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2001: Odissea nello spazio – la colonna sonora non utilizzata di Alex North

Non si può riassumere 2001: Odissea nello spazio (1968) in poche parole, bensì il film di Kubrick va vissuto come un’esperienza onirica. Questa straordinaria opera cinematografica del regista è uno dei fondamentali e meglio realizzati film di fantascienza. Tratto dal racconto di Arthur C. Clarke The Sentinel (1948), in contemporanea con 2001: Odissea nello spazio venne pubblicato il libro omonimo. Nel 2018 L’American Film Institute lo ha valutato al quindicesimo posto nella classifica dei film migliori di tutti i tempi.

Il lungometraggio inizia con delle  scimmie che scoprono come utilizzare gli oggetti come armi dopo aver contemplato uno strano monolito nero. Dopo una delle più celebri match cutdella storia del cinema, Stanely Kubrick sposta l’attenzione dalle armi dei primati alle astronavi che orbitano intorno alla terra nel 1999. Proprio in una di esse il dottor Heywood Floyd si reca verso la luna, dove con altri astronauti va verso un cratere dove trova lo stesso monolito. Diciotto mesi dopo, un gruppo di astronauti parte per una misteriosa missione verso Giove. Il loro compagnia vi è HAL9000 un super computer molto intelligente. Tuttavia i comportamenti di quest’ultimo saranno sempre più strani nel corso del viaggio…

 La musica classica

2001: Odissea nello Spazio CinemaTown.it

Oltre all’incredibile uso che il regista ha fatto degli effetti speciali e alle straordinarie inquadrature, il film è famoso anche per l’utilizzo della musica. Kubrick scelse di utilizzare molti pezzi di musica classica. Celebre è il “valzer” delle astronavi sul tempo de Sul bel Danubio blu (1866) di Johann Strauss. Forse ancora più cruciali sono le note di Così parlò Zarathustra (1896) di Richard Strauss che risuonano all’inizio e alla fine dell’opera.

Essenziali furono anche le musiche del compositore contemporaneo Györg Ligeti. Il musicista tuttavia era all’oscuro dell’utilizzo dei suoi pezzi per 2001: Odissea Nello Spazio. Di fatti non solo Kubrick non avvisò il compositore di questo, ma il regista modificò le opere di Ligeti per meglio adattarle al film. Per queste ragioni il compositore fece causa a Kubrick, ma risolto il problema legale, però, i due continuarono a collaborare per altri film. L’utilizzo del sonoro in 2001: Odissea nello Spazio è unico, Kubrick infatti ha evitato di utilizzare pezzi musicali in mezzo alle scene di dialogo e viceversa.

La colonna sonora di Alex North

2001: Odissea nello Spazio CinemaTown.it

Come ricordato in un interessante articolo di Far Out Magazine i piani iniziali per la musica nel film erano molto diversi. Kubrick contattò il compositore Alex North che aveva già collaborato con lui per Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964) e Spartacus (1960) per realizzare una colonna sonora originale. Questa venne realizzata, ma il regista decise durante la fase di montaggio di optare per della musica preesistente. Questa è una scelta che Kubrick ha fatto moltissime altre volte nel proseguo della sua carriera, e che si è rivelata molto efficace. Lo stesso regista notò che: 

Per quanto possano essere bravi i nostri compositori da film loro non sono Beethoven, Mozart o Brahms. Perché usare della musica di qualità mediocre quando si ha a disposizione molta buona musica orchestrale proveniente dal passato e dai giorni nostri?

Quando si sta montando un film è utile provare una serie di differenti pezzi musicali per vedere come questi si amalgamano con la scena. Con un po’ più di attenzione e pensiero, queste scelte temporanee possono diventare la colonna musicale finale.

Il regista a dirla tutta aveva già intenzione sin dall’inizio di inserire pezzi di musica classica. Tuttavia la produzione lo costrinse a utilizzare brani di Alex North, che compose molta della musica per la prima parte del film. Col passare del tempo, non gli venne richiesto da Kubrick alcun ulteriore brano con la scusa che nella parte finale non ci sarebbe stata musica. Il compositore seppe che il suo operato non era stato utilizzato durante la Premiere del film, nonostante Kubrick lo avesse praticamente torturato per raggiungere una composizione che lo compiacesse, e il musicista fu ovviamente molto deluso da questa decisione e affermò:

Che posso dire? è stata una grande ma frustrante esperienza e nonostante le reazioni discordanti ottenute rispetto alla musica, penso che l’approccio Vittoriano con il suono armonico mitteleuropeo non stesse bene con i concetti brillanti di Kubrick e Clarke.

Nonostante questo la versione di North è stata recuperata negli anni duemila ed ora è possibile ascoltarla ed immaginare come sarebbe cambiato quel film.

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Film LGBT: i modi in cui il cinema degli anni ’90 rappresentava gli omosessuali

La rappresentazione della comunità LGBTQ+ ad Hollywood è tutt’altro che perfetta, persino oggi. Tuttavia, è innegabile dire che le cose, rispetto ai decenni scorsi, sono nettamente migliorate e che è stato fatto un grosso balzo in avanti. Per tutti quelli cresciuti negli anni ’90 è stato possibile vedere personaggi queer venire a galla nel cinema mainstream. Però, la loro rappresentazione nei film LGBT ha sempre aderito ad una serie di stereotipi. Dai depressi ai serial-killer, i seguenti sono gli archetipi tra cui è possibile scegliere. Di colpo, persino Tuo, Simon sembra quasi all’avanguardia.

Il serial killer queer (Il silenzio degli innocenti; Il talento di Mr. Ripley)

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Soltanto nel 1992, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha declassificato l’omosessualità dallo statuto di disordine mentale e la gay conversion therapy pretende ancora oggi che la queerness possa (o debba necessariamente) essere curata. Quindi, se trattiamo l’omosessualità come un disordine mentale, potremmo anche associarla ad altri tipi di disordini, perchè no? Magari sociopatia? In questo modo, otterremmo Buffalo Bill de Il silenzio degli innocenti e il Tom Ripley di Matt Damon, a cui piace così tanto Jude Law da randellarlo in faccia e rubargli l’identità. A volte, i personaggi omosessuali sono guidati dalla vergogna, come quello interpretato da Chris Cooper in American Beauty.

Il migliore amico gay (Ragazze a Beverly Hills; Il matrimonio del mio migliore amico)

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Alcuni film vengono girati in modo tale da far credere che sono totalmente a loro agio nella loro rappresentazione dell’omosessualità. Almeno, fino a quando si escludono scene di sesso e baci tra gay. Il casto migliore amico gay serve come una sorta di macchina per sviluppare battute argute e affermazioni sagge e genuine. Praticamente, funziona come un biscotto della fortuna in carne ed ossa. Ovviamente amiamo Ragazze a Beverly Hills. Almeno, fino a quando perde tutto il suo potenziale romantico. Relegati all’eterno ruolo di personaggi di supporto, i migliori amici gay non hanno mai un subplot e la sceneggiatura ci dice esplicitamente che loro sono gay altrimenti sarebbe soltanto la loro insolenza a caratterizzarli come tali.

