Da Méliès a Kubrick: la fantastica storia del cinema raccontata attraverso i film che lo hanno cambiato per sempre

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Viaggio nella storia del cinema per scoprire i film che hanno cambiato il linguaggio cinematografico dalle origini fino agli anni settanta.


Dalla prime proiezioni dei Fratelli Lumiere fino ai giorni nostri il cinema è cambiato in maniera radicale. Quella che si pensava essere un’invenzione senza futuro diventò la forma d’arte più importante del Novecento. Questo cambiamento  permise al cinema di poter sviluppare un suo particolare linguaggio. Alcuni film hanno contribuito, in maniera più o meno volontaria, a modificare il linguaggio cinematografico. Seguendo in parte il modello di Taste of Cinema in questo articolo verranno prese in considerazione dieci opere cinematografiche prodotte dal 1900 al 1970 che hanno cambiato il linguaggio cinematografico per sempre . Non per forza questi film hanno avuto successo, ma di certo senza di esse il cinema di oggi sarebbe molto differente. Questo articolo non ha la pretesa di elencare tutti i film che hanno modificato la settima arte. Si vuole invece presentare attraverso alcuni di essi alcune tappe dello straordinario viaggio che è la storia del cinema.

Viaggio nella Luna di Georges Méliès  (1902)

storia del cinema CinemaTown.itViaggio nella Luna è stata una vera e propria rivoluzione copernicana per il cinema. Il successo di questo corto mostrò come il regno del cinema non fosse solo la rappresentazione della realtà ma anche dell’eccentrico e la magia. Quello che lo spettatore vide sullo schermo non era mai stato realizzato prima; nel film ci sono: astronavi a forma di proiettile, una luna umanizzata, funghi giganti e molte altre stranezze.

Méliès in questo corto utilizza tutta la sua bravura di mago per spiazzare lo spettatore mostrando un mondo sconosciuto. Viaggio nella Luna è tratto da vari romanzi fantascientifici come: Dalla Terra alla luna (1865) di Jules Verne e I primi uomini sulla luna (1901). La storia nel film risulta quantomeno secondaria rispetto agli effetti speciali e alla messa in scena.

Proprio questi aspetti fanno di Viaggio nella Luna il film più rappresentativo di quella fase che i critici hanno chiamato Il cinema delle attrazioni. In questa fase embrionale della storia del cinema non vi era molta attenzione all’aspetto narrativo dei film e il pubblico li guardava nello stesso modo in cui ammirava un animale esotico mai visto prima. Con il tempo il fascino della novità svanì e il pubblico iniziò a chiedere qualcosa di diverso mettendo così in crisi il cinema delle attrazioni e ponendo le basi del cinema narrativo. Nonostante questo, Il Viaggio nella Luna ha continuato ad essere un punto di riferimento essenziale per chi ama la settima arte.

Intolerance di David Wark Griffith (1916)

storia del cinema CinemaTown.itIntolerance è stato uno dei fallimenti commerciali più importanti della storia del cinema e forse anche in questo sta il fascino del film. David W. Griffith realizzò questo strano Kolossal come risposta per le accuse di razzismo ricevute per il suo film precedente Nascita di una nazione (1914). Proprio gran parte degli ingenti incassi ottenuti da Nascita di una nazione  furono utilizzati da Griffith per realizzare questo lungometraggio. Se l’idea che stava alla base del precedente progetto era quello di raccontare la storia della guerra civile questa volta l’idea di Griffith è ancora più ambiziosa.

Il regista americano ha realizzato quattro episodi uniti tra loro dal filo rosso tematico dell’intolleranza e dell’odio  ambientanti in vari momenti storici intitolati: “La caduta di Babilonia”, “La Passione di Cristo”, “La notte di San Bartolomeo” e “La madre e e la legge”. Pur avendoli resi diversi tra loro per ambientazione e colori, il regista li ha collegati tra di loro con un montaggio parallelo. Oltre a questo, Griffith ha utilizzato un’immagine di una donna che dondola il suo bambino in culla come metafora volta ad unire tutto il film. Mentre l’umanità stava iniziando una lenta opera di autodistruzione che culminerà qualche anno dopo, Griffith aveva tentato di mostrare come l’intolleranza e l’odio siano delle costanti nella storia. Come affermerà  il critico cinematografico e teatrale Vito Pandolfi a proposito di Intolerance:

L’umanità è sempre restata divisa. Le sue lotte furono sanguinose e senza fine, perché non ha mai tollerato di una parte di se stessa. Non si può essere tutti liberi.

