avengers simboleggia il cuore del progetto. Tutto ciò sarebbe già sufficiente per far posizionare in cima alla lista la battaglia di New York con la speranza che Kevin Feige e co, riconoscano la sua importanza fondamentale, considerangola come pietra di paragone per le prossime due Fasi.

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Stephen King: tutti gli adattamenti cinematografici dal peggiore al migliore

Si potrebbe definire il re dell’horror, le cui storie hanno e stanno scrivendo la storia del cinema horror, stiamo parlando di Stephen King. I suoi libri e storie sono diventate pellicole cinematografiche di successo ma anche incredibili flop che si fa fatica a ricordare. Gli adattamenti sono tanti, senza contare dei sequel, e vogliamo oggi celebrare l’autore delle horror story, che hanno spaventato molti di noi, con una classifica dal peggiore al migliore adattamento.  Ne citeremo solo alcuni, anche se la classifica sarebbe molto ben più lunga di quella che proponiamo di seguito.

20 – The Mangler – La Macchina Infernale (1995)

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Adattamento che risulta pazzesco in tutti i modi sbagliati. Una storia su un macchinario infestato all’interno di una lavanderia industriale che è risultato un pasticcio totale, un film esagerato, troppo lontano da sembrare reale.

19 – Cell (2016)

cell stephen king cinematown.it

John Cusack e Samuel L. Jackson sono le uniche due persone che, mentre si stava diffondendo un virus zombie-psichico attraverso gli auricolari, non erano al telefono. I personaggi deboli del film, la mitologia risibile e il finale bizzarro sono i veri motivi per cui questo adattamento risulta un flop.

18 – Unico Indizio la Luna Piena (1985)

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Un ragazzo disabile (Corey Haim) è convinto della presenza di un lupo mannaro nella città a seguito di una serie di omicidi nelle serate di luna piena. Nessuno gli crede e ovviamente il ragazzo ha ragione. A rendere il film, che aveva tutte le carte in regola per risultare gradevole, sono i valori di produzione scadenti e gli effetti speciali legati alle creature completamente poco convincenti.

17 – Grano Rosso Sangue (1984)

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La trama non era male: una città invasa da ragazzini omicida ma, l’adattamento di Fritz Kiersch vaga senza meta alla ricerca di spaventi, e il finale soprannaturale esagerato è involontariamente esilarante. Narciso Ibáñez Serrador’s con Ma come si può uccidere un bambino? nel 1976 affrontò lo stesso tema ma in maniera bel più riuscita della deludente versione di Kiersch.

16 – L’Allievo (1998)

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Un giovane Brad Renfro ricatta il suo vicino di casa Ian McKellen dopo aver scoperto essere un nazista rifugiato in America, cercando di farsi rivelare i segreti più oscuri, formando un rapporto tutt’altro che salutare. È innegabilmente spaventoso, e Renfro e McKellen regalano una bella performance, ma quasi tutte le scene di questo film sembrano reminiscenze delle accuse contro le accuse di Singer, quindi è ancora incredibilmente difficile da superare.

15 – I Sonnambuli (1992)

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Prima sceneggiatura originale di Stephen King che vede la partecipazione di Alice Krige e Brian Krause come mostri di gatti madre-figlio che sono anche amanti, in grado di sopravvivere nutrendosi dell’energia vitale delle ragazze vergini. Con effetti visivi e scelte narrative molto discutibili, il film di Mick Garris non è mai noioso.

14 – Secret Window (2004)

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In questo film troviamo un divorziato Jhonny Depp, scrittore che si trasferisce in una casa isolata di campagna per riprendersi e un perfetto sconosciuto inizia ad accusarlo di plagio interpretato da Jon Turturro. Un altro film ben costruito, reso sempre più scomodo dal contesto, è relativamente lucido e pieno di suspense, ma è difficile guardare un film su Depp che minaccia la moglie e perdere la testa senza spostarsi mentalmente in un territorio inquietante e distratto.

13 – Brivido (1986)

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L’unico film diretto da Stephen King che racconta la storia di un gruppo di estranei intrappolati in una stazione di servizio quando tutte le macchine sulla Terra prendono vita a causa della scia di una cometa e iniziano a uccidere tutti. Terrorizzati da veicoli e distributori automatici, sono costretti a rifornire i camion, ed è ridicolo quanto sembra. Ma è un casino così divertente, e la colonna sonora degli AC/DC calza così tanto, che ha sviluppato una meritata reputazione come una stranezza di culto.

12 – Il Miglio Verde (1999)

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Secondo adattamento di Stephen King di Frank Darabont, Il Miglio Verde è il percorso che i condannati a morte nell’epoca della Depressione compiono dalla loro cella al luogo dell’esecuzione. La vita della guardia Paul Edgecombe (Tom Hanks) cambierà con l’arrivo nella prigione di John Coffey (Micheal Clarke Duncan), accusato del massacro di due bambine, ruolo che all’attore gli è valso il premio Oscar. Il film è una produzione bella ma gonfia, raccontata a grandi linee con risultati misti ma spesso impressionanti.

11 – The Night Flier (1997)

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Due giornalisti sono alle prese con un serial killer che vola da un aeroporto all’altro mietendo vittime. La storia soprannaturale diventa sempre più ridicola,  Miguel Ferrer interpreta un cinico giornalista che si ritrova improvvisamente a credere alle strane storie che spaccia. Il film dà a Ferrer uno dei suoi migliori ruoli e gira un filato molto insolito nel processo.

10 – L’Occhio del Gatto (1985)

l'occhio del gatto stephen king cinematonw.it

La figura di un gatto che unisce tre racconti del terrore mentre attraversa New York, da una clinica per smettere di fumare a una camera da letto di una ragazza fino al cornicione di un appartamento di lusso, è questo l’incipit di una delle migliori antologie horror degli anni ’80. Ogni segmento è uno shock eccellente a sé stante, con sensi contorti di umorismo e suspense da accapponare la pelle. L’unica cosa che mantiene il film dallo status classico sono le deboli  inquadrature che non riescono bene a collegare le storie insieme, oltre alla presenza di un gatto.

9 – Pet Sementary – Cimitero Vivente (1989)

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“A volte, morto è meglio.” Il racconto vizioso e terrificante di Stephen King sul dolore di una famiglia in seguito alla morte del loro amato gatto è diventato un film emotivamente esplosivo e raccapricciante della regista Mary Lambert, che interpreta il melodramma e lascia che lo strano racconto soprannaturale di King parli da solo. Lo scorso 4 Aprile 2019 è uscito il nuovo adattamento cinematografico di Pet Sementary diretto da Kevin Kölsch e Dennis Widmyer. Il remake è quasi alla pari con l’originale, con alcuni cambiamenti notevoli che mantengono la storia, il film amplifica gli shock e rende l’atmosfera ancora più inquietante che mai, ma la versione in realtà “migliore” è probabilmente solo una questione di gusti.

8 – Stand by Me – Ricordo di un’Estate (1986)

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Con un cast vincente e una colonna sonora anni ’50 perfetta, questa storia di un gruppo di bambini che fanno trekking e trovano un cadavere di un ragazzo scomparso ha contribuito a informare l’elegiaco cinema pop negli anni successivi e con una buona causa. È una saga di gioventù, splendidamente scritta e seriamente diretta, in tutta la sua strana, scomoda, violenta ed eroica meraviglia.

7 – Cujo  (1983)

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Diretto da Lewis Teague, Dee Wallace dà una delle migliori performance dell’orrore in Cujo, uno shock terribilmente semplice su una donna intrappolata in una macchina con suo figlio da un San Bernardo mortale e rabbioso a seguito di un morso di un pipistrello. Con il passare del tempo, diventa chiaro che moriranno a meno che non facciano qualcosa. Lewis Teague mantiene l’unica location eccitante e il ritmo è completamente teso, Cujo è un film infernale e pieno di suspense e Wallace merita più elogi per la sua bravura.

6 – It (2017)

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Il primo capitolo del remake in due parti di Andy Muschietti di It traspone gli idilli di King del 1950 al loro equivalente nostalgico moderno degli anni ’80, e funziona. Questa storia di un gruppo di ragazzini sfigati che respingono un clown demone incredibilmente malvagio cattura tutte le meraviglie e il terrore della giovinezza, e poi continua a scoppiare in spaventi sorprendenti e scioccanti. Il giovane cast è impeccabile e Bill Skarsgard ha tutte le carte in regola per competere con il Pennywise di Tim Curry, dell’amata mini-serie TV del 1990.

5 – Misery non deve morire (1990)

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Il primo ed unico adattamento di Stephen King ad aver vinto un Academy Award. Kathy Bates ha portato a casa un meritatissimo Oscar per il ruolo di infermiera disturbata mentalmente che rapisce il suo autore preferito, dopo che questi rimane coinvolto in un incidente, e lo costringe a fare il suo canone di fan-fiction. James Caan cure le scene in un filato magistralmente pieno di suspense che mette in luce le più grandi ansie di ogni scrittore sui loro lettori e l’amore di ogni lettore per il loro autore preferito.

4 – Le Ali della Libertà (1994)

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Il celebre adattamento del racconto di King “Rita Hayworth e la  redenzione di Shawshank” di Frank Darabont vede Tim Robbins nei panni di un contabile imprigionato per aver ucciso sua moglie che lotta per adattarsi all’ambiente carcerario duro, corrotto e violento. Lungo la strada, sviluppa un’amicizia importante con Morgan Freeman e fa un piccolo miracolo dopo l’altro. Ispirato allo storytelling drammatico, con performance indimenticabili di quasi tutto il cast, una splendida fotografia e una musica meravigliosa, Le Ali della Libertà è uno dei grandi drammi degli anni ’90.

3 – Carrie – Lo sguardo di Satana (1976)

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Il primo adattamento di Stephen King  piuttosto impressionante, rimane ancora uno dei migliori. La versione cinematografica di Brian De Palma del romanzo d’esordio di King vede Sissy Spacek interpretare il personaggio del titolo Carrie, tormentata da una madre violenta e tirannica Piper Laurie e accompagnata da un cast di giovani attori crudeli che a turno distruggono la sua vita. Quando i loro scherzi finalmente spingono Carrie troppo lontano, il film si trasforma in un inferno puro e sfrenato. De Palma cattura i mali dell’esperienza adolescenziale e dell’oppressione religiosa così potente che persino i momenti più strani del film sembrano naturali.