La lesbica pazza (Butterfly Kiss; Inserzione pericolosa; Basic Instinct)

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Le lesbiche possono essere anche pazze. Una volta che una donna ha respinto tutte le convenzioni tradizionali della società (fare sesso con un uomo e lavare i piatti per lui), è tutto possibile. Basic Instinct è famoso soprattutto per una scena ma rappresenta anche il personaggio di Sharon Stone come una donna bisessuale alla guida di un harem di lesbiche assassine. O, magari, preferite Jennifer Jason Leigh in Inserzione pericolosa, la compagnia di stanza ossessiva che vi ucciderà e copierà il vostro taglio di capelli.

La donna transessuale ingannevole (La moglie del soldato; Ace Ventura – L’acchiappanimali)

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Gli anni ’90 hanno rappresentato la grande paura dell’uomo medio ed eterosessuale di essere ingannato da una donna transessuale, di andare a letto con lei e di perdere il proprio status vittorioso di uomo alfa. Da qui deriva il twist di La moglie del soldato e il climax di Ace Ventura, in cui un’intera stanza di uomini inizia a vomitare quando si accorge che il nemico è veramente un uomo. Le donne transessuali sono spesso oggetto di sdegno, viste come ingannatori proteiformi di cui è impossibile fidarsi.

L’omosessuale fiero (South Park – Il film; Piume di struzzo)

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Camicia hawaiiana addosso, l’omosessuale fiero è la variante sventolante bandiera color arcobaleno del migliore amico gay. All’omosessuale in fiamme è persino consentito possedere una propria sessualità, al prezzo di incarnare tutti i possibili stereotipi sui gay. Zeppola, movimenti rapidi, lacrima facile, amore per i musical e per gli abiti femminili, passione per l’interior design -praticamente sono queste le caratteristiche associate agli omosessuali in fiamme. In genere, l’omosessuale fiero è rappresentato in modo affettuoso. Tuttavia, questo non fa altro che raddoppiare la sensazione di stereotipo nei film LGBT.

Il gay tragico (Philadelphia; S.O.S. Summer of Sam; Happy together)

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L’oscura ombra dell’AIDS viene prepotentemente a galla negli anni ’80 e continua ad emergere anche negli anni ’90. Tom Hanks vince il suo primo Premio Oscar nel 1993 per la sua interpretazione di un gay morente e malato di AIDS. Philadelphia ha costruito un’empatica rappresentazione di un omosessuale nei film LGBT, sebbene la critica queer pensasse che il film si fosse concentrato troppo sul personaggio interpretato da Denzel Washington. Comunque, Philadelphia opta per la costruzione del gay tragico, personaggio che muore o finisce in disgrazia. Probabilmente, i film citati continueranno a restare a lungo nella mente dei vostri genitori. Soprattutto quando parlerete con loro della vostra sessualità.

La lesbica che aspetta soltanto Ben Affleck (In cerca di Amy)

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Nella vita reale, probabilmente, la Amy interpretata da Joey Lauren Adams sarebbe solo una normale donna bisessuale. Ma, nel film di Kevin Smith, Amy è una lesbica che incontra Ben Affleck e decide di passare (temporaneamente) all’altra sponda. Una cosa del genere avviene anche in Amore estremo, con Ben Affleck e Jennifer Lopez, uno dei peggiori film mai girati. Il messaggio è chiaro, care lesbiche: rintanatevi perchè Ben Affleck è a caccia!

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A Clockwork Condition: la scoperta del sequel segreto di Arancia Meccanica

Il sequel di Arancia Meccanica scritto da Anthony Burgess, che rimane incompiuto, è stato descritto dall’autore come in parte filosofico e in parte autobiografico, intitolato A Clockwork Condition. Formato da circa 200 pagine, si dice sia il seguito di una serie diversa di pensieri di Burgess sulla condizione umana e che esplori temi importanti tratti dal libro originale pubblicato nel 1962. L’originale, racconta di un’oscura e inquietante storia criminale distopica che ruota attorno a stupri, gang e teppisti, e conia l’espressione “ultraviolenza”. Il romanzo è stato notoriamente convertito in un film molto controverso di Stanley Kubrick. Per quanto riguarda il film, Kubrick una volta lo descrisse al Saturday Review come

Una satira sociale che si chiede se la psicologia comportamentale e il condizionamento psicologico siano armi pericolose per un governo totalitario da usare per imporre vasti controlli sui suoi cittadini e trasformarli in robot.

Secondo la BBC, il manoscritto del sequel, A Clockwork Condition, non fu mai pubblicato e fu trovato tra le carte della casa di Burgess a Bracciano, vicino a Roma. La casa di Burgess è stata venduta nel 1993 dopo la sua morte e il sequel è stato archiviato a Manchester, dove è rimasto intatto. Lo stesso Burgess ha descritto A Clockwork Condition come importante affermazione filosofica sulla condizione umana contemporanea ed esplora l’effetto della tecnologia, dei media, del cinema e della televisione sull’umanità. Un estratto del manoscritto cita:

Nel 1945, di ritorno dall’esercito ho sentito un ottantenne Cockney in un pub londinese che diceva che qualcuno era strano come un orologio arancione. Queer non significava omosessuale: significava pazzo…

Per quasi vent’anni volevo usarlo come titolo di qualcosa… Era un tropo tradizionale, e richiedeva di intitolare un’opera che combinasse una preoccupazione con la tradizione e una tecnica bizzarra.

Il professor Andrew Biswell, direttore dell’International Anthony Burgess Foundation, ha dichiarato alla BBC:

Questo notevole sequel inedito di Arancia Meccanica fa luce su Burgess, Kubrick e sulla controversia che circonda il famigerato romanzo. A Clockwork Condition fornisce un contesto per l’opera più famosa di Burgess e amplifica le sue opinioni su crimine, punizione e possibili effetti corruttori della cultura visiva.

Purtroppo, più il progetto diventò ambizioso, più Burgess faticò a completarlo. L’autore si rese conto che il libro di saggistica proposto andava oltre le sue capacità in quanto romanziere. Gli fu suggerito di pubblicare un diario dal titolo L’anno dell’arancia meccanica, ma anche quel progetto fu abbandonato.

Biswell ritiene sia ancora possibile pubblicare una versione di A Clockwork Condition, poiché c’è abbastanza materiale presente nelle bozze per dare un’impressione ragionevolmente chiara di ciò che questo manoscritto di Burgess sarebbe potuto essere. Infatti, il professore è già stato contattato da vari editori desiderosi di pubblicarlo. Per di più, l’archivio ha raccolto circa 40 racconti inediti di Burgess, che si spera verranno pubblicati.

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Kevin Spacey e Charlie Chaplin: le analogie tra i due trattamenti più deplorevoli di Hollywood

Il seguente articolo non è un azzardo, ma una consapevole analisi e messa a paragone di due mostri sacri del cinema, che contrariamente a quanto è noto, hanno dato del loro meglio al di fuori del set, piuttosto che nella mise en scène. Kevin SpaceyCharlie Chaplin sono stati i più grandi cineasti della loro epoca e generazione, il primo come meteora incandescente della recitazione degli anni ’90, e innovatore inarrestabile dell’industria televisiva, il secondo come fondatore di un’arte che ancora oggi è il riassunto coadiuvante di tutte le espressioni creative.