Purtroppo il pacifismo non era tanto di moda in quel periodo negli Stati Uniti. Il film fu un insuccesso commerciale talmente profondo da costringere Griffith a rinunciare alla propria carriera registica. Nonostante questo, sia  per le innovazioni tecniche utilizzate come il montaggio alternato e i movimenti di macchina, sia per la grandiosità del progetto, Intolerance fu un lungometraggio con cui molti cineasti si confrontarono durante la storia del cinema. Uno su tutti fu il maestro russo Sergej Ėjzenštejn che pur comprendendo i fisiologici limiti prese il film di Griffith come punto di riferimento tecnico per la produzione e sopratutto il montaggio dei suoi film.

La corazzata Potëmkin di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (1925)

storia del cinema CinemaTown.itNel finale de La corazzata Potëmkin di Sergej Ėjzenštejn una bandiera rossa (colorata a mano) sventola sopra la corazzata che si è ribellata ai padroni. Proprio da questa forte sequenza che  entusiasmò il pubblico del Teatro Bolshoi di Mosca il 21 dicembre 1925 è utile partire per comprendere questo film. La corazzata Potëmkin nasce con lo scopo politico di commemorare l’ammutinamento dell’omonima corazzata avvenuto il 27 giugno 1905. Tuttavia quello che crea Ėjzenštejn non è solo un opera di propaganda a favore l’URSS, ma una pellicola audace e sperimentale a livello cinematografico sopratutto per quanto concerne il montaggio.

Per il regista sovietico il montaggio è l’elemento essenziale del cinema. A differenza di Griffith, Ėjzenštejn non utilizza questo strumento per costruire un mondo narrativo e immaginario nel quale lo spettatore si può immedesimare, ma per aggredire emotivamente lo spettatore, costringendolo così ad associare dialetticamente degli elementi eterogenei permettendogli così di scoprire lui stesso il significato dell’opera. Come afferma il regista sovietico:

Due qualsiasi pezzi disposti l’uno accanto all’altro, si fondono sempre in una nuova idea che emerge da questa comparazione come qualcosa di qualitativamente diverso.

Questo nuovo tipo di montaggio verrà chiamato chiamato montaggio delle attrazioniLa corazzata Potëmkin  è riuscito a mostrare nei sui 75 minuti le grandi potenzialità del mezzo cinematografico, l’efficacia delle teorie di Ėjzenštejn e degli avanguardisti russi. l ragionerie Ugo Fantozzi aveva torto! In realtà Villaggio e Salce quando realizzano la celebre scena del cineforum in Il secondo tragico Fantozzi (1976) sono pienamente consapevoli questo. Lo stesso Villaggio in un’intervista rilasciata molti anni dopo ammise:

La corazzata non è mai stata una cagata pazzesca, è un famosissimo film. Forse uno dei film più importanti della storia del cinema.

Quarto potere di Orson Welles (1941)

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Appartengo ad una generazione di cineasti che hanno deciso di fare film avendo visto Quarto Potere

Questa affermazione di François Truffaut testimonia come questo film sia una pietra miliare della storia del cinema. La cosa incredibile è che Orson Welles sia riuscito a creare questo capolavoro a venticinque anni, come opera prima. Ad oggi Quarto Potere è considerato da molti critici come il più importante film americano di sempre e senza alcun dubbio poche altre pellicole hanno influenzato la storia del cinema in maniera così radicale. Nonostante questo, curiosamente il film non vinse il Premio Oscar più importante perdendo contro Com’era verde la mia valle (1941) di John Ford.

Il lungometraggio è celebre per aver apportato molte innovazioni tecniche spesso sconosciute o poco usate nel cinema narrativo classico; tra queste vi è anche l’utilizzo sistematico della profondità di campo e del piano sequenza. Oltre che nell’aspetto tecnico, il film è grandioso sopratutto perché riesce a raccontare – attraverso dei flashback – la storia del magnate Charles Foster Kane riuscendo a cogliere la complessità e la sfuggevolezza della sua esistenza. Lasciando alla fine allo spettatore il compito di risolvere il mistero di “Rosebud”.