Altro remake sul film del 1976 risale al 2013 diretto da Kimberly Peirce che aggiorna il primo romanzo di King ai giorni nostri e aggiunge un punto che riguarda i social media, ma è ancora fondamentalmente la storia di una relazione violenta tra una madre malata di mente e la sua repressa e figlia psichicamente potente, interpretate rispettivamente da Julianne Moore e Chloë Grace Moretz. Entrambe le attrici hanno dato il massimo nei loro ruoli, con Moore in particolare. Tuttavia, questo remake rispettabile ma irrilevante non sembra mai così crudo e spaventoso come l’originale.

2 – La Zona Morta (1983)

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L’adattamento di David Cronenberg del dramma psichico di Stephen King è interpretato da Christopher Walken come insegnante che cade in coma e si risveglia anni dopo, avendo perso l’amore della sua vita ma acquisendo il potere di vedere il futuro e di modificare il corso degli eventi. Il film è a volte terrificante, ma è soprattutto una potente tragedia cassandrese, come la dea greca che aveva il potere della preveggenza, su un uomo con il potere di cambiare il futuro ma che si perde nel processo.

1 – Shining (1980)

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Stephen King ha notoriamente disapprovato l’adattamento di Kubrick, ma accettiamo di non essere d’accordo. Shining è un capolavoro dell’horror, un perfetto connubio tra materiale e regista, con rappresentazioni iconiche e spaventose insidie. Jack Nicholson e Shelley Duvall sono bloccati all’ Overlook Hotel per tutta l’estate, e la follia prende piede, probabilmente (ma non necessariamente) spinta da forze soprannaturali. La macchina fotografica di Kubrick scivola lungo i corridoi e cattura momenti impensabili che ti rimangono in gola. Il film potrebbe benissimo essere il più spaventoso mai realizzato, e la precisione del materiale originale è dannata, è il miglior adattamento del re fino ad ora.

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Film motivazionali: i titoli che ti faranno venire voglia di essere una persona migliore

Per molte persone i film non sono solo una distrazione, ma veri punti di riferimento da cui imparare lezioni di vita. Parecchi film motivazionali si concludono con una morale che può insegnare molto più di quanto possano fare le scuole o le persone che ti circondano. Il cinema tocca ogni aspetto della vita e insegna molte cose, da quelle che possono sembrare le più banali, alle più profonde. Persino gli attori stessi imparano per la prima volta lezioni fondamentali di vita, mentre interpretano i propri personaggi. Qui di seguito dieci dei film motivazionali che ti spingono ad essere una persona migliore.

The help

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Anche se la trama è inaspettata, questo film motivazionale ti arriverà dritto al cuore. È ambientato nell’America degli anni 60 e racconta la storia di Eugenia Phelan (Emma Stone), una giovane scrittrice con una mentalità molto aperta per quei tempi, che vuole scrivere di donne afroamericane che lavorano come domestiche. Nel corso del tempo, Eugenia osserva e registra le opinioni di queste donne riguardo i loro datori di lavoro bianchi nel sud razziale. Questo film approfondisce il modo in cui le donne affrontano i problemi di razza nel passato americano.

Forrest Gump

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Questo è uno dei classici cult di Hollywood per una buona ragione. Tom Hanks è brillante come Forrest, che, nonostante i suoi svantaggi, non lascia che nulla gli impedisca di perseguire i suoi sogni. La sua storia ti ispirerà a canalizzare un senso di ottimismo nei momenti di avversità.

La ricerca della felicità

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Dalle stelle alle stalle, Christopher Gardner, interpretato da Will Smith, raggiunge finalmente il successo dopo svariate porte in faccia. Da padre single e senzatetto, Gardner va contro ogni pronostico e lavora per diventare un agente di successo. Ci mostra che la tenacia e la forza interiore sono cruciali nel raggiungimento dei nostri obiettivi.

Il lato positivo

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Pat, interpretato da Bradley Cooper, perde il lavoro e si separa dalla moglie, il che lo porta a trascorrere del tempo in un istituto psichiatrico, mentre cerca di tenere a bada il suo disturbo bipolare. Una volta tornato a casa, incontra Tiffany (Jennifer Lawrence), che ha a che fare con le sue stesse lotte. La coppia collabora per fare qualcosa di inaspettato, che mette in evidenza i loro viaggi individuali con problemi di salute mentale, ma anche il loro desiderio di diventare persone migliori. Questo film motivazionali è pieno di un’autenticità che ti porterà alle lacrime.

127 ore

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Basato su una storia vera, questo film racconta la vicenda di Aron Ralston, uno scalatore interpretato da James Franco, il cui braccio è intrappolato sotto un macigno nel deserto di Moab, nello Utah. Quando non c’è chiaramente nessuno che gli presta soccorso, Aron deve prendere misure di vita disperate per salvarsi. Questo tipo di narrativa potrebbe essere straziante, ma potrebbe cambiare completamente la tua visione della vita.

Rocky

 

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Rocky Balboa, interpretato da Sylvester Stallone, è un perdente che ha la possibilità di combattere il campione dei pesi massimi, Apollo Creed. Balboa lo fa con un senso di convinzione che ispirerà anche il meglio di noi, essendo uno dei pochi film motivazionali a restare sempre potente e travolgente come se lo si guardasse per la prima volta.

The millionaire

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Questo film motivazionale si svolge nella baraccopoli dell’India. Racconta la storia del diciottene Jamal Malik (Dev Patel) nella versione indiana di Chi Vuol Essere Milionario. Dopo aver vissuto una dura infanzia per le strade di Mumbai, Jamal ha la possibilità di usare la sua intelligenza nel gioco e riscattarsi.

Freedom writersFilm motivazionali cinematown.it

Ambientato a Long Beach, in California, l’insegnante di scuola superiore Erin Gruwell (Hilary Swank) ha l’obiettivo di ispirare i suoi studenti a cambiare le loro vite attraverso la scrittura. Il suo incoraggiamento potrebbe aiutarti a far emergere il tuo lato creativo.

L’attimo fuggente

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L’insegnante di una scuola preparatoria di soli maschi, John Keating (Robin Williams), si propone di cambiare il modo in cui gli studenti apprendono, al posto del metodo tradizionale. Riconoscendo la pressione e gli elevati standard a cui sono tenuti molti dei suoi studenti, Keating li guida fuori dai loro gusci e li aiuta a vivere la vita più liberamente. L’influenza di Keating si estenderà a te, facendoti sentire sollevato e ottimista.

Schindler’s List

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Questo film è ambientato in Polonia durante la seconda guerra mondiale. L’uomo d’affari Oskar Schindler si unisce al partito nazista e assume ebrei nella sua compagnia, ma quando le SS sono alla ricerca di ebrei, Schindler protegge i suoi lavoratori. Questo lungometraggio pluripremiato, tra i più grandi film motivazionali di sempre, è considerato uno dei più grandi film dell’American Film Institute di tutti i tempi.

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Le migliori interpretazioni di supereroi fino ai giorni nostri

Negli ultimi anni il mondo dei supereroi è stato oggetto di innumerevoli trasposizioni cinematografiche, che sono riuscite a combinare sullo schermo personaggi complessi e scelte attoriali – quasi – sempre azzeccate. THR ha stilato un’accurata lista delle alle migliori interpretazioni di supereroi di sempre, valutando sia l’interpretazione che i singoli attori ne hanno saputo dare, sia la loro capacità nel mantenere interessante il personaggio interpretato nel caso della presenza di sequel.

Forse la cosa più importante da imparare è come sostenere il personaggio in quel periodo…-…Il modo migliore per farlo è trovare sviluppo, progresso nel personaggio, quindi non stai solo ripetendo una formula con ogni film.

Parola di  Patrick Stewart, che interpreta il prof. Charles Xavier per la settima volta in Logan. Di seguito riporteremo le posizioni più interessanti della classifica, il cui podio è occupato dalle migliori interpretazioni di supereroi che hanno unito i pareri di tutti all’unanimità.

1 – Wolverine (Hugh Jackman)

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Il primo posto, più che meritato, va a colui che ha interpretato per la bellezza di nove volte il personaggio di Wolverine, Hugh Jackman. Nessun attore può vantare di aver raggiunto un grado così alto di appartenenza ad un supereroe, quasi da considerarlo di sua proprietà. Seppur la serie X-Men non abbia sempre fatto centro (X-Men Origins: Wolverine), Jackman è riuscito a resistere e darvi quel fascino naturale, ben diverso da quello che traspariva dai fumetti, senza creare scompiglio e rischiare di distaccarsi troppo dal fumetto. L’apice lo abbiamo avuto con Logan, in cui l’attore ha interpretato una versione più matura e vulnerabile del personaggio, una performance rara nella storia di Hollywood per un attore alle prese con una relazione a lungo termine con un personaggio interpretato.

2 – Joker (Heath Ledger)

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Secondo posto, anche questo più che meritato per l’unica performance ritenuta degna di un Oscar, stiamo parlando del Joker di Heath Ledger nella trilogia di Dark Knight di Christopher Nolan. Ormai le performance degli altri attori nei panni di supereroi vengono valutate in base a quella dell’attore Ledger, soprattutto in quanto risulta ad essere l’unica del genere ad essersi portata a casa una statuetta agli Oscar del 2008. La sfida per Ledger è stata tutt’altro che semplice dal momento in cui alle sue spalle tramava la splendida performance del 1989 del grande Jack Nicholson, il quale aveva fatto breccia nel cuore degli spettatori con la sua versione del celebre Clown re del crimine. Nonostante le critiche iniziali, Ledger non si è lasciato demoralizzare, conquistando lo schermo in qualsiasi scena lui si trovasse e dando inizio allo storico meme con la frase Why so serious? La sua, sebbene il secondo posto, è sicuramente la più drammatica tra le migliori interpretazioni di supereroi.

 3 – Superman (Christopher Reeve)

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Terzo posto per Christopher Reeve e il suo Superman. “Crederai che un uomo possa volare” diceva lo slogan del film del 1978Superman: The Movie. Capacità di Christopher Reeve è stata nel saper rendere l’eroe iconico dei fumetti sia umano che, ancora più importante, gentile così da dare vita al personaggio interpretato. Reeve potrebbe non essere stato il primo Superman sullo schermo, ma lo ha incarnato in modo tale che tutti gli altri saranno misurati per sempre dal livello che ha impostato.