Fondatori di nuove tendenze, sperimentatori senza precedenti di nuove forme artistiche, benefattori, impegnati per i diritti sociali… e piuttosto lussuriosi, sia Kevin Spacey che Chaplin hanno segnato il passo di un’epoca, venendo amati e celebrati come divinità greche – quelle ricche di hubris, appunto – per essere poi ripudiate in men che non si dica, nonostante la loro impronta sia quella che più di tutte le altre ha inciso un solco profondo in un’industria, quella dell’intrattenimento, che vive di apparenze, ma che non sopravvive senza il genio.

La seguente analisi dei due casi, deve tenere però inevitabilmente conto delle diverse epoche storiche in cui i due artisti hanno operato, e dei diversi mezzi di comunicazione di massa che li hanno potuti discriminare, come la stampa e Twitter. Accettate il paragone, stupitevi delle analogie, rielaborate il vostro pensiero in merito, perché tra tutti gli azzardi e le assurdità, a trapelare è una e unica verità: quando voli troppo in alto da proiettare l’ombra delle tue ali su chi ti osserva volteggiare, finirai sempre per schivare dei dardi avvelenati.

Le origini di Kevin Spacey e Charlie Chaplin

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Chaplin nacque in un’Inghilterra vittoriana di fine ‘800, secondo genito di una madre, Hannah, anche lei facente parte del mondo dello spettacolo, seppur non ad alti livelli. Fratello di Sydney solo da parte di madre, Chaplin è cresciuto spostandosi da un istituto infantile all’altro, a causa della dilagante povertà nella quale versava la sua famiglia, tenuta in piedi da una madre costantemente ricoverata negli istituti psichiatrici, e lontano dal padre biologico, Charles sr., anche lui cantante e con alle spalle una modesta celebrità. La vocazione di Chaplin per la recitazione si fa viva immediatamente, ma il giovane dovette vedersela troppo spesso con una madre amorevole, ma malata di mente, e una povertà che non gli lasciava scampo. Fu solo compiendo una scelta drastica durante l’adolescenza, che l’attore in erba riuscì a fare il salto definitivo in America nella compagnia di Fred Karno, sebbene il costo da pagare fosse la lontananza dalla madre.

Povertà, malattie mentali e fiducia in sé stessi sono i fili conduttori delle loro origini

Kevin Spacey Fowler nacque alla fine degli anni ’50 del ‘900, quando Chaplin era oramai già confinato in Europa, ma il percorso di gioventù è fin troppo simile. Terzo di tre fratelli – che nel corso degli anni arrivarono ad odiarsi – e figlio di Kathleen, madre che per tutta l’infanzia e l’adolescenza del figlio ha fatto di tutto per preservargli l’indole artistica, soffocata dalla tirannia del padre Thomas, uno scrittore dalle grandi ambizioni, ma che non riuscì a combinare nulla di più della stesura di qualche manuale d’istruzioni per elettrodomestici. Come Chaplin, anche Spacey dovette far presto i conti con la follia in famiglia. Thomas era un cultore del nazismo, che obbligava i figli a leggere ogni sera il Mein Kampf e che li sottoponeva a sevizie fisiche spesso descritte dal fratello di Kevin, Randall, come veri e propri abusi sessuali. Miseria e migrazione erano le due costanti della gioventù di Spacey, che odiò profondamente il padre, mantenendo però vivo il suo amore per l’arte drammatica.

Sia nei casi di Kevin Spacey che di Chaplin, la via del teatro fu l’unica salvezza da un substrato culturale che li avrebbe altrimenti divorati, costringendoli ai lavori saltuari e degradanti ai quali erano già in parte abituati. Pieni di una profonda consapevolezza di sé e senza la minima paura del futuro, entrambi si allontanarono dalla famiglia senza il becco d’un quattrino, iniziando a praticare l’arte drammatica – Chaplin da autodidatta, Spacey alla Julliard di New York. Intolleranti dei vincoli autoritari e convinti che il loro talento gli avrebbe fatto fare la differenza, entrambi si focalizzarono sulla conquista del successo in virtù dell’esaudimento di loro stessi e della ricerca del denaro. Non sono sporadici gli aneddoti che li riguardano in questa fase giovanile, nei quali vengono descritti come concentrati e senza scrupoli, sebbene fossero spaventati a morte dall’idea di non farcela.

I primi successi e le scelte importanti

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Le prime fasi della carriera di Kevin Spacey e Charlie Chaplin non seguono esattamente gli stessi passi, ma considerando i diversi momenti in cui l’industria filmica è collocata, si potrebbe quasi percepire una sorta di copia carbone tra le due epoche del cinema. Sin da subito i due attori fanno una cosa che al 99% dei performers è preclusa per gran parte della loro carriera: decidono per sé stessi. Il tempo passato ad agognare il successo li ha plasmati come armi da combattimento senza compromessi, e in nessuno dei due casi i contratti che siglano e le parti che interpretano seguono un percorso già stabilito dai produttori o dai manager. Il tempo di Chaplin al servizio totale di Mack Sennett – quello che all’epoca era il gigante delle comiche – dura ben poco. Charlie si inventa il Vagabondo, lo innesta dove vuole, e il carattere di ferro dell’attore impongono a Sennett un compromesso snervante: o si fa come dice Chaplin, o Chaplin se ne va. Cosa che avvenne di contratto in contratto, aumentando le sue fama e ricchezza, finché non arriva il momento in cui decide che a pagare per i propri film non sarà solamente lui, divenendo il produttore di sé stesso.

Talento, amore del pubblico e fiuto per gli affari sono gli ingredienti del successo, e dell’odio dei nemici insidiosi

Kevin Spacey invece deve districarsi silenziosamente all’interno di un’industria che alla fine degli anni ’80 era già ben collaudata, e nella quale per sopravvivere deve scegliere con attenzione i ruoli da accettare. Lo fa con una scaltrezza sconcertante, riuscendo a dimostrare ruolo dopo ruolo che l’ingrediente segreto del successo di una pellicola non era la sua partecipazione, ma quanto di sé stesso riusciva a mettere nel personaggio. Ognuno di questi infatti ha a che fare col suo background o il suo carattere, esattamente com’è capitato nei ruoli di Chaplin, grazie ai quali anche lui è riuscito a raccontare la sua personalità attraverso il personaggio. In entrambi i percorsi, è proprio l’inserire una grande parte delle loro vere essenze a garantire il successo dei film, e a garantirgli una certa antipatia da parte dello star system, che inizia a guardare ad entrambi con una certa diffidenza, alimentata da un’invidia che riesce a far leva sopratutto sulle dicerie poco ortodosse che iniziano a circolare sulle abitudini private dei due attori.