Ladri di biciclette di Vittorio de Sica (1948)

storia del cinema CinemaTown.itNel secondo dopoguerra, in un’Italia a pezzi dopo un conflitto che aveva diviso e distrutto paese, il cinema ha aiutato in maniera profonda la ricostruzione morale e materiale dell’Italia. Ladri di biciclette di Vittorio De Sica contribuì forse più di qualunque altra opera artistica a mostrare al mondo come l’Italia avesse affrontato con dignità la dura sconfitta subita. L’elemento che rende questo film un capolavoro è senz’altro la sceneggiatura, la cui genialità sta nel modo semplice nel quale si affrontano tematiche importantissime.

Per cui partendo da una storia quotidiana e all’apparenza banale, Zavattini e De Sica arrivano ad affrontare problemi importanti della società Italiana del dopoguerra. In fondo che importanza ha il furto di una bicicletta? Ben poco di solito, ma se questa bicicletta diventa essenziale per il mantenimento della propria famiglia il furto diventa qualcos’altro. Questa idea sta alla base di altri film di De Sica. Lo stesso regista dichiarerà:

Il mio scopo è rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso nella piccola cronaca, considerata dai più come materia consunta. (….)

Perché pensare avventure straordinarie quando ciò che passa sotto i nostri occhi e che succede ai più sprovveduti di noi è così pieno di una reale angoscia?

Nonostante l’insuccesso al botteghino il film fu riconosciuto a livello internazionale come un capolavoro. L’importante cineasta francese René Clair abbracciò commosso De Sica dopo una proiezione del film a Parigi. Ladri di biciclette vinse nel 1950 l’Oscar Onorario come miglior film straniero e venne nominato per la migliore sceneggiatura. L’influenza che questo film ha avuto nei cineasti nel corso della storia del cinema è stato gigantesco. Molti registi, attori e intellettuali considerarono, e considerano tutt’ora, questo film come uno dei più importanti della settima arte. Billy Wilder disse che il film era da vedere in piedi con il cappello in mano per rispetto al capolavoro che De Sica e Zavattini.

Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman (1957)

storia del cinema CinemaTown.itRivendendo adesso Il Settimo Sigillo ci si può stupire nel constatare come questo capolavoro cinematografico, pur essendo ambientato nel Medioevo, parli ancora dei nostri problemi  più di qualsiasi altra pellicola. Quello che Bergman riesce ad inserire nel suo lungometraggio sono dei problemi esistenziali universali. Il film venne realizzato partendo da una drammaturgia scritta dallo stesso Bergman un po’di anni prima intitolata Pittura su legno. La genesi dell’opera parte dall’osservazione dei dipinti  raffiguranti la morte nelle chiese. Bergman scriverà nel suo libro Lanterna Magica:

Mi sono messo a osservare i dipinti al di sopra dell’altare, il trittico, il crocifisso, le finestre dipinte e gli affreschi. (…) Il cavaliere gioca a scacchi con la Morte. La Morte sega l’albero della vita, un poveretto terrorizzato è seduto su in cima e si torce le mani. La Morte conduce la danza verso la Terra Oscura, tiene la falce come una bandiera, tutti quanti ballano formando una lunga fila e dietro a tutti viene il giullare.

Dopo aver messo in scena lo spettacolo Bergman si rese conto che da quell’idea lui poteva trarre un film. Tuttavia la sceneggiatura che il regista creò fu abbastanza differente dal testo teatrale – e anche molto più efficace. Oltre che ai dipinti su legno delle chiese, Bergman si ispirò anche agli scritti all’opera Carmina Burana di Carl Orff la quale è tratta da una serie di omonime poesie composte da chierici vaganti durante il Medioevo. L’altra novità fu quella di aggiungere due parti che nella prima drammaturgia erano pressoché assenti. La prima è quella del cavaliere Antonius Block che nel testo è presente solo come cavaliere muto. L’altra è quella della morte la quale non compare nel primo testo ma sarà parte fondamentale della sceneggiatura di Bergman. La morte viene raffigurata con qualcosa che, a parere di Bergman, è una via di mezzo tra una maschera da clown e un teschio.