 4 – Tony Stark (Robert Downey Jr)

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Quarto posto per un geniale miliardario filantropo playboy con un armadio pieno di vestiti in metallo che annovera tra i suoi amici più stretti un semidio norvegese, un super-soldato veterano della seconda guerra mondiale e un fisico atomico famoso in tutto il mondo che può trasformarsi in un gigantesco mostro di rabbia verde, Tony Stark ha anche la particolarità di essere l’unico supereroe interpretato da Robert Downey Jr.. Stark è ultra-soave, bello, spiritoso e un genio tecnologico in grado di creare invenzioni strabilianti in una grotta, con una pila di avanzi. Stark è lontano dal playboy monotematico, poiché si è evoluto nel corso di sette film in un eroe profondamente compassionevole che ama i suoi amici, è un difensore stoico di ciò che pensa sia giusto ed è un sofferente di attacchi di panico. Caratteristica rara per un supereroe.

5 – Prof. X (Patrick Stewart)

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Quinto posto per Patrick Stewart che è riuscito fin da subito a fare breccia negli appassionati di X-Men con il suo Charles Xavier. L’attore, con un passato alle spalle con la serie Star Trek, ha dimostrato abilmente di portare calore, autorità e fascino al fondatore della scuola per mutant. Negli ultimi 17 anni, ha ripetutamente dimostrato di essere più che pronto per il suo grande ruolo, offrendo una versione del personaggio che, come molte voci dicono, potrebbe essere meglio dell’originale dei fumetti, e di sicuro una delle migliori interpretazioni di supereroi.

6 – Batman (Michael Keaton)

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Sesto posto aggiudicato al Batman di Micheal Keaton. L’attore era un fan di Batman anche se non l’ aveva mai dichiarato. Dopo l’annuncio del suo casting, i lettori di fumetti si lamentarono vista la sua natura di attore comico, sostenendo che Keaton non sarebbe stato in grado di soddisfare le esigenze fisiche del ruolo dal momento che era troppo basso. Arrivò così il 1989, Batman fu rilasciato e tutti i pregiudizi circa la performance dell’attore vennero immediatamente messi a tacere. Keaton ha preso Batman più seriamente di quanto si aspettasse, ed è proprio a lui che dobbiamo la creazione del camuffamento vocale che da qui in poi ha caratterizzato tutti i Batman.

7 – Joker (Jack Nicholson)

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Settimo posto per l’interpretazione di un personaggio già citato nella nostra lista, il Joker, interpretato questa volta da Jack Nicholson. La leggenda di Hollywood ha fatto da controparte a Keaton, con la sua prestazione nell’acerrimo nemico dell’uomo pipistrello. All’epoca, post film, nessuno pensava che la performance di Nicholson poteva essere superata. I critici hanno sostenuto che il suo Joker è solo Jack Nicholson, che interpreta una versione amplificata di se stesso. Forse questo è il caso in cui un attore è nato per il ruolo, ma qualunque sia la ragione, la quantità di energia, divertimento e follia che Nicholson ha portato al film ha contribuito ad elevare il genere dei fumetti a nuovi livelli, proprio mentre il franchise di Superman stava vacillando, regalando una delle migliori interpretazioni di supereroi.

8 – Lex Luthor (Gene Hackman)

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Ottavo posto per un personaggio particolare, facente parte dell’universo di Superman, il Lex Lutor interpretato da Gene Hackman nella versione del 1987. Il brillante villain, mostra a Superman l’altra faccia dell’umanità. Luthor provò un piacere sadico nel ferire l’Uomo d’Acciaio, tuttavia il modo accondiscendente con cui trattava i suoi sottoposti lo rese una figura sorprendentemente comica che permetteva ai film di affrontare la crudeltà senza diventare troppo violenta, buia. Anche se la serie dei film di Superman è crollata drammaticamente durante gli anni ’80, Hackman è rimasto uno dei pochi punti luminosi nel Superman IV: The Quest for Peace, del 1987.

9 – Catwoman (Michelle Pfeiffer)

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Nono posto al femminile con Michelle Pfeiffer e la sua Catwoman nel film del 1992Batman Returns. Complicata, contraddittoria e lontana anni luce dall’idea di Catwoman che la maggior parte delle persone aveva in mente secondo le precedenti apparizioni. Michelle Pfeiffer si è cucita addosso la sceneggiatura di Daniel Waters, realizzando una performance più che perfetta, tra le migliori interpretazioni di supereroi. Sexy, intelligente, inquietante e assolutamente avvincente, la Catwoman di Pfeiffer è tanto un commento sul modo in cui le donne erano, sono, costrette ad apparire nella narrativa di genere, dal momento che lei è un super criminale.

10 – Spider-Man (Tobey Maguire)

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Come accaduto per altri personaggi, anche per il personaggio di Peter Parker e il suo alter ego è sempre stata una sfida aperta su chi lo avesse interpretato meglio. Indiscutibile è il successo dei film di Tobey Maguire che hanno reso il genere dei supereroi e i supereroi della Marvel la terra promessa dei botteghini. Nel corso di tre film, lo Spider-Man di Maguire è entrato in scena in punta di piedi contro un Goblin spettrale, un Doctor Octopus dal profondo valore umano e un trio di cattivi delusi come Sandman, il nuovo Goblin e Venom.

Ciò che ha reso la versione di Maguire così grande, però, non è stato il modo in cui ha interpretato il supereroe in ascesa, ma piuttosto l’umanità e la realisticità che è riuscito a dare al suo Peter Parker. Nonostante Maguire non era dotato di uno spiccato umorismo, è appunto riuscito ad interpretare in modo convincente uno sfortunato liceale che amava la sua vicina di casa Mary Jane ed era consapevole che “da un grande potere derivano grandi responsabilità”. Tra le migliori interpretazioni di supereroi, almeno tra quelle dei cinecomics delle origini dei primi anni 2000.

11 – Magneto (Ian McKellen)

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Prima di Magneto, i villain dei cinecomics erano guidati da sentimenti di avidità, dalla violenza e dalla follia. Magneto, interpretato da Ian McKellen, trascendeva queste motivazioni di base, con una predisposizione del personaggio alle cause sociali, essendo un attivista per i diritti civili dei mutanti spinto dalla sofferenza. È un personaggio che non agiva per sé stesso, ma per il suo popolo. La sua relazione col Professor X, è una delle più profonde dei fumetti e del cinema, coltivata in oltre quattordici anni di film e quattro titoli. La sua amicizia esula dal grande schermo, con un rapporto personale tra McKellen e Stewart forte anche nella vita reale. La loro morte in Giorni di un futuro passato è un tripudio di sentimenti, degni del loro legame di amore e odio.

12 – Deadpool (Ryan Reynolds)

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Deadpool del 2016 ha illuminato il botteghino (ha guadagnato oltre 780 milioni di dollari al botteghino globale, diventando il film X-Men di maggior incasso di tutti i tempi) e ha ottenuto un numero sorprendente di importanti nomination, tra cui miglior attore in una commedia ai Golden Globes. Inoltre, ha consolidato Reynolds come star del cinema di serie A, paragonandolo a quello che Hugh Jackman era per Wolverine e Robert Downey Jr. è per Iron Man.

13 – Batman (Christian Bale)

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Sembrerebbe proprio che Nolan, dopo il Joker di Ledger, abbia fatto doppietta con il Batman di Christian Bale. Anche per quanto riguarda il personaggio dell’uomo pipistrello, le interpretazioni sono state molteplici ma il lavoro di Christian Bale è stato davvero sorprendente; ha creato il suo Bruce Wayne, con una passione per la ricchezza sontuosa e per le donne, così lontano dalla brutalità ringhiosa e inflessibile del suo Batman, dicotomia che solo l’attore ha saputo distinguere al meglio . Oscuro, realistico, grintoso, davvero intimidatorio e tra le migliori interpretazioni di supereroi.

14 – The Crow (Brandon Lee)

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Proprio come suo padre, Bruce Lee, Brandon è stato portato via dal cinema troppo presto, a casa delle tragiche conseguenze dell’incidente sul set de Il Corvo. Questo fatto rende la sua performance già perfetta, molto più potente e iconica, entrando di fatto nella cultura pop come un ultimo saluto alle scene tinto di malinconia, romanticismo e rabbia.

15 – Thor (Chris Hemsworth)

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Vera gioia delle spettatrici del gentil sesso, è il Thor interpretato da Chris Hemsworth. Figlio del re asgardiano Odino e fratellastro del malizioso imbroglione Loki. Più che un classico supereroe, Thor è un vero dio dal regno di Asgard. Chris Hemsworth è stata la scelta perfetta per interpretare il dio del tuono, in grado di sfoggiare l’aspetto di una vera e propria tempesta, il tutto condito con un velo di humor.

16 – Hellboy (Ron Perlman)

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A prima vista, Ron Perlman aveva carta quasi del tutto bianca per tratteggiare il suo demone-puncher, ideato di Mike Mignola. Hellboy è un personaggio di poche parole e la poetica di Mignola tende alla semplicità come forma estetica. Quindi, è stato affascinante vedere ciò che tirato fuori dal personaggio, delineato dagli atteggiamenti quotidiani, commoventi, che lo hanno reso facilmente identificabile.

17 – Blade (Wesley Snipes)

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Due anni prima che gli X-Men di Fox iniziassero a spianare la strada alla Marvel, Wesley Snipes ha interpretato il Blade del 1998, un ibrido umano e vampiro che da la caccia ai non morti. Il film fu un successo straordinario per New Line, guadagnando più di 131 milioni di dollari in tutto il mondo. Gran parte del merito è dovuto a Snipes, che ha ricoperto il ruolo per ben tre volte, interpretando un paladino notturno che ha reso la vita più sicura per tutti – nonostante se la sia vista brutta un paio di volte.

18 – Mr Glass (Samuel L. Jackson)

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Unbreakable è una piccola lettera d’amore che il cinema ha mandato alla tradizione dei fumetti, uscito appena un mese dopo che X-Men ha fatto il suo debutto, cambiando radicalmente i cinecomics dal 2000. Mr Glass, interpretato da Samuel L. Jackson, funge sia da portavoce dei fan dei fumetti, sia da cattivo controverso e inaspettato, in un’epoca in cui il pubblico non si aspettava un film come M. Night Shyamalan. La rivelazione finale che sia lui il cattivo, è ancora uno dei culmini drammatici migliori dei cinecomics, con una rivelazione totale e improvvisa del dramma umano del personaggio.

19 – Wonder Woman (Gal Gadot)

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Dobbiamo essere sinceri e affermare come in Batman v Superman: Dawn of Justice, un film incentrato su un discutibile conflitto macho tra due superuomini, è stata Wonder Woman ad essere l’eroe più interessante. Con Gadot abbiamo avuto la prima donna a essere la protagonista di un film in un decennio, registrando un approvazione denotata dal successo al botteghino, che con Aquaman ha rappresentato le punte di diamante del DCEU, altrimenti in netto calo di interesse da parte dei fan.