Le dilaganti personalità di Kevin Spacey e Chaplin impregnano i loro film, facendo sì che il pubblico vada in visibilio per questi personaggi, che ricevono una risposta immediata di gradimento sia tra la gente che dalla critica – Chaplin è il primo cineasta della storia a vincere l’Oscar onorario nel 1928, Spacey vincerà il riconoscimento per I soliti sospetti e American beauty a neanche cinque anni di distanza. Le apparizioni pubbliche dei due attori sono memorabili. Spacey riesce a comandare a bacchetta le reazioni dei fan, con battute sottili e geniali, Chaplin è il divo più adorato del mondo e ad ogni apparizione quello che l’aspetta è un bagno di folla. Talento, fiuto per gli affari ed egocentrismo mediatico costruiscono un mix esplosivo che consacrerà i due, ma che attirerà inevitabilmente l’odio di nemici potenti, come l’FBI di Hoover nel caso dell’inglese, l’invidia dei colleghi e la caccia mediatica da parte degli LGBT per il secondo. I due inoltre daranno vita a dei progetti indipendenti quali la United Artists da parte di Chaplin – evento rivoluzionario che mette un gruppo di artisti a capo di una casa di produzione, in contrasto con quanto avveniva all’epoca – e la Trigger Street di Spacey.

La vita privata e l’impegno sociale

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Nel caso di entrambi, sia Kevin Spacey che Chaplin hanno sempre badato a tenere molto riservata la propria vita privata, sebbene avessero abitudini così poco ortodosse da non poter essere ignorate, specialmente dai perbenisti e dalle attività governative. L’eta dell’oro di Chaplin si dilungò dalla Prima Guerra Mondiale e la Seconda, periodo durante il quale non si tirò mai indietro nel dichiarare pubblicamente quali fossero le sue idee in merito di immigrazione e socialismo. Forse un po’ troppo avanti coi tempi, forse troppo forgiato dalla fame infantile, le sue idee a favore dei bisognosi e lungi dal sostenere il militarismo, gli appiccicarono un’indelebile marchio di “sospettato comunista”. Un sospetto alimentato dalla cittadinanza britannica dell’attore, che nonostante avesse fatto fortuna negli USA vi e pagasse le tasse, non fece mai richiesta di essere considerato un cittadino americano, a causa della sua visione cosmopolita della globalizzazione. Inoltre, pellicole che sbeffeggiavano le forze dell’ordine e dipingevano gli USA come un paese ostile ai diversi gli aizzarono contro J. Edgar Hoover, direttore dell’FBI che gli rimase alle calcagna finché non riuscì a farlo cacciare dal paese.

Ideologie “rosse” e abitudini sessuali promiscue crearono i presupposti perfetti per i detrattori

Chaplin disdegnava la vita pubblica, dedicandosi totalmente al proprio lavoro al punto da mandare a rotoli un matrimonio dopo l’altro. In realtà, quello che più di ogni altra cosa lo lega a Kevin Spacey, oltre ad uno stacanovismo di ferro, è quel che riguarda gli scandali sessuali che lo videro protagonista per tutto il corso della sua vita in America. Sin dai primi anni ’20, attorno a Chaplin iniziarono a crearsi voci insistenti, sostenute da matrimoni di copertura, secondo cui l’attore altro non fosse che un famelico e insaziabile mangiatore di giovani donne. Fin qui, almeno per noi italiani, nulla di eclatante, se non fosse che questi fatti avvenivano durante un periodo della storia americana intrisa da un puritanesimo spaventosamente più inquisitorio di oggi – anche se sembra sorprendente – e che queste donne erano delle minorenni appena al di sopra dei tredici anni.

Chaplin le conquistò tutte, le divorò e lo sposò per coprire delle gravidanze scandalose, e in parecchi casi questo appetito gli si ritorse contro, con mogli che fingevano di essere incinte al fine di portargli via tutto. A nessun americano che volesse definirsi un cittadino per bene, poteva andar giù questa fama, ma l’amore del pubblico per il Vagabondo superò sempre gli intenti dei detrattori, che non riuscirono ad appigliarsi a questi eventi finché il maccartismo non diede il colpo d’ascia finale alla carriera americana di Chaplin. In cima alla catena alimentare dei produttori hollywoodiani, amato dal pubblico, eccessivamente libidinoso e sospettato di comunismo, l’inglese si era preparato da solo il contorno perfetto da servire all’opinione pubblica, non appena sarebbe stata pronta a dargli il colpo finale, proprio come Kevin Spacey.

Kevin Spacey non fece mai nulla per limitare la sua ambizione, scavandosi la fossa da solo

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La vita privata di Kevin Spacey invece fu molto più chiacchierata dai rotocalchi scandalistici. Mai sposato, nessun figlio, qualche fidanzata – di cui una sola ufficiale – infiniti avvistamenti in compagnia di giovani donne e ragazzi, da soli o alle feste. Sebbene la sua vita sessuale fosse chiaramente ambivalente, nessuna dichiarazione di Spacey fece mai intendere di quale orientamento fosse, elemento sapientemente difeso e tralasciato in qualsiasi dichiarazione pubblica. Il mondo dello spettacolo, però, lo conosceva, e nonostante i paparazzi lo beccassero di continuo uscire di soppiatto dalle case di Helen Hunt, Sandra Bullock o Cate Blanchett, alla fine la domanda era sempre la stessa: “se vai con gli uomini, perché non ti dichiari omosessuale? Tanto lo sappiamo tutti”. Per capire come Kevin Spacey gestisse questo genere di domanda, basti sapere che quando gliela fece Elton John, il cantante si ritrovò un intero tavolo completo di drink addosso, sebbene a bolla scoppiata difese l’attore a spada tratta.

Questa condotta sessuale non piaceva alle minoranze, che come questi tempi hanno spiacevolmente dimostrato, non ti permettono di avere gusti non dichiarati o che non siano unilaterali. Gli stessi LGBT, infatti, inchiodarono Spacey ad una croce a testa in giù, quando scoppiato lo scandalo che lo riguardava a causa di Anthony Rapp, chiese pubblicamente scusa, dichiarando di aver scelto di vivere la sua vita da uomo gay. Anche in questo caso però, l’elevato numero di relazioni con persone più giovani non fecero altro che arricchire un repertorio di futuri accusatori che puntarono il dito contro il cineasta, reo di aver gestito con fin troppa sicurezza le sue abitudini, gestendo solamente la sua privacy, senza badare accuratamente all’eredità delle sue azioni, contando forse troppo sul valore della buona fede. In concomitanza con queste abitudini, Kevin Spacey non ha mai smesso di sostenere idee politiche a filo col Liberalismo, stringendo datate amicizie con Bill Clinton e buona parte del mondo politico democratico, incanalando in House of Cards dei contenuti che ben poco avevano a che fare con l’ingegno narrativo, e che non piacquero affatto all’amministrazione trumpista, tanta era la verosimiglianza con le dinamiche interne della politica americana.