I 400 colpi di François Truffaut (1959)

storia del cinema CinemaTown.itI 400 colpi è uno dei film che più rappresenta lo spirito rivoluzionario della Nouvelle Vague. Questo importantissimo movimento cinematografico francese in poco tempo cambiò il modo di scrivere la storia del cinema. I sui rappresentanti prendendo spunto dagli autori del passato cercarono di innovare il linguaggio cinematografico in maniera radicale. Il nome del film deriva da un modo di dire francese che può essere tradotto in italiano come “Fare il diavolo a quattro”. Ne I 400 colpi vengono raccontati i problemi quotidiani di un giovane ragazzo che deve affrontare il passaggio all’età adulta in un mondo non certo facile. Il film racconta in maniera autentica e originale la difficile età dell’adolescenza. Come dichiarò il regista in un’intervista a Le Monde:

L’adolescenza è un modo di essere riconosciuto da educatori e sociologi, ma negato da famiglia e genitori. Per parlare da specialista, direi che lo svezzamento affettivo, il sopraggiungere della pubertà, il desiderio d’indipendenza e il complesso d’inferiorità sono segni caratteristici di quell’età. Basta un solo atto di ribellione e questa crisi viene giustamente chiamata “originalità giovanile”. Il mondo è ingiusto, dunque dobbiamo sbrigarcela da soli: e si fanno i quattrocento colpi.

Nella pellicola vi sono molti elementi autobiografici anche se non tutti gli eventi sono accaduti a Truffaut. Nonostante questo tutto quello che succede nel film è veramente accaduto a qualcuno. Proprio questa attenzione al racconto onesto della realtà è uno degli elementi che il regista  prende dal neorealismo italiano. Truffaut stesso ammise di avere preso ispirazione in particolare da Germania anno zero (1948) di Roberto Rossellini. Altre fonti di ispirazione per il regista francese furono i lavori di Jean Vigo e di Alfred Hitchcock.

Psyco di Alfred Hitchcock (1960)

storia del cinema CinemaTown.itPer parlare di Psyco bisogna per forza iniziare dalla sua scena madre. Quel momento cruciale cambia l’intero film e anche la storia del cinema. Lo stesso Hitchcock ammise nella celebre intervista concessa a Truffaut di aver scelto di realizzare l’adattamento al romanzo di Robert Bloch solo perché apprezzò il modo inaspettato in cui avviene l’omicidio nella doccia. Tutto il film è stato costruito sull’impatto violento che ha sullo spettatore quella scena inaspettata. Lo stesso regista disse nell’intervista sopra citata:

È la scena più violenta del film e in seguito (…) c’è sempre meno violenza, perché il ricordo di questo primo omicidio è sufficiente a rendere angosciosi i momenti di suspense che verranno più tardi.

Il film gioca in maniera mai vista prima con le aspettative e la psiche del pubblico lasciando lo spettatore profondamente disturbato. Questo tipo di operazione è stata possibile grazie alla straordinaria maestria di Hitchcock nel gestire gli strumenti tecnici della regia, tra cui l’essenziale è il montaggio.

In Psyco del soggetto mi importa poco, dei personaggi anche; quello che mi importa è che il montaggio dei pezzi del film, la fotografia, la colonna sonora e tutto ciò che è puramente tecnico posano far urlare il pubblico.

Psyco dimostra quindi come un abile regista possa modificare una storia mediocre in capolavoro. Tra l’altro il film uscì in un periodo storico in cui la regia teatrale stava ritornando al centro della produzione cinematografica. Questo cambiamento storico fu possible grazie ai registi-critici della Nouvelle Vague e ad una generazione di straordinari registi di cui Hitchcock può essere considerato il pioniere. Per concludere è utile citare un’altra parte della sopracitata intervista:

Il mio orgoglio per Psyco sta nel fatto che è un film che appartiene a noi registi, a lei e a me, più di tutti i film che ho girato.

di Federico Fellini (1963)

storia del cinema CinemaTown.it8 1\2 rappresenta l’apice non solo della carriera di Fellini ma di tutto il cinema italiano. Questo capolavoro della storia del cinema venne realizzato dopo l’incredibile successo internazionale de La Dolce Vita (1960) e il felice episodio Le tentazioni del dottor Antonio realizzato per il film collettivo Boccaccio ’70 (1962). Pur essendo in quel momento il regista più celebre in Italia, Fellini si ritrovò in una crisi creativa abbastanza importante. Tuttavia l’intuizione geniale di parlare di questa crisi permise la realizzazione di questa opera fondamentale. Analizzando la crisi creativa di Guido, il film riesce a portare lo spettatore a vivere l’angoscia del protagonista non appesantendolo mai troppo.