20 – Nightcrawler (Alan Cumming)

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Alan Cumming e il suo Nightcrawler sono stati una piccola parentesi perfettamente coerente con la natura del personaggio nei fumetti. Una delle scene più memorabili nei film degli X-Men è senza dubbio la sequenza di apertura dell’X2 del 2003, in cui Nightcrawler si teletrasporta, sorpassando le forze speciali, nell’Ufficio Ovale, lasciando una scia di guardie del corpo abbattute e fumo blu inchiostro lungo la strada. La scena è un’apertura magnificamente entusiasmante e divertente che rientra nei più rari tesori di Hollywood: un sequel che supera l’originale, grazie a Bryan Singer e ad alcune delle migliori interpretazioni di supereroi.

21 – Black Panther (Chadwick Boseman)

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Fresco di Premi Oscar, Chadwick Boseman e il suo Black Panther sono stati magnetici, in gran parte perché Boseman era in netto contrasto con tutto ciò che succedeva attorno a lui: silenzioso, fermo e, alla fine, gentile ed empatico con Helmut Zemo come gli altri eroi erano sordi a qualcosa di diverso da loro. Il film è stato uno dei più grandi successi drammatici dei cinecomics, con una critica unanime nel nominare la pellicola una delle migliori interpretazioni di supereroi e forse il più grande successo del MCU.

22 – Harley Quinn (Margot Robbie)

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Piuttosto in basso la posizione della straordinaria Margot Robbie e la sua interpretazione di Harley Quinn. Ha dimostrato di essere tutto ciò che una Harley in carne ed ossa dovrebbe essere: complessa, divertente, un po’ tragica e  con ogni tipo di problema. Non sorprende che avrà un film spin-off tutto suo: nessun altro nell’universo cinematografico della DC ha il privilegio di sentirsi così pieno di vita, non essendo i personaggi della casa fumettistica così sfavillanti di buon umore.

23 – Doctor Octopus (Alfred Molina)

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Il cattivo di Spider-Man 2 potrebbe essere stato il migliore della serie, grazie quasi interamente alla performance di Alfred Molina, che ha creato un pathos nel personaggio che non è realmente presente nella sua versione a fumetti, ma ha anche visto l’attore chiaramente assaporare la componente melodrammatica attorno alla faccenda. In una serie piena di emozioni e performance esagerate, Molina si è goduto appieno il suo personaggio, che tra i villain, è tra le migliori interpretazioni di supereroi.

24 – Rorschach (Jackie Earle Haley)

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L’autore di Watchmen, Alan Moore, una volta disse che se Batman fosse realmente esistito, sarebbe stato un po’ squilibrato. Questo è indubbiamente vero, ed è testimoniato dal personaggio di Rorschach, che è altrettanto indubbiamente una delle migliori interpretazioni di supereroi. A corto di numeri in fatto di altezza e pazienza, Walter Kovacs, meglio conosciuto col nome del suo alter-ego mascherato in trench, con una maschera animata che riprende le macchie d’inchiostro, è la controparte Watchmen al Cavaliere Oscuro. Scegliere l’attore giusto per questo ruolo non convenzionale, non è stata cosa facile per Zack Snyder, quando ha deciso di adattare il fumetto per il cinema, ma ha realizzato qualcosa di raro con l’attore Jackie Earle Haley, capace di riportare la tenacia incrollabile del personaggio.

25 – Judge Dredd (Karl Urban)

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All’ultima posizione della classifica, troviamo Karl Urban e il suo Judge Dredd. Forse non la più profonda delle migliori interpretazioni di supereroi, la chiave del personaggio di Judge Dredd sta nel non mostrare emozioni, reagendo però a tutto ciò che gli accade intorno. Karl Urban è riuscito a convincere, dopo il tentativo di Sylvester Stallone negli anni ’90, dando a Dredd una rabbia credibile, a stento trattenuta. Non ci resta che attendere le nuove versioni di supereroi che ci accompagneranno in questi anni futuri, come il tanto atteso Joker interpretato da Joaquin Pheonix in uscita il 4 Ottobre 2019.

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Gli attori che non hanno vinto l’Oscar per la loro miglior performance

L’Academy Award è ovviamente il premio più importante nell’industria cinematografica, ma non sempre viene assegnato alla giusta performance. Persino gli attori che saranno per sempre considerate leggende, sono tornati a casa a mani vuote per i loro più grandi lavori. Qui di seguito troverete una lista di icone e veterani nominati agli Oscar. Alcuni di loro sono riusciti a vincere il trofeo ad un certo punto della loro carriera e, per quanto siano state vittorie dure da ottenere, questi attori che non hanno vinto l’Oscar hanno comunque sfiorato la statutetta anche nei casi più eclatanti.

Montgomery Clift –Vincitori e vinti

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Montgomery Clift ha avuto una carriera di soli sette film ma è stato nominato per ben quattro Oscar ed è ancora considerato una leggenda di Hollywood; purtroppo non ha mai vinto una statuetta. Avrebbe potuto vincere per il suo fantastico lavoro in The Search, Da qui all’eternità e soprattuto per Un Posto al Sole, tutti film dove mostra il suo naturale approccio alla recitazione, molto raro tra i primi anni dell’età oro.

Ma ancora più imperdonabile, è stata la perdita della nomination per una delle sue performance finali: Vincitori e Vinti. Era candidato nella categoria di miglior attore non protagonista per il suo indimenticabile ruolo come vittima del nazismo. Vinse invece George Chakiris per West Side Story. Forse la concisione della performance di Clift lo ha trattenuto, ma negli ultimi momenti del film ha accentuato il terrore del traumatico passato come risultato di una mente danneggiata, sotto la pressione di una vera e propria testimonianza. Egli ha trasportato il tutto in una singola scena, ed è stato probabilmente uno dei momenti più memorabili della sua carriera, nonostante sia uno degli attori che non hanno vinto l’Oscar.

 Kirk Douglas – Orizzonti di gloria

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Anche se è stato riconosciuto per il suo grande lavoro con un Oscar onorario, Kirk Douglas non ha mai ricevuto un premio. Ha avuto però tre nomination e si sarebbe meritato la vittoria per il suo ruolo di Vincent Van Gogh in Brama di vivere. Avrebbe potuto ottenere dei riconoscimenti anche per le sue performance in Spartacus o L’asso nella manica, ma per quei film non è stato neppure nominato, rendendo questo aneddoto ancora più sconcertante nella vita degli attori che non hanno vinto l’Oscar.

L’attore non ha vinto alcun premio per Orizzonti di gloria, di Stanley Kubrick e forse il più grande ruolo della sua carriera, dove porta una rabbia contro i crimini di guerra circostanti che tengono lo spettatore incollato allo schermo, ed evoca sensazioni da pelle d’oca quando la sua furia viene portata in primo piano. È una performance al di là del comando che dimostra le qualità più forti di Douglas come attore.

Charlie Chaplin, Il grande dittatore

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Vincitore di due Oscar onorari, Charlie Chaplin è il volto del cinema muto, che non ha mai vinto premi per nessuna delle sue esibizioni. La sua impareggiabile recitazione sarebbe dovuta essere abbastanza per guadagnarsi il premio grazie a film come Luci della città e Tempi moderni. Gli Academy hanno avuto numerose opportunità per riconoscere il lavoro di Chaplin, soprattutto per il suo ricorrente personaggio di Charlot (ormai colonna portante del cinema), ma purtroppo non l’hanno fatto.

La sola candidatura che ha ricevuto l’attore è stata per la miglior performance, sicuramente degna di Oscar, per Il grande dittatore. Chaplin ha interpretato in modo esilarante i doppi ruoli del dittatore Hitler e un barbiere ebreo, che mostravano una forte somiglianza. Ha messo in mostra il suo genio comico non solo nelle caratteristiche fisiche, ma anche in modi più sottili utilizzando diversi vocalismi. Inoltre, l’attore chiude il film con un bellissimo discorso che ispira i cittadini durante lo spaventoso periodo politico, e le sue parole sono altrettanto rilevanti nel clima di oggi, nonostante Chaplin sia uno degli attori che non hanno vinto l’Oscar per una delle sue performance.

James Stewart – La vita è meravigliosa

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James Stewart, l’eroico hollywoodiano, parlava a gran voce di spettacoli commoventi, molti dei quali erano giustamente stati nominati agli Oscar. Una vittoria sarebbe stata meritata per il suo ruolo volitivo in Mr. Smith va a Washington, invece ha vinto un anno dopo per un ruolo più leggero in Scandalo a Philadelphia in cui incanta come sempre, ma mostra a stento le sue migliori capacità. La performance che incarna la più grande delle abilità di Stewart e supera il suo carisma di marchio, è quella in La vita è meravigliosa.

Nel ruolo più emblematico della sua carriera, l’attore cattura i cuori di tutti per romperli mentre il film procede, rendendo il personaggio ancora più edificante. È una performance che nessun altro attore avrebbe potuto regalare. Purtroppo l’Oscar è andato a Fredric March per I migliori anni della nostra vita, una performance molto meno iconica, anche se molto buona. Stewart è quello che ha mantenuto un posto fisso nei ricordi del pubblico e continuerà a farlo per decenni o anche secoli a venire, quindi è strano pensare che sia uno degli attori che non hanno vinto l’Oscar.

Paul Newman – La gatta sul tetto che scotta

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Noto per aver giocato col fuoco e con tendenze autodistruttive, Paul Newman ha reso ognuno dei suoi personaggi interessante e impossibile da allontanare, anche quando ha toccato il fondo. L’attore ha ricevuto un Oscar onorario e uno umanitario; la sua unica vittoria è stata per la sua interpretazione in Il colore dei soldi, dopo dieci nomination per oltre sei decenni. Mentre era accattivante come sempre, Newman ha recitato in un film decisamente più grande decenni prima, Lo Spaccone, per il quale il premio sarebbe stato certamente meritato, ma anche in quel caso – e non il più eclatante – Newman è tra gli attori che non hanno vinto l’Oscar. Era anche degno di una statuetta per Nick mano fredda, dove ha dato il meglio di sé.