L’esilio e la damnatio memoriae

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All’apice di entrambe le loro carriere, sia Charlie Chaplin che Kevin Spacey hanno usato le loro personalità e le loro ideologie per arricchire le produzioni filmiche della maturità, condite da elementi fin troppo verosimili con quanto stesse accadendo nel mondo reale. Una sfida che fino ad un certo punto ha dato enormi soddisfazioni al pubblico, ma che iniziava a regalare bocconi succulenti ai loro aguzzini. Chaplin inventò di fatto l’industria cinematografica come la conosciamo oggi, coprì la sua carriera di scandali sessuali, venne osannato dal pubblico ma si dipinse un bersaglio rosso sulla fronte, centrato in pieno dal maccartismo; Kevin Spacey fu l’inventore del binge watching – trovata epocale che stravolse l’intrattenimento contemporaneo, grazie alla sua stretta collaborazione con Netflix per House of Cards – aveva di fatto la piattaforma in mano e con essa riusciva a produrre molto più di quanto il pubblico potesse fagocitare, era pubblicamente esposto per le cause civili, consumava preoccupanti quantità di rapporti sessuali e stava per raggiungere – da opulento – l’apice della carriera e della catena produttiva hollywoodiana con l’ultima stagione della serie.

Erano entrambi dei personaggi pubblici la cui maturità e potere industriale stavano brevemente permettendo loro di fare qualsiasi cosa e dire senza timore cosa pensavano di svariate tematiche. Spacey stesso fu il promotore di innumerevoli iniziative a sostegno dei neofiti del cinema, a testimonianza di come il cielo fosse alla distanza di un dito. Tutto questo fino all’arrivo dei fenomeni di massa che hanno tritato il mondo dello spettacolo: il maccartismo e il #MeToo. Chaplin dovette combattere battaglie legali e mediatiche per difendere la sua posizione politicamente neutrale, ma la sua vita privata e gli ultimi progetti come Tempi moderni – in cui al centro vi era una spietata critica al taylorismo – e Il grande dittatore – nel quale Hoover scorse un messaggio anti americano – gli fecero terra bruciata intorno, capitolando definitivamente quando il pubblico vide Monsieur Verdoux, la storia di un banchiere di mezza età che uccideva ricche vedove per mantenere la giovane moglie disabile. Chaplin era già bollato come “rosso”, e il recente matrimonio con Oona O’Neill – sposata diciottenne, quando lui aveva già passato i cinquanta – concomitante al processo farsa nel quale dovette riconoscere una paternità biologica inesistente, gli diedero un biglietto di sola andata per l’Europa.

I progetti degli attori erano di fragili specchi delle loro personalità

Kevin Spacey invece stava utilizzando Netflix, House of Cards e il suo prossimo film Gore come teatro della sua personalità. Non avendo mai dichiarato apertamente il suo orientamento sessuale, lasciando parlare i rotocalchi e il gossip, con la serie diede ampio modo di far comprendere quale fosse la sua idea di appetito fisico, quali fossero le dinamiche del potere del quale era a conoscenza e quale ascendente avesse sul pubblico, che durante il corso delle stagioni iniziò ad inneggiare a Kevin Spacey come un idolo di massa, tanta era la simpatia che il suo umorismo nero e saccente riusciva ad infondere. Si era portato dietro il personaggio di Frank Underwood, divenendo una cosa sola agli occhi della gente, dando quasi l’impressione di aver scatenato uno strano gradimento politico da parte del pubblico americano. Nel mentre, però, non mancarono le voci, e la pentola dove bolliva il #MeToo stava per esplodere. La comunità LGBT iniziò a tenerlo d’occhio, forse sostenuta da elementi interni all’industria cinematografica che non digerivano Kevin Spacey, e resta comunque un fatto l’ambiguità dietro al suo esilio, se fosse un semplice capro espiatorio, o se avesse dei nemici in attesa del momento propizio.

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A far esplodere il calderone mediatico fu Anthony Rapp, che per primo lo accusò di presunte molestie sessuali avvenute trent’anni prima, alle quali Kevin Spacey rispose con delle scuse sentite, ma il suo impegno con Gore – biopic sull’omonimo scrittore nel quale si mostravano scene di rapporti intimi tra l’uomo maturo e ragazzi giovani – fece sì che i burattinai del #MeToo trovarono l’eresia alla quale appellarsi durante il processo inquisitorio su Twitter. Come geni della recitazione e imprenditori di talento, che si videro sfilare la terra da sotto ai piedi nel giro di un secondo, fino ad oggi solo Chaplin riuscì a reagire artisticamente. L’inglese produsse i suoi capolavori europei in risposta a quanto avvenuto in America, con Un re a New York, dove interpreta un monarca inferocito per il modo in cui venne cacciato dalla madrepatria, e nel quale fa una difesa ideologica del Comunismo; Kevin Spacey pubblicò Let me be Frank, un cortometraggio nel quale attraverso il personaggio di Frank Underwood è riuscito a comunicare le sue opinioni sull’accaduto, prima di iniziare la sua battaglia legale tutt’ora in corso, che lo costringe lontano dai set.

Fino ad oggi, sebbene sia Kevin Spacey che Charlie Chaplin abbiano condotto una vita quasi parallela in epoche differenti, la storia e gli americani hanno voluto rendere giustizia solo al secondo, con un richiamo in patria più di vent’anni dopo l’esilio, consegnandogli l’unico Oscar retroattivo della storia degli Academy e quello alla carriera, sancendo la fine di una guerra fredda tra il paese e il regista. Per Kevin Spacey, le possibilità di un ritorno al lavoro sembrano ancora difficili da prevedere, nonostante numerosi registi e colleghi si siano espressi in suo favore e siti come SupportKevinSpacey abbiano dato ai fan la possibilità di dimostrargli un’inaspettata solidarietà. In entrambi i casi, i due cineasti rappresentano i casi più eclatanti di caccia alle streghe a discapito dell’arte delle loro rispettive epoche, durante le quali ciò che si è ha determinato il nefasto destino di ciò che si fa. A noi che possiamo solo sentire la mancanza di Kevin Spacey, sperando che non ci vogliano decenni per riaverlo indietro, rimangono alcune delle sue parole più profetiche come sarcastica consolazione.

Talvolta, siamo tutti vittime della nostra stessa tracotanza

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La storia del cinema porno, dalla preistoria del genere all’era di internet

La pornografia non è una “scoperta” recente, tuttavia ultimamente vi è stata senza alcun dubbio una crescita esponenziale dell’industria a luci rosse. Non solo vengono prodotti sempre maggiori film, ma il cinema porno sta influenzando molto anche il mondo audiovisivo normale. Proprio per questo è utile dare un’occhiata alla storia di questo particolare genere. La storia del cinema porno si può dividere in quattro fasi:

  1. Preistoria del cinema porno (dagli anni novanta dell’ottocento fino alla fine degli anni sessanta)
  2. L’età d’oro del cinema porno (dalla fine degli anni sessanta  all’inizio degli anni settanta fino a metà anni ottanta)
  3. L’ascesa del cinema porno home video (dall’inizio degli anni ottanta fino alla fine degli anni novanta)
  4. L’ascesa del cinema porno su internet (dall’inizio del duemila sino ad oggi)

Dando un occhiata veloce a questo schema generale, si può notare come dalla nascita del porno moderno lo sviluppo di nuove tecnologie abbia cambiato radicalmente questo genere. Come si vedrà, questo percorso, per molti versi, più che essere di evoluzione è stato di involuzione. Se da una parte oggi si distribuisce una grande quantità di film porno, la qualità complessiva dei prodotti è mediamente bassa, e non si tratta di un ossimoro.