Sembra quasi che Fellini sia riuscito in 8 1\2 a trovare la formula alchemica perfetta per unire sogno e realtà; luce e ombra; comicità  e tragedia. Per ottenere questo risultato finale è stato anche fondamentale l’apporto dato dagli storici collaboratori di Fellini, molti dei quali si trovarono per nella loro piena maturità artistica. Tra questi è utile citare il costumista e scenografo Pietro Gheradi (il quale vincerà il suo secondo premo Oscar per i lavoro svolto nel film), il compositore Nino Rota che creò una delle sue migliori colonne sonore e gli sceneggiatori Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Brunello Rondi i quali assieme al regista composero una sceneggiatura che riesce a fare una sintesi delle migliori qualità dei quattro scrittori.

8 1\2 fu presentato al Festival cinematografico internazionale di Mosca dove riuscì ad ottenere il premio principale (Grand Prix) oltre a questo vinse due Premi Oscar (Miglior film straniero e Migliori costumi) su cinque nomination ottenute. Il film non ottenne lo stesso buon risultato al botteghino de La Dolce Vita. Nonostante questo è molto spesso considerato come uno dei più grandi capolavori della storia del cinema da parte di tantissimi critici e cineasti. 8 1\2 nascendo dal caos e dalla confusione è la dimostrazione di come anche i momenti difficili possano essere molto utili per la crescita di una persona e di come è giusto accettare se stessi anche (e sopratutto) a partire dai proprio difetti. Come afferma Guido alla fine del film, prima della incredibile scena della passerella d’addio:

 Questa confusione sono io… io come sono, non come vorrei essere e non mi fa più paura.       

2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick (1968)

storia del cinema CinemaTown.it2001: Odissea nello Spazio è un’esperienza visiva straordinaria insuperata che testimonia la potenza del mezzo cinematografico. Questa straordinaria opera cinematografica mostra tutta la maestria tecnica di Kubrick. Dalla musica al montaggio, dalla fotografia alla scenografia; ogni elemento è curato nei minimi dettagli. Nei primi anni della New Hollywood, Kubrick propose con questo film un nuovo modo di vedere il cinema che forse supera addirittura il cambiamento che stava avvenendo. Come scrisse il critico Roberto Nepoti su La Repubblica il 7 marzo 2001:

Alla fine degli anni 60, quando tanti si affannavano a distruggere le strutture tradizionali del cinema, il regista sorpassa le avanguardie senza neppure il bisogno di dichiararlo e apre una nuova era del cinema.

Il progetto che il regista americano realizzò fu uno dei più audaci della storia del cinema. In 2001: Odissea nello Spazio l’elemento centrale non è la sceneggiatura e neppure il lavoro degli attori. Come affermò lo stesso Kubrick  in un’intervista concessa per il “New York Times” nell’Aprile del 1968:

Non ho il minimo dubbio che per raccontare una storia come questa non servano affatto le parole. Ci sono solo 46 minuti di dialogo nel film e 113 di scene senza parole. Ci sono certe aree del pensiero e della realtà – o dell’irrealtà e dei desideri, comunque lei le voglia chiamare – che sono chiaramente inaccessibili alle parole. La musica può accedere a queste aree. La pittura può penetrarle. Forme di espressione non verbali possono farlo. Ma le parole sono una camicia di forza terribile.

I personaggi di questo film risultano essere volutamente freddi ed inespressivi. Ironicamente l’unica eccezione a questa tendenza è quella del computer HAL 9000 la cui voce algida e asettica nasconde la capacità di provare emozioni. Questo film riesce con le immagini a mostrare concetti astratti che difficilmente esprimibili con le parole. Kubrick riesce addirittura a compiere un viaggio nel tempo e nello spazio immenso con un semplice stacco di montaggio. Nonostante il parziale insuccesso iniziale 2001: Odissea nello Spazio è diventato un punto di riferimento imprescindibile per il cinema di fantascienza e uno dei più influenti capolavori della storia del cinema.

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