Ognuno dei suddetti ruoli è un valido esempio del miglior lavoro che l’attore abbia mai fatto, ma forse il più iconico di tutti è stato quello per il quale ha ricevuto la sua prima nomination all’Oscar: La gatta sul tetto che scotta. Il film ha dato a Newman il ruolo di un ex atleta ferito che ha ceduto all’alcolismo e intanto si occupa di un matrimonio in declino e si confronta con il padre quasi in fin di vita per la loro relazione fallita. L’attore porta il peso del suo corpo indebolito con una stampella, e il rimpianto al suo interno, traducendo la sua tensione emotiva attraverso i suoi intensi occhi blu. È stato un magnifico esempio per quello che in seguito avrebbe dovuto vincere l’Oscar, preso invece da David Niven, per il suo ruolo in Tavole separate, una delle perfromance più mediocri per ottenere un tale onore.

James Dean – La valle dell’Eden

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James Dean si inserisce in questa lista senza esitazioni, nonostante abbia recitato in soli 3 film. Avrebbe certamente dato molte altre prestazioni fenomenali se non fosse scomparso all’età di 24 anni, ma le tre che ha dato erano sufficienti a marchiarlo come leggenda del cinema. Di queste, due sono state nominate agli Oscar, ma non ha mai vinto la statuetta. Per quanto eccellente fosse stato ne Il Gigante, furono le sue due esibizioni nel 1955 che meglio esemplificarono la sua passione e presenza naturalmente accattivante. Il suo ruolo più iconico è stato in Gioventù bruciata, per il quale una vittoria agli Oscar sarebbe stata meritata, ma purtroppo non è stato nominato.

La valle dell’Eden è stato il film che ha presentato Dean agli spettatori, ed è quello che contiene la performance più bella della sua filmografia breve ma sbalorditiva, degna degli attori che non hanno vinto l’Oscar. Da giovane in conflitto con suo fratello, estraniato dalla madre e alla disperata ricerca di attenzione da parte di suo padre, Dean si avvicina al personaggio dell’età adulta con una dolorosa vulnerabilità a differenza di qualsiasi cosa vista in un giovane attore prima di lui. In una scena, avrebbe dovuto reagire al rifiuto di suo padre con ira, invece, Dean ha istintivamente abbracciato l’uomo per chiedere il suo affetto. Quell’anno Ernest Borgnine ha portato a casa l’oro per la sua immensa performance in Marty, vita di un timido, ma è un peccato che Dean abbia perso.

Dustin Hoffman – Il laureato

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Nominato per sette premi Oscar come miglior attore, tra cui due vittorie, Dustin Hoffman è uno degli attori più amati del suo tempo. Era eccellente in ciascuno dei suoi ruoli: come padre determinato in Kramer contro Kramer e come fratello autistico in Rain Man – L’uomo della pioggia. Una delle sue migliori performance è stata in Un uomo da marciapiede, interpretando un truffatore malato e storpio, ma ottimista. Nonostante la pellicola abbia vinto il premio come miglior film, Hoffman ha perso la vittoria contro John Wayne per il suo ruolo ne Il Grinta.

Come ragazzo affascinante, timido e ansioso, coinvolto in una rete di situazioni difficili, Hoffman ha attirato l’attenzione con il suo ruolo da protagonista ne Il laureato. È l’apice delle commedie romantiche, così come lo è la performance dell’attore, piena di scene impeccabili, realistiche e in seguito ridicolmente divertenti. Il personaggio si sviluppa poi senza problemi quando si innamora e afferma ciò che vuole per il suo futuro con totale passione. Hoffman ha perso l’Oscar contro Rod Steiger in La calda notte dell’ispettore Tibbs, una performance forte, ma in nessun modo vicino alla capacità di resistenza del lavoro senza tempo di Hoffman, purtroppo tra gli attori che non hanno vinto l’Oscar.

Jack Nicholson – A proposito di Schmidt

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Jack Nicholson, la sfortunata leggenda in pensione, detiene il maggior numero di nomination agli Oscar di qualsiasi attore nella storia, con ben dodici nomination e tre vittorie. Tre su dodici non è male, ma considerando la quantità di prestazioni di alta qualità che ha dato, poteva ricevere più riconoscimenti. Ha vinto il premio come miglior attore non protagonista per Voglia di tenerezza, ma è stato molto più degno di questo premio in film come Easy Rider e Reds. Ha vinto anche il premio come miglior attore per Qualcosa è cambiato, anche se in realtà è una performance poco apprezzata. Avrebbe dovuto ricevere l’Oscar per il suo lavoro in film come Cinque pezzi facili, Chinatown o L’ultima corvé. Per fortuna, ha vinto per Qualcuno volò sul nido del cuculo, una performance eccellente.

In A proposito di Schmidt, Nicholson è ricco di sfumature ed è il più impattante. Dà una performance sottilmente tragica che sembra del tutto sincera e spesso funziona in termini di umorismo in contrasto con i personaggi più fiammeggianti che lo circondano. Il suo viaggio verso la scoperta di sé risulta commovente grazie all’onestà nella rappresentazione di Nicholson. La scena finale del film contiene la recitazione più emozionante che lui abbia mai fatto, dato che il suo personaggio riceve finalmente la certezza che la sua vita ha avuto un significato per gli altri. Avrebbe dovuto conquistare un’altra vittoria, ma ha perso contro Adrien Brody ne Il pianista, un’altra grande prestazione in un anno molto competitivo, ma che non poteva rendere Nicholson uno degli attori che non hanno vinto l’Oscar per la miglior performance.

Al Pacino – Quel pomeriggio di un giorno da cani

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Portando infinita intensità in ogni sua parte, Al Pacino si è guadagnato un posto nella lista delle leggende di Hollywood con performance che possono uccidere con un semplice sguardo. L’attore è stato nominato per otto Oscar, ma ha vinto solo l’ultimo per compensare il resto di Scent of a Woman – Profumo di donna. E’ un classico ruolo di Pacino che fornisce più di quanto accreditato, ma l’incapacità dell’Academy di premiarlo prima di questo film, dimostra ulteriormente quel poco che significano alla fine della giornata.

Pacino non ha nemmeno ricevuto una nomination per la sua gloriosa performance in Scarface, ed è un crimine che non abbia ricevuto un premio per il suo lavoro ne Il Padrino e Il Padrino: Parte II. Il suo brillante passaggio da buon eroe di guerra a boss spietato della mafia è una delle più grandi caratterizzazioni del cinema e gli consente di mostrare ogni aspetto della sua maestria di recitazione.

Detto questo, c’è un’altra performance di Pacino che può superare questo successo: il suo intrepido e indimenticabile lavoro in Quel pomeriggio di un giorno da cani come protagonista, rapinatore di banche e omosessuale negli anni 70, acquisisce non solo simpatia ma puro stupore per i livelli di coraggio esposti. Mentre l’attore è conosciuto per essere un pò esagerato in ruoli stravaganti, il suo ritratto qui porta completo realismo anche durante scenari più drammaticamente intensificati. Era assolutamente un lavoro degno di un riconoscimento, ma che è rimasto nella storia come uno degli attori che non hanno vinto l’Oscar.

Marlon Brando – Un tram che si chiama Desiderio

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Acclamato da molti come il più grande attore del cinema di tutti i tempi, Marlon Brando si adatta sicuramente alla lista di leggende con la sua presenza magnetica, l’affascinante imprevedibilità e l’intrepida esposizione di emozioni profondamente personali, anche in un momento in cui tali cose erano praticamente inesistenti nei suoi film. Come con Pacino, Brando è stato nominato per otto Oscar, di cui ne ha vinti due per Fronte del porto e Il Padrino. Avrebbe dovuto ottenere il premio per Ultimo tango a Parigi, nel ruolo forse più allegro che abbia mai interpretato, e avrebbe anche meritato un premio come miglior attore non protagonista in Apocalypse Now, ma ha perso la nomination.

Ognuna di queste esibizioni potrebbe essere considerata la migliore che abbia mai dato, ma senza dubbio il miglior lavoro della sua carriera è stato quello per cui ha ottenuto la sua prima nomination, introducendo i suoi talenti senza eguali al mondo. La performance è stata quella di un marito brutale e scortese in Un tram che si chiama Desiderio, in cui Brando ha praticamente rivoluzionato il mestiere di recitazione cinematografica con la sua crudezza al posto della teatralità. La sua voce insolitamente nasale, la sua fisicità imponente e il suo atteggiamento avvincente, portano un colore vibrante in un film in bianco e nero. Sorprendentemente questa esibizione non ha vinto l’Oscar, andando invece a Humphrey Bogart per una performance praticamente standard in La regina d’Africa. Tuttavia, Brando rimane sì uno degli attori che non hanno vinto l’Oscar, ma pur sempre uno dei più grandi attori del cinema e un personaggio cruciale per il progresso degli stili di recitazione.

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Film Horror 2019: tutti i titoli più attesi di quest’anno

Gli ultimi anni cinematografici sono stati ricchi di film horror che sono stati un successo dopo l’altro, in un mondo in cui alcuni generi stanno perdendo la retta via, come la commedia, altri, come l’horror, sono invece fiorenti. Il cinema ha sempre cercato di rispecchiare la realtà circostante, ed è forse a causa di un mondo sempre più terrificante che la scena cinematografica ci offre oggigiorno pellicole sempre più horror. Il 2019, sulla scia dell’anno appena passato, sarà ricco di entusiasmanti pellicole dell’orrore; vediamo quali sono i Film Horror 2019 più attesi dal pubblico.

Doctor Sleep

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Da un adattamento del romanzo di Stephen King, Doctor Sleep è il sequel, sebbene un po’ in ritardo, dell’acclamato film The Shining, il classico horror del 1980 diretto da Stanley Kubrick. La trama vedrà un Danny adulto, interpretato da Ewan McGregor, alle prese con una setta che uccide i ragazzini per impossessarsi della “luccicanza”. Il film sarà diretto da Mike Flanagan, che in precedenza ha adattato il romanzo Il Gioco di Gerald di King in una gemma cinematografica sorprendentemente bella per Netflix. King non è mai stato un fan del film adattamento di Stanley Kubrick di The Shining, ma ha goduto dei film di Flanagan risalenti al 2016 da Hush – Il Terrore del Silenzio, quindi forse questa sarà una storia diversa. Il film era pronto per il rilascio nel 2020, ma lo studio lo ha recentemente spostato a Novembre 2019.

L’angelo del male – Brightburn

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E se Superman fosse un film dell’orrore? Questa è la domanda che il nuovo film horror 2019 di James Gunn chiede a Brightburn. La trama narra la storia di un ragazzo extraterrestre che si schianta sulla Terra e viene allevato da una coppia di sani abitanti del Midwest per usare i suoi straordinari poteri alieni in sano modo, proprio come la storia originale de L’uomo d’acciaio. Tuttavia, la differenza qui è che mentre Clark Kent ha un buon cuore, il Brandon Breyer di Brightburn è malvagio. Sarà come se Superman incontrasse Il Presagio. Quindi, se ti stavi chiedendo quale sarebbe la prossima fase del cinema dei supereroi dopo che gli universi cinematografici condivisi sono diventati la cosa più importante, sarà una terribile re-immaginazione, il cui inizio sarà proprio questa pellicola, in uscita il 24 Maggio 2019.