Preistoria del cinema porno

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Solo dopo un anno dall’invenzione del cinema, uscì il primo film erotico. Si tratta di Le coucher de la mariéen (1896) il quale tuttavia presenta solo una scena di spogliarello. Con il tempo però i film erotici si fecero sempre più spinti. Tuttavia la distribuzione di questi prodotti non fu così facile, visto che la pornografia era illegale. A partire dall’inizio degli anni novanta di quel secolo, vennero prodotti film di basso livello qualitativo e di poca durata chiamati Stag film. Questi corti generalmente erano composti quasi esclusivamente di scene esplicite, senza alcun valido sviluppo narrativo, e venivano proiettati nelle smoke houses o nei bordelli. Tuttavia il porno moderno non nacque grazie allo stag, ma ebbe altri “padri”. Negli anni sessanta emerse il genere cinematografico Sexploitation. Questo particolare sottogenere dell’exploitation si concentrava molto sulla sessualità e sulla violenza, tipico del genere principale che metteva da parte la ricerca di valori artistici per portare in scena elementi più forti, contrapposti alla censura.

Nei film di Sexploitation, vengono mostrati spesso nudi integrali e scene di sesso simulato. Un’altra forma cinematografica erotica importante di questo periodo furono i  beaver film, che erano molto più brevi dei sexploitation. Con il tempo i beaver aumentarono di durata e vennero chiamati simulation film. In genere, questi film erano fatti in 16mm e contenevano scene di sesso simulato. Tuttavia dopo poco il sesso divenne reale in questi film, rendendo questi i primi porno della storia. La forma definitiva del cinema porno, venne però raggiunta quando i produttori di sexploitation iniziarono a investire in film con scene di sesso non simulato. Nacquero da quel momento i feature-lenght hard core.

L’età d’oro del cinema porno

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Il cinema porno moderno nacque non a caso in questo periodo. Nel ’68 era di fatti cominciata una rivoluzione culturale (e anche sessuale) che ha stravolto in maniera radicale il modo di approcciarsi all’erotismo. Di fatti nel 1969 la pornografia venne legalizzata in Danimarca. Con il passare degli anni, vari paesi seguirono l’esempio danese e liberalizzarono il porno, ma il paese nel quale l’industria pornografica ebbe maggiore importanza fu senza alcun dubbio l’America. Negli USA le varie produzioni cinematografiche che producevano cinema porno iniziarono realizzare lungometraggi con budget piuttosto alti e discrete velleità artistiche. L’idea era quella di creare film che funzionassero a livello narrativo, ma che potessero avere dei momenti sessuali in modo da poterli contraddistinguere. In genere le scene sessuali seguivano uno schema piuttosto standardizzato, ed erano spesso organiche allo sviluppo narrativo. Gli atti sessuali (Sexual numbers) presenti in questi lungometraggi consistevano principalmente in:

  • Masturbazione
  • Sesso eterosessuale
  • Lesbismo
  • Sesso orale
  • Sesso a tre
  • Orge
  • Sesso anale
  • vari atti di natura Sado-Masochistica

Questi si susseguivano secondo uno schema preciso che prevedeva:

  • Eccitazione
  • Preliminari
  • Penetrazione
  • Orgasmo

In genere la scena erotica si concludeva con l’uomo che eiacula sul corpo o sul viso della donna. Questo momento viene chiamato money shot. Questo elemento è essenziale nei lungometraggi pornografici dell’epoca d’oro del cinema porno. In questo periodo, si creò un vero e proprio star system alternativo di attori porno. Anche se non si tratta di un feature-lenght hard core il film Mona (1970) può essere considerato il primo porno che sia stato prodotto negli Stati Uniti. Tuttavia il lungometraggio a luci rosse più celebre della storia venne prodotto un po’ di anni dopo, nel 1972. In questa data Deep Throat debuttò ottenendo un successo strepitoso. Altri interessanti film sono stati prodotti in questo periodo come The Opening of Misty Beethoven (1976), Resurrection of Eve (1973) e Taboo (1980). Nonostante il periodo aureo, l’arrivo della tecnologia home video stravolse moltissimo il mondo del porno.

L’ascesa del cinema porno home video

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Non esiste alcun genere che abbia maggiormente risentito dei cambiamenti tecnologici come il porno. L’arrivo della tecnologia home video ha cambiato in maniera radicale la fisionomia di questi film. I produttori si resero conto che girare i film direttamente per l’home video senza preoccuparsi di far passare le opere per i cinema erotici, era una soluzione più economica. Prima di tutti i produttori erano gli stessi distributori di videocassette. Per di più, vedere un film su VHS avrebbe permesso di usufruire dei prodotti in maniera solitaria permettendo maggiormente l’atto masturbatorio.

Con la tecnologia home video, il costo delle produzioni di un film si abbassarono verticalmente, tuttavia pure la qualità ne risentì molto. Aumentando la quantità di lungometraggi aumentano anche le varietà dei generi. Vengono così prodotti film di vario tipo, in modo da accontentare una clientela sempre più vasta. Proprio questo profondo cambiamento, segna simbolicamente la fine di un’utopia. Ironicamente, qualcosa che era nato per liberare la collettività da un approccio negativo della sessualità, ha creato un risultato inverso. Il cinema porno da questo momento diventerà qualcosa legato più al singolo che alla collettività. La visione di un film porno può essere quindi compiuta di nascosto, lontana da occhi indiscreti.

L’ascesa del cinema porno su internet

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L’altra grande trasformazione nel cinema porno iniziò nei primi anni 2000 e si sviluppò in maniera esponenziale negli anni successivi. Internet, da questi anni, diventa un mezzo alla disposizione di più o meno tutti e il mondo del porno non si lascia sfuggire questa occasione. Il cambiamento però non abbassa  il prezzo delle produzioni di film hard, che rimane sempre più o meno lo stesso. Nonostante questo, i costi di distribuzione sono diventati pressoché nulli, facilitando di molto la circuizione di queste opere. Proprio per questa ragione se prima di internet i produttori  pornografici erano pochi, ora sono un’immensità.

Il mondo del porno in internet risulta essere molto variegato ed eterogeneo. Si può trovare il film ad alto budget (hanno un grande successo per esempio le parodie di blockuster) come gli amatoriali più semplici. Se alcuni film porno su internet si concentrano ancora (poco) sull’aspetto narrativo, altri come i gozo puntano principalmente sull’aspetto performativo “dell’attore”. Proprio quest’ultimo sviluppo, mostra come il porno sia cambiato molto negli ultimi anni, si è passati da film dove il centro era la storia a questi dove il centro è l’atto. Tra le attrici più celebri di questo momento storico vi  sono StoyaSasha GreyRiley Reid.

Fonti:

F. Zecca, Porn in transition in Il porno espanso: dal cinema ai nuovi media, a cura di E. Biasin, G. Maiana e F. Zecca, Milano, Mimesis, 2011

A. Bertolotti, Guida al cinema erotico e porno, Bologna, Odoya, 2017

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Spider-Man: Far From Home – la tragicità di Peter Parker dopo Endgame

Il secondo trailer di Spider-Man: Far From Home è arrivato, carico delle devastanti conseguenze di Endgame. Nel finale del film per distruggere Thanos ed il suo esercito Tony Stark ha sacrificato la sua vita utilizzando le gemme e lasciando il MCU orfano di Iron Man. Questo sacrificio, come già visto in Endgame e come vediamo nei trailer, ha colpito duramente Peter Parker, fino a portarlo a dubitare del suo ruolo come supereroe.

Questa nuova saga di Spider-Man si differenzia dalle precedenti infatti in quanto è stata sostituita la figura di Ben Parker con quella di Tony Stark. Sia i film di Sam Raimi che quelli di Marc Webb infatti portano come principale elemento traumatico la morte dello zio di Peter. Nelle varie apparizioni nel MCU di Spider-Man invece si sono visti solo vaghi riferimenti allo zio. Questo, probabilmente, è stato programmato per distanziarsi dalle saghe con Tobey Maguire e Andrew Garfield. Nei film con Tom Holland troviamo una figura ispiratrice e paterna in Stark, ispirazione, maestro e poi vendicatore di Peter.

Spider-Man: Far From Home – l’evoluzione del rapporto tra Tony e Peter

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Fin da Captain America: Civil War abbiamo potuto notare il rapporto maestro-insegnante tra Tony e Peter. Stark, donandogli un costume iper-tecnologico, dimostra una chiara fiducia in Spider-Man ed il giovane eroe ne rimane estasiato. In Spider-Man: Homecoming, invece, Peter si mostra avventato e Iron Man, timoroso di mettere a rischio la vita del ragazzo, gli toglie il costume. Risulta essenziale infatti, per comprendere appieno la relazione tra i due ed il tema di Spider-Man: Far From Home, il tema di Homecoming. Secondo Tony, Peter non deve essere un nuovo Iron Man: al contrario, deve diventare il miglior Spider-Man possibile. Stark non vede in Iron Man il destino di Peter, lezione che l’Uomo Ragno apprende alla fine di questo film.

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Tutto cambia però con gli eventi di Avengers: Infinity War. Qui Tony si trova a legittimare, seppur in modo parzialmente involontario, l’eroismo che porterà alla morte del giovane Parker. Nonostante il dono dell’Iron Spider infatti, l’ineluttabilità di Thanos si conferma nello schiocco conclusivo del film. Le parole finali di Peter tormenteranno Iron Man per anni, fino a portarlo a sacrificare la propria vita ed un futuro felice pur di salvare il suo pupillo in Avengers: Endgame. L’ormai palese mentore di Spider-Man, dopo averlo salvato, riesce solamente ad abbracciarlo prima della sua dipartita a difesa dell’intero universo. Questo circolo vizioso di sacrificio, siglato da “Io sono Iron Man“, riscuote un grande peso sulla psiche di Peter.

Spider-Man: Far From Home – Peter Parker, Spider-Man o il nuovo Iron Man?

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I due trailer di Spider-Man: Far From Home, grazie al contesto dato da Endgame, sottolineano chiaramente la domanda che si pone il protagonista. Chi deve essere? Spider-Man, il nuovo Iron Man o, magari, semplicemente Peter Parker? Il drammatico sacrificio di Tony, unito alla gita scolastica in Europa a cui parteciperà, sembra arrivare giusto in tempo per allontanarsi dal suo alter-ego. Non voler portare il costume in gita, unito al rifiuto di rispondere alla chiamata di Nick Fury sottolineano questo sentimento. Essere un eroe comporta sacrifici di amici, maestri e di relazioni.

Peter, in fondo, è ancora un ragazzo. Gli eventi traumatici che ha subito in questi anni sono tanti, ancor di più considerando l’elusiva morte di zio Ben nel MCU. Una gita, lontano dalle grandi responsabilità e vicino alla ragazza che ama, è per lui uno spiraglio di fuga. Speranza che però Happy, Fury e specialmente Quentin Beck/Mysterio andranno a sfatare. Perchè in fondo, nonostante non se lo sia ancora sentito dire, Peter sa che da un grande potere derivano grandi responsabilità. E l’avvento di questi elementali villain del vecchio continente (e di un probabile burattinaio alle loro spalle) non farà che evidenziare chi lui è in realtà. Non un semplice studente, non il nuovo Iron Man ma un definitivo, maturo Spider-Man. Un eroe consapevole che, suo malgrado, la vita dell’eroe sarà sempre circondata da tragedie. Starà a lui e al suo ottimismo riuscire a superarle una dopo l’altra. Spider-Man: Far From Home, diretto da Jon Watts ed interpretato da Tom Holland, Jake Gyllenhaal, Zendaya e Samuel L. Jackson, uscirà nelle sale italiane il 10 Luglio 2019.

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Serie TV spagnole: tematiche di accettazione e uguaglianza in politica e televisione

Spesso e volentieri ci piace guardare le serie tv (e i film) per distrarci e rilassarci, ma sappiamo bene che i prodotti che la televisione, il cinema o le varie piattaforme di streaming ci offrono sono la rappresentazione della realtà che viviamo, a volte in senso romantico e tenero e altre in senso più crudo e meschino. Dopotutto, ci piace poterci sentire in linea con i personaggi, vedere i nostri sogni, le nostre paure e le nostre sofferenze dipinte nelle loro azioni, un po’ per sentirci meno soli e un po’ per capire meglio noi stessi. Ed è proprio per questo che gli show televisivi, più spesso di quello che ci appare, riecheggiano degli echi della società dalla quale provengono e del pubblico linguistico al quale si rivolgono – caratteristica principale delle serie tv spagnole. Siamo perlopiù abituati ad aver a che fare con le serie tv statunitensi che ci aiutano a capire il funzionamento politico-sociale americano, le sue ingiustizie e i suoi contro-sensi (vedasi Shameless e Grey’s Anatomy che non hanno mai perso occasione di metterci di fronte alle difficoltà delle minoranze e delle classi sociali più basse), oppure quei teen-drama young/adult (Tredici o Atypical) che ci spostano nella tematica più ampia delle problematiche adolescenziali e di crescita personale.

Leggermente diversa è la questione inglese e anche qui la produzione televisiva ce ne offre ben donde. Se magari gli inglesi preferiscono mostrarci show in costume (Downton Abbey, The Crown, Victoria), dal canto loro non si fanno frenare dal mostrarci ogni tipo di minoranza, di genere, etnia o religione. Se gli americani lo fanno andandoci magari con i piedi di piombo e mostrando le minoranze a volte anche a scopo educativo, per mostrarci le ingiustizie a cui sono soggetto, gli inglesi lo fanno senza particolare cognizione di causa. Loro inseriranno personaggi gay, transgender, a-gender, neri, asiatici, indiani perché ci sono anche loro, perché esistono nella nostra realtà anche, e lo faranno senza porci alcun peso, senza volerci mostrare che c’è qualcosa di diverso. E lo fanno anche nelle serie ambientate in secoli ben distanti da noi. Dopotutto, il Regno Unito è il melting pot per eccellenza, la patria delle differenze e dell’accettazione di tali differenze (e confidiamo che continuerà ad esserlo nonostante la Brexit e l’ascesa delle destre meno tolleranti).