Scary Stories to Tell in the Dark

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Prodotto e scritto dalla leggenda dell’horror Guillermo del Toro, Scary Stories to Tell in the Dark è basato sull’omonimo libro per bambini. Ma non bisogna farsi ingannare dall’apparenza, mentre questo potrebbe risultare un film horror 2019 per bambini, rimarrà impresso anche ad un pubblico più adulto. Da non dimenticare come appunto i registi stiano andando verso un pubblico di riferimento composto per lo più da adolescenti che da bambini. Con del Toro al volante e la trama che ruota intorno a un gruppo di ragazzini che devono affrontare le loro paure per sconfiggere le forze spaventose che conquistano la loro città, questo film si preannuncia come una versione dark fantasy de I Goonies.

Pet Sematary

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L’adattamento cinematografico originale del Pet Sematary di Stephen King è stato nel corso degli anni terreno fertile per la parodia. La premessa di un antico cimitero che può essere usato per riportare in vita i morti è stata utilizzata in I Simpsons, South Park, I Griffin e anche in Due Fantagenitori, quindi si spera che questo nuovo remake con Jason Clarke e John Lithgow possa rendere giustizia a Pet Sematary e renderlo di nuovo spaventoso. Il trailer già ci porta sulla buona strada, questo significa che sarà davvero, si spera, un affare spaventoso. Per parafrasare il romanzo originale, a volte il remake è migliore.

The New Mutants

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Incontriamo la nuova generazione di X-Men. Non stiamo parlando di attori più giovani che interpretano il Professor X e gli amici, ma parliamo di una vera e propria nuova generazione di X-Men. Troviamo come protagonisti Maisie Williams, da Il Trono di Spade, Charlie Heaton, da Stranger Things e Anya Taylor-Joy, da The Witch  che tengono le redini di un gruppo di giovani mutanti che fanno i conti con i loro poteri mentre sono rinchiusi in una struttura segreta. Questo non sarà un normale film degli X-Men. Sarà completamente diverso, non drammatico come Logan o comico come Deadpool, ma come un vero e proprio film horror sui mutanti. La data di uscita è stata prolungata dall’estate 2018 alla primavera del 2019 fino all’autunno del 2019. Cambiamenti che hanno consentito al regista di Per Colpa delle Stelle Josh Boone di ottenere il giusto risultato.

The Curse of la Llorona

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The Curse of La Llorona è l’ultimo film horror 2019 soprannaturale prodotto dal regista di Insidious e L’Evocazione-The Conjuring James Wan. A causa dei suoi impegni nei confronti del DCEU, Wan non è alla regia mentre troviamo Michael Chaves al suo debutto. Il film vede la deliziosa Linda Cardellini di Freaks and Geeks come assistente sociale negli anni ’70 che inizia a notare inquietanti somiglianze tra il suo ultimo caso e una vecchia storia di fantasmi. Raymond Cruz, che abbiamo visto in Breaking Bad, reciterà accanto a Cardellini in quello che promette di essere il film horror  2019 paranormale più inquietante dell’anno.

Midsommar

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Hereditary – Le Radici del Male di Ari Aster è stato uno dei film horror più intenso e spaventoso degli ultimi anni. Si potrebbe pensare che dopo un film, che è stato paragonato a Rosemary’s Baby e a L’Esorcista, Aster si sarebbe fatto spaventare. Invece, a quanto pare,  il regista potrebbe far diventare un’abitudine far ritornare alle menti i pietrificanti capolavori dell’horror almeno una volta l’anno. Nel suo nuovo film, Midsommar, una coppia si reca in Svezia per prendere parte a un festival leggendario, per poi ritrovarsi in balia di un violento culto pagano. Sembra che questo film  horror 2019 porti le sfumature di The Wicker Man, e forse anche un po’ di A Venezia… un dicembre rosso shocking. Un’attesa eccitante per questa pellicola horror!

Noi

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È difficile spiegare esattamente cosa sarà il nuovo film horror di Jordan Peele con il suo criptico trailer di Noi. Possiamo capire che si tratta di una famiglia che si reca in una casa al mare per passare le vacanze, per poi essere terrorizzata dai propri doppelganger. Non c’è modo di affermare se questa sarà una storia soprannaturale, una storia di fantascienza, un thriller sociale, una storia ammonitrice, un’allucinazione per droga, una metafora, tutto ciò che possiamo affermare con certezza è che, come il film precedente di Peele, Scappa – Get Out, questa nuova pellicola sarà spaventosa. Che questo nuovo film horror 2019 faccia vincere una nuova statuetta al regista agli Oscar? Solo il tempo sarà in grado di dirlo.

Una Bambola Pericolosa – Child’s Play

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Altro remake del soprannaturale film horror del 1988 La Bambola Assassina, diretto da Tom Holland, la bambola horror più famosa di tutti i tempi è pronta a tornare. In questo nuovo slasher diretto da Lars Klevberg e dai produttori di It, una giovane mamma regalerà al figlio una nuova bambola nel giorno del suo compleanno ignara della sua natura malvagia.

It – Capitolo Due

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Sono passati due anni da quando Andy Muschietti ha dato vita alla prima metà del romanzo di Stephen King, realizzando il film horror con il maggior incasso mai realizzato. Con i suoi occhi affaticati, il trucco inquietante e i movimenti irregolari come Pennywise, Bill Skarsgard ha fornito al pubblico un sacco di carburante inquietante, e ora, è tornato per regalarci tutto questo ancora una volta. Muschietti è tornato alla regia per adattare la seconda parte del romanzo, ambientato 27 anni dopo, quando Pennywise torna a tormentare i bambini di Derry. I bambini del Losers Club sono tutti cresciuti, interpretati da attori come James McAvoy, Jessica Chastain e Bill Hader, e sono pronti a chiudere il capitolo Pennywise una volta per tutte.

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Fonte: Screenrant

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I film che hanno usato al meglio le canzoni di David Bowie

Ci sono pochi artisti che hanno saputo unire perfettamente i vari tipi di medium e attraversare le barriere come ha fatto David Bowie. Bowie è al tempo stesso sia un marchio che un inventore e il suo coinvolgimento nell’interezza dello spectrum culturale eclissa quello dei suoi contemporanei. Grazie al suo fascino innato con le arti visive, il cinema è stato la sua seconda casa quasi per natura. Possiede 42 crediti nell’ambito del cinema a suo nome; il suo aspetto insolito, l’agilità sullo schermo e la notorietà artistica gli hanno aperto porte che gli hanno permesso di interpretare alieni, re dei goblin, Nikola Tesla, un Soldato Maggiore inglese, Ponzio Pilato, Andy Warhol e, naturalmente, sé stesso.

La sua carriera nella musica porta in sé il germe del cinema; le immagini che suscitano le parole lasciano a bocca aperta tanto quanto qualcosa che vedremmo sullo schermo, la voce viene manipolata in modo tale da trasmettere un multi-verso di personalità. Nessun altro musicista, ad eccezione magari di Bob Dylan, è in grado di fare così tanto. In questa lista ripercorriamo le migliori dieci volte che una canzone di David Bowie è stata usata in un film. No, non le cover, proprio David Bowie.

Let’s Dance (Zoolander)

Questo forse è uno dei cameo meglio riusciti di David Bowie. Let’s Dance, del 1983, è forse il suo unico numero interamente disco; il basso dal suono maturo e il crescendo delle chitarre aggiungono il ritmo alle liriche leggere. In Zoolander, la canzone suona solo per qualche secondo mentre David Bowie entra in telecamera e dichiara che “potrebbe essere d’aiuto”.

Let’s Dance è una canzone estremamente commerciale, una specialità da club; e perciò l’unica canzone che poteva annunciare la sua entrata in maniera da sostenere il suo riconoscimento tra i zucconi dello zoo di Zoolander, mentre cerca anche di identificare il tipo di contesto che si svolgerà di lì a poco.

Young Americans (Dogville)

Dogville, di Lars Von Trier, è uno strano studio della quintessenza di questa cittadina americana situata, sfortunatamente, nelle Rocky Mountains e abitata da cittadini modesti e stanchi. Ma è anche la stella luminosa di uno scrittore idealista di nome Tom Edison (interpretato da Paul Bettany). Edison trascorre il suo tempo cercando di unire la popolazione cittadina, nel tentativo di dare via a discussioni sui valori della comunità, sullo spirito di squadra e sulla fratellanza; tutto sotto il termine ombrello “riarmo morale”.

Queste persone non possiedono grande spirito; sono annegate in quello che Thoreau avrebbe chiamato “disperazione silenziosa”. Edison cerca di essere all’altezza del nome della famiglia (suo padre prima di lui vantava il ruolo di leader della comunità) e, forse, questo bisogno di emulare e sorpassare tale aspettativa è ciò che lo guida.

Young Americans di David Bowie, tratta dall’album del 1975 dello stesso nome, si incentra sull’America di metà secolo; la liberta, la musica e la lussuria della nuova gioventù. Le parole mostrano una cultura ancora preoccupata dalle visioni degli anni Cinquanta: quella di una celluloide genuina di eroi e del Sogno Americano. Al terminare degli anni Settanta, però, le persone hanno iniziato a veder passare questa scintilla; la realtà non coincideva con quelle nozioni prepuberali.

La canzone suona durante i titoli di coda mentre passano le foto dei cittadini avvolti dalla povertà. Il film è stato criticato per essere anti-Americano, ma sia il film che la canzone sono trattati dal punto di vista di un estraneo che guarda. David Bowie ha urgenza che questo paese, i sogni che hanno alimentato la sua giovinezza, tornino alla loro gloria.

Fashion (Clueless)

Cherilyn Horowitz conduce una vita sfarzosa e sottoposta a regime. Vive nella mansione di suo padre a Beverly Hills e non vuole altro che il plauso sociale che crede le potrà arrivare solo dalla sua routine ferocemente regolata. Alicia Silverstone interpreta Cher con un carisma semplice e ciarliero e la serietà con cui tratta la sua immagine pubblica sembra essere del tutto fuori luogo – finché non incontriamo suo padre. Il patriarca dei Horowitz è un avvocato molto caro; feroce e prepotente di natura ma adorato inequivocabilmente da Cher. Il singolo del 1980 di Bowie entra all’inizio del film, durante il racconto di Cher;

Ho una vita abbastanza normale per una ragazza adolescente. Intendo, mi alzo, mi lavo i denti e scelgo i vestiti per andare a scuola…

La camera poi la riprende seduta di fronte a un ingombrante computer mentre usa un programma chiamato Cher’s Wardrobe per selezionare tutte le possibili combinazioni sartoriali del giorno. La canzone espone il mondo della moda come qualcosa di militarmente organizzato, soggetto alla forza di una squadra di scagnozzi. Il prodotto di David Bowie è quello di un’automa, ripete le strofe in cui si rivolge a sé come a un oggetto su cui appendere i vestiti, agli occhi degli estranei.

Fame (Rush)

Bowie ha registrato Fame con John Lennon nel 1975 e lo ha piazzato alla fine del suo album Young Americans. Diversamente da tante hit di Bowie, questa canzone non ha significati strani o alternativi; si tratta di una diatriba contro le trappole della fama. La fama, per come David Bowie la vedeva oppressa dalla cocaina di metà anni Settanta, non era qualcosa da rincorrere o ammirare; piuttosto era una amante capricciosa che ti avrebbe masticato e poi lasciato morire sul marciapiede. Ron Howard pare prendere la stessa visione quando realizza Rush.

La dicotomia tra i due protagonisti viene resa chiara fin dall’inizio: uno vede la vittoria come qualcosa da raggiungere per il proprio benessere, l’altro la vede come significato di buoni momenti. Niki Lauda è stato un punto saldo del circuito competitivo, realizzando ottimi risultati con una consistenza rimarchevole; James Hunt era una stella splendente prima di essere inghiottito dopo la vittoria della Coppa di Formula Uno nel 1976. Fame suona verso la fine del film, sul montaggio delle orge di Hunt, delle droghe e delle apparizioni in tv. Non c’è alcuna confusione sul messaggio del film: Hunt viene inghiottito dalla sua grandezza. Si trova su una strada che è meglio non prendere. David Bowie stesso, naturalmente, prese una via simile a Lauda.

Sweet Head (Moonlight Mile)

Ambientato nel 1973, Moonlight Mile racconta la storia di un giovane uomo (Jake Gyllenhal) che cerca di superare l’improvvisa morte della sua fidanzata. Una volta acceso di passioni e della promessa di un 20esimo secolo grandioso, il personaggio di Gyllenhaal, Joe, ora si ritrova a essere un fantasma, in bilico tra un futuro prevedibile e una disperazione incontrollata. Nel background di questa esistenza a guscio d’uovo riusciamo a sentire le musiche rauche e allegre di Elton John, T-Rex e Gary Glitter, insieme a numeri più controllati di Buckets of Rain di Dylan e Comin’ Back To Me dei Jefferson Airplane.

La canzone che più prorompe, però, sia per il suo riff di chitarra dalla quintessenza degli anni Settanta che per le liriche sfacciate è Sweet Head della sessione di Ziggy Stardust di David Bowie. La canzone non compare nell’album Stardust, caduta presumibilmente sotto il comando del nervosismo degli esecutivi. Infatti i versi sono ripieni di biascichi razziali e allusioni malcelate. Un linguaggio troppo di strada da poter essere rilasciato.

Sweet Head è una celebrazione impudica della sessualità; sordida, ansiosa e totalmente Glam, questa è la giovinezza degli anni Settanta in tutta la sua essenza – ed è dolorosamente in conflitto con il mondo che vede il nostro protagonista. La luce in fondo al tunnel di Joe arriva sotto forma di Bertie Knox, un giovane e bel cameriere che gli offre un’altra possibilità per addolcire la vita. Arriviamo a realizzare che l’uso del motivetto di Ziggy potrebbe non essere così crudele come abbiamo pensato.

Golden Years (A Night’s Tale)

Brian Helgeland ci ha dispiegato un punto di vista pungente e giubilante di una storia di Chaucer, accogliendo nel cast un entusiasmante Heath Ledger nel ruolo di un giovane sognatore che, progredendo da servo a cavaliere, ha conquistato persino i più duri dei cuori nobili. Il film è piuttosto scontato, ma lo è in maniera sfrontata perché Helgeland e il suo cast riescono a iniettargli pathos e una rara irriverenza. Abbiamo già sentito We Will Rock You dei Queen ai tempi in cui la sexy e sinuosa chitarra degli Anni D’Oro fece la sua apparizione. A metà del banchetto, il personaggio di Ledger, William, è costretto a mettere in scena un tipico ballo del suo paese d’origine.

Quello che inizia come un’improvvisazione imbarazzante e triste, si trasforma prontamente in una vivace e moderna commedia con l’aiuto dell’interesse amoroso di Ledger, interpretato da Shannyn Sossamon. Il pezzo di Bowie prende il posto di una vivace ballata trobadorica, e gli extras nei loro colorati vestiti medievali si danno alla pazza gioia. Questa canzone, tratta da Station to Station del 1976, porta a galla promesse di giovinezza e azione, mentre minaccia sommessamente il presagio della caduta (scontata) del nostro eroe. Il crescente sviluppo del personaggio di William e la sua lista di risultati legittimano il sogghigno d’apertura di David Bowie:

Don’t let me hear you say life’s taking you nowhere. (Non farti sentir dire che la vita non ti porta da nessuna parte).

The Hearts Filthy Lesson (Se7en)

Ambientato in una città buia e oscura dopo il Secolo Americano, Se7en di David Fincher costruisce un monumento poetico alla psicopatia clinica e il suo volere. The Hearts Filthy Lesson è stato il primo singolo dell’album Outside del 1995. Bowie ci mette in mano un guazzabuglio di liriche minimaliste sotto-forma di biascichi serpenteschi; non c’è nulla dietro la sua voce, nessun desiderio, nessuna emozione. La nostra attenzione è attirata dai suoni satanici della chitarra e dal ritmo malaticcio ed eccezionale della batteria.

Se7en ha una sorta di costruzione archetipica: due detective – una recluta e un veterano – vengono messi in coppia per una investigazione di routine che gradualmente evolve in qualcosa che nessuno dei due riesce a capire. Il Detective Somerset, interpretato da Morgan Freeman, vive una vita di oscurità e obbligo, da tipico poliziotto anziano attaccato al peccato umano e alla perversione. Il suo partner, Detective Mills, interpretato da Brad Pitt, è un giovane uomo con una giovane moglie, e non pare avere particolari attaccamenti.

L’estetica del film porta in sé un’inquietante somiglianza con quella del video di Hearts. La tavolozza è tetra, monotona; Bowie e i suoi minion mezzi nudi si impegnano in uno smembramento rituale di cadaveri di cera, l’uomo stesso schizza di qua e di là, ringhiando e gemendo nella sua stanza delle torture. Si tratta della stanza del cuore; tutto sangue e muscoli e desideri inspiegabili. È un vero e proprio massacro, immerso nel nichilismo, ma non senza metodo. Se Se7en è la cerimonia, Hearts è l’after party; suona durante i titoli di coda aggiungendo una magniloquenza maniacale a una procedura durata due ore.

Cat People (Bastardi senza gloria)

L’adolescente ebrea Shosanna fugge da una scena brutale ed eccessivamente lunga per accettare di appropriarsi di un incantevole cinema Parigino. Da quel momento è seguita da un elegante e intimidatorio Nazi, Daniel Brühl, che vuole che lei accolga nel suo edificio una “Notte tedesca”. Shosanna (Mélanie Laurent), con i ricordi del massacro della sua famiglia ancora freschi, lo vede come un’opportunità, ma non di crescita personale.

See these eyes so green…

canta una voce familiare mentre Laurent si applica il trucco da guerra e un velo nero preparandosi al massacro che sta per avvenire. Cat People, originariamente scritto per il film del 1982 dello stesso titolo, e ri-registrato un anno dopo per l’album di Bowie Let’s Dance, unisce insieme le idee delle emozioni umane e la natura terrena, entrambe necessarie ed eterne. La canzone fa da colonna vertebrale alla scena. Bowie fa promesse di vendetta e ira con fragorosa voce baritonale. Nessun tipo di orrore viene risparmiato, nulla viene dimenticato. La risata maniacale di Laurent, con la sua faccia proiettata sopra al fumo crescente grida lo stesso effetto.

Heroes (Noi siamo infinito)

Questo film di formazione si incentra sulla prospettiva di Charlie, un ragazzo nevrotico e sensibile che ha trascorso la sua giovinezza stando dietro le quinte. Proprio quando inizia il suo primo anno alla scuola superiore, si ritrova sotto l’incanto di un’attraente ragazza più grande di nome Sam (Emma Watson). Sam e il suo fratellastro Patrick (Ezra Miller) prendono Charlie sotto la loro ala e il circolo trendy, dove lo espongono alla musica dei Sonic Youth, XTC e New Order tra le altre. La musica fa da guida a questi teenager e gran parte del loro tempo lo spendono catalogando mentalmente varie tracce, alla ricerca di quest’unica “canzone perfetta” – che l’audience sa trattarsi di Heroes, ma della quale i personaggi non hanno idea.

È inconcepibile che un gruppo di adolescenti, ognuno dei quali sembra conoscere il catalogo dei The Smiths, non conosca la canzone più famosa del cantante più famoso della Bretagna. Tuttavia, questo è il testamento dell’incanto del film che non ci infastidisce poi così tanto. Il nostro protagonista attraversa tanti cuori infranti, paranoie e disprezzo verso sé stesso durante il film, mentre guarda l’oggetto del proprio affetto andare avanti con la propria vita. Tutti i giorni, Bowie guarda attraverso la finestra del proprio studio in Germania e vede due amanti incontrarsi in segreto vicino al Muro. Loro sono stati l’ispirazione per questo classico del 1978.

Nel film Heroes è la specialità di questo film di formazione ma è anche qualcosa di più: quello che i personaggi cercano ma che non sanno spiegare. Lo trovano, naturalmente, durante una notte, mentre guidano col tettuccio abbassato, tra le convulsioni provocate dall’estasi giovanile – ed è quello il momento in cui la vita non solo sembra fattibile, ma anche piena di pazzia e potenziale romantico…

And we kissed as nothing could fall.

Starman (The Martian)

Ridley Scott ritorna per farci vedere un Matt Damon abbandonato su Marte senza nulla a tenerlo in vita se non la propria ingegnosità. Mettendo insieme meticolosamente dei fantastici effetti speciali e un grandioso cast (tra cui Jessica Chastain, Kristen Wiig, Jeff Daniels e Sean Bean), il film fonde scienza e humor e il bizzarro carisma del protagonista.
Il personaggio di Damon, Mark Watney, segue una traiettoria simile a quella di Interpretazioni del 2001: Odissea nello spazio. Viaggia e vive in un posto inadatto a un essere umano, ammassando conoscenze di prima mano delle cose che la sua specie ha fino ad allora solo teorizzato, e tornando sulla Terra come un essere superiore, pronto ad aiutare il progresso umano.

Starman, dall’album di Ziggy Stardust, sembra essere stato tirato fuori direttamente dal film di Kubrick: un extra-terrestre orbita attorno al pianeta, apparentemente indeciso se gli umani siano abbastanza evoluti da gestire la saggezza che avrebbe apportato. La canzone viene suonata fino alla fine durante una sequenza centrale dove vediamo varie macchine trasportate dalla NASA in un disperato e ultimo tentativo di riportare Watney sulla Terra. Bowie, con i suoi vocali androgini e la chitarra acustica dal suono metallico e spaziale rendono euforico questo inno alla tenacità umana.

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Grand Budapest Hotel: i motivi per cui è il miglior film di Wes Anderson

Adorabile e malinconico, Grand Budapest Hotel è un film ricco di citazioni provenienti dall’età dell’oro del cinema, tra Ernst Lubitsch e Stefan Zweig. La pellicola di Wes Anderson, letteralmente carica di una gioia effervescente, è a tutti gli effetti il progetto più virtuoso della sua filmografia fino ad oggi. Grand Budapest Hotel vive in una bolla barocca sita in un’Europa antica, immaginata in un miscuglio armonioso e vivace di stili retrò, allusioni storiche e convenzioni sociali che si intersecano in mezzo a un apparente compendio di generi cinematografici, come l’avventura, il sentimentale, il comico, il tragico e il noir.

Grand Budapest Hotel è sicuramente il film più intricato e onnicomprensivo di Wes Anderson, infarcita da molteplici sapori e colori che potrebbero dare filo da torcere anche ad uno dei migliori chef e sceneggiatori, ed è molto probabilmente il capolavoro estetico e narrativo del regista. Di seguito elencheremo alcuni aspetti fondamentali della pellicola, cercando di spiegare perché Grand Budapest Hotel è così bello da vedere e perché rimarrà per sempre nella storia del cinema come esempio assoluto di virtuosismo registico.

La sceneggiatura fuori dagli schemi

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La sceneggiatura di Grand Budapest Hotel proviene da un racconto di Anderson e Hugo Guinness – i quali condividono una nomination agli Oscar per la miglior sceneggiatura originale ottenuta proprio grazie al film – largamente influenzato dall’influsso stilistico del romanziere austriaco Stefan Zweig. Il racconto si divide in tre linee temporali, suddivise tra il 1935, il 1968 e il 1985, e ha come protagonisti due portieri, Monsieur Gustave H. – Ralph Fiennes – e il suo giovane apprendista Zero Moustafa – Tony Revolori – il vero protagonista del racconto che successivamente verrà interpretato da F. Murray Abraham. Scopo del film è di dimostrare l’innocenza di Gustave dopo essere stato incastrato per omicidio dal geloso e cattivo erede di una famiglia molto ricca.

Tra interruzioni di capitoli e alternanza di narratori, Grand Budapest Hotel sfoggia una sfilata quasi vertiginosa di personaggi fuori dal comune, con sbalzi temporali e di tono che rendono il ritmo del racconto quasi febbrile. Le divagazioni in cui si impelaga il copione lo rendono profondamente ricercato, edificante e da un gusto quasi bizantino. La trama si estende in molteplici direzioni, ma mantiene un ritmo cinematografico incalzante che non si ferma mai. I dialoghi sono sgargianti, arrivando ad essere quasi irrealistico, anche se è impossibile negare che sia uno dei veri punti di forza. Tutti questi ingredienti rendono Grand Budapest Hotel una ricetta forse troppo speziata, troppo pungente per alcuni, una delizia assoluta per altri.

Il Grand Budapest Hotel stesso

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Esattamente come la sceneggiatura, anche la scenografia di Grand Budapest Hotel è opulenta, stravagante e una vera opera d’arte che si apre su schemi sempre più dettagliati. L’ambientazione in un hotel di lusso deve tutto ai grandi nomi di Adam Stockhausen e Anna Pinnock, provenienti da una lunga tradizione di commedie e melodrammi in puro vecchio stile hollywoodiano. Percorrendo l’albergo si trovano diversi disegni intricati e strane combinazioni di colori – specialmente tinte di rosa pastello, viola e arancione, colore dominante nella filmografia di Anderson. Un plastico in miniatura fatto a mano alto dieci piedi ha fatto da modello fotografico per aggiungere un tocco ulteriormente surreale, in stile fiabesco.

Il modellino del Grand Budapest Hotel utilizza una prospettiva in due dimensioni, con una collina riccamente dettagliata e alberata su cui si ergeva una funicolare in primo piano. La suddivisione spaziale era sottolineata dalla presenza di diverse scale che i personaggi sfruttano comicamente durante il racconto, ognuna con una grandezza diversa. Gli interni dell’hotel, cavernoso e colorato insieme di dettagli e opere di design, racchiudono tutta la gradazione idiosincratica tipica delle opere di Anderson, come la casa a schiera de I Tenenbaums, dove gli abitanti al loro interno hanno psicologie ed emozioni simili alla personalità dell’architettura.

La colonna sonora di Alexandre Desplat

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Come in ogni film di Anderson prima di Grand Budapest Hotel, anche questo gode di una colonna sonora incommensurabile e perfettamente adattata alle sequenze, questa volta del maestro Alexandre Desplat. Avendo lavorato assieme in precedenza per Fantastic Mr. Fox e Moonrise Kingdom, i due hanno scelto per questo film un tocco più sovietico, grazie all’inserimento di balalaika suonata da uno strumento russo a tre corde e dal corpo triangolare. Combinato con gli organi clericali e qualche sprazzo orchestrale, il film ha un’anima sonora dell’est Europa che riesce ad essere sia maudlin e melodica che un genere musicale senza tempo. Non per nulla, Desplat ha vinto l’Oscar per la miglior colonna sonora originale, proprio grazie a Grand Budapest Hotel.

L’immensa quantità di dettagli

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Mentre lo scenografo Stockhausen ha prestato il suo lavoro per la parte esterna del Grand Budapest Hotel, la collaboratrice Pinnock merita dei riconoscimenti ben più altisonanti per i labirintici livelli su cui si struttura l’architettura interna dell’edificio. Entrambi gli artigiani hanno condiviso l’Oscar per la miglior scenografia, facendo compagnia all’italiana Milena Canonero, vincitrice di quello per i migliori costumi e a Frances Hannon e Mark Coulier per il miglior trucco e acconciature. Ognuno di questi artisti ha portato un tocco in più in questo mondo fantasy così elaborato, meticoloso e completo, che Anderson ha saputo amalgamare fino a portarlo in vita.

Elencare alcune delle tante chicche sparse ovunque nel film è come recitare una poesia, che vuole sottolineare quanto queste immagini – un filo decadenti seppur cariche di tinte – contengono anche una certa quantità di simbolismo in eccesso e gli elementi teatrali degni del genio visionario di Anderson – quali i bagni, i confessionali, le uniformi sgargianti, gondole, cimiteri, automobili di lusso, prigionieri eccessivamente tatuati, un’infinità quantità di dolciumi, motociclette, montagne, dipinti, bocce di profumo e treni, tanti treni. Vedere Grand Budapest Hotel è un’esperienza degna di essere vissuta solo per la quantità di dettagli in esso contenuti, apprezzarne la puntualità, precisa e spesso significante per il personaggio di turno.

Il cast corale senza precedenti

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Il cast dalle proporzioni stellari che popola questa meravigliosa fiaba cinematografica è meravigliosamente piacevole e sorprendente ad ogni nuova apparizione. Ogni personaggio è interpretato alla perfezione con una teatralità dilagante, costumi e manierismi cuciti addosso. Tra gli attori, molti di essi sono nascosti sotto chili di trucco e parrucca, come nel caso dell’anziana signora D. interpretata da un’insospettabile Tilda Swinton. Come ogni film di Anderson che si rispetti, anche in questa pellicola il regista ha potuto contare sulla partecipazione di Bill Murray e di Willem Dafoe, seppur in parti più piccole rispetto a quelle solitamente affidategli.

A dare ulteriore prestigio a Grand Budapest Hotel sono Saoirse Ronan, Jude Law, Mathieu Amalric, Harvey Keitel, Léa Seydoux, Fisher Stevens, Lisa Kreuzer e altri storici collaboratori di Anderson quali Bob Balaban, Adrien Brody, Jason Schwartzman, Owen Wilson e Wallace Wolodarsky. Alcuni di loro vengono solamente intravisti durante il film – come nel caso dei cammei di Balaban e Wilson – ma sono ulteriori dettagli che aggiungono al piacere e al ritmo vertiginoso del film una sfumatura amabile che il pubblico può solo apprezzare.

In particolare, è Ralph Fiennes a dare il meglio di sé e a fare da vero polo magnetico del film. Il suo personaggio è un direttore d’ensemble, intermediario perfetto ed elegante che si mette al servizio tanto del film quanto dell’albergo, ricalcando una sagoma quasi fumettistica di assistente, gigolo, intrattenitore, consolatore e stewart. Le sue abili doti carismatiche lo rendono soave e riescono a regalare all’attore stesso un privilegio rarissimo nella sua carriera: una vena comica. Fiennes esercita una fisicità spiccata e un tempismo comico perfetti. Una performance che speriamo apra le porte ad una futura collaborazione con Anderson.

Perché nonostante i detrattori, il pubblico lo ha adorato

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Penso che qualcuno andrà al cinema senza nessun pregiudizio e guardando Grand Budapest Hotel potrebbe pensare che il film sia piuttosto diverso da quanto visto prima di allora. Lo storytelling, però, è piuttosto semplice, e non è il primo film che faccio – ed è un lusso per me, perché sono tutto ciò che ho sempre sognato di fare!

Mentre i suoi detrattori e critici non possono mai fare a meno di sminuire il gusto estetico palesemente goloso di dettagli di Wes Anderson, i suoi fan hanno trovato in Gran Budapest Hotel una commedia meravigliosamente stilizzata, che contrastava con malinconia la carica cromatica e ritmica del film, rendendolo un racconto esauriente e meraviglioso.

Fonte: Taste of Cinema

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