Le serie tv spagnole si distinguono totalmente dalle altre europee per tipo di approccio ai problemi che affrontano

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La questione italiana è assai diversa, poi, lo vediamo da quelle serie o fiction che ci offre la Rai. O si parla di mafia e malavita, come in Gomorra e Suburra, o di polizieschi/gialli in cui si indagano casi criminali, come Montalbano e Don Matteo o addirittura Provaci ancora Prof.! A meno che invece non si preferisca la comicità semplice e banale dei cinepanettoni di De Sica o le commedie casalinghe alla I Cesaroni, il tutto basato su grossolani stereotipi di cui l’Italia sembra andare piuttosto orgogliosa. Dopotutto, anche questo è un riflesso di quella situazione socio-politica che troppo spesso si prende poco sul serio e non è in grado di esplorare e capire le questioni un po’ più complesse, preferendo buttare tutto sull’ironia e la battuta.

E arriviamo alla Spagna e alle serie tv spagnole che, forse, hanno uno stile del tutto diverso dalle altre tre; grazie a Netflix, anche il paese delle tapas ha avuto la possibilità di mostrare a un pubblico più vasto le proprie capacità in ambito televisivo, e naturalmente non ha mancato di insistere e mostrare anch’essa il trattamento riservato alle minoranze, a modo suo. E, in un paese dove vige il socialismo, guidato dal Partito Socialista Operaio Spagnolo rappresentato da Pedro Sánchez (che ha ottenuto nuovamente la maggioranza dopo le elezioni generali convocate a causa di una crisi di governo), non si può fare a meno di pensare che alcune tematiche affrontate nelle serie tv spagnole non siano un riflesso anche di questa situazione politica così incentrata sull’uguaglianza di tutti i suoi cittadini e sull’accettazione delle diversità. Analizziamo queste tematiche attraverso le tre serie tv spagnole per eccellenza, La casa di carta, Élite e Le ragazze del centralino.   

Élite: poveri VS ricchi

Serie TV spagnole, CinemaTown.it

Non si può negare che Élite, serie creata da Carlos Montero e Darío Madrona e disponibile fino alla seconda stagione su Netflix, sembri una delle serie tv spagnole fatte apposta per mostrare le differenze tra i ricchi e i poveri e quanto queste differenze possano portare a comportamenti sbagliati e al bullismo. La serie porta questo titolo perché gira attorno alle vite di alcuni adolescenti provenienti dalle famiglie più ricche di Spagna, tra imprenditori, personaggi politici e nobili, che frequentano una scuola privata dove un giorno, grazie a delle borse di studio, arrivano tre ragazzi provenienti invece da famiglia povere, o quantomeno, meno privilegiate e agiate.

La storia si scrive da sé praticamente: i tre ragazzi faranno piuttosto fatica a integrarsi in un ambiente ostile nei loro confronti, visti come i reietti della società, quelli che non meritano rispetto a causa del loro conto in banca e del fatto che non possono permettersi i vestiti di marca. Questa serie ci marcia abbastanza, forse persino troppo in alcuni casi. Ma in un paese che ha fatto delle idee socialiste il suo punto forte è una tematica che non poteva mancare.

Élite: discriminazione religiosa

Serie TV spagnole, CinemaTown.it

Siamo tutti rimasti piuttosto male nel vedere il trattamento riservato a Nadia, la ragazza musulmana che frequenta la scuola per ricchi anche lei grazie a una borsa di studio, riguardo al divieto di indossare il velo – richiesto dalla sua cultura e religione – all’interno delle mura della scuola, sia dagli insegnanti che dalla dirigente. Una richiesta che in un qualsiasi paese civile, che rispetta le tradizione e le credenze altrui, non dovrebbe essere nemmeno pensata. Si tratta di un velo dopotutto e non di un burqa.

Se poi pensiamo all’alta percentuale di persone musulmane presenti in Spagna, considerando anche le conquiste arabe nei secoli più antichi, ci fa strano pensarlo. O è una cosa valida solo per la scuola delle élite perché lì hanno delle regole assurde? Certo è che Nadia ha dovuto rinunciare a una parte della sua cultura a lei importante per poter restare in quella scuola a cui comunque tiene perché le offre un alto livello di preparazione.

Élite: la verità sull’HIV

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Il sesso e le sue conseguenze stanno diventando sempre meno un tabù, così come anche la tematica delle malattie sessualmente trasmissibili, tra cui anche l’HIV, e le serie tv spagnole si stanno occupando in prima linea del problema. Purtroppo c’è ancora molta gente disinformata sulla questione e, anche quando qualcuno cerca di parlarne nel modo più onesto e corretto possibile, si rischia di incappare in grossolani errori. Lo stereotipo che l’HIV/AIDS sia la malattia dei “froci a cui piace scopare in giro” sta venendo abbattuto sempre di più, ma c’è chi ancora non ne è convinto. Questo forse è uno dei punti forte di questa serie (aldilà del dramma finale):

Marina, ragazza bianca, etero, di buona famiglia, ricca, agiata e privilegiata, viene infettata dal virus dell’HIV da uno dei suoi amanti del passato perché… Be’, perché non è stata attenta, perché un desiderio di insoddisfazione e di ribellione l’ha portata ad avere comportamenti auto-distruttivi. Questo però ci segnala che chiunque può prendersi l’HIV e nessuno è da giudicare in base a ciò.

Non solo: anche se solo in parte, la serie ci spiega bene che cosa comporta l’HIV, che se la persona sieropositiva è in cura ha una carica virale molto bassa e non rischia di infettare l’altro, che può avere una vita sessuale normale e godere comunque di un’aspettativa di vita alta (con le cure disponibili oggi, naturalmente) e, soprattutto, che in caso di gravidanza il nascituro non rischia di prendere l’HIV dalla madre.

L’altra questione collegata a questa è quella dell’outing. Vale la stessa regola per l’omosessualità o la transessualità: fare outing a una persona è sempre sbagliato. Nadia e Samuel forse sono solo dei ragazzini e non conoscono tutte le implicazioni di ciò quando rivelano per sbaglio la sieropositività di Marina, ma il rispetto dell’altra persona implica anche il non rivelare certe questioni, nemmeno alle persone di cui ci si fida. Ciò vuol dire che altri paesi e altre serie non sono in grado di parlarne con altrettanta chiarezza e correttezza? Non necessariamente, ma per ora Élite è la serie che usa la giusta sensibilità per parlarne, senza incappare in stereotipi.

La casa di carta: ridistribuzione della ricchezza

Serie TV spagnole, CinemaTown.it

La casa di carta è forse tra le serie tv spagnole quella più conosciuta, e che ha fatto parlare parecchio di sé, che sia piaciuta o no. Ciò che ha sicuramente colpito è stata la tematica trattata e la modalità. La storia è quella di un gruppo di persone con precedenti penali che, guidati da un genio del crimine che ha ideato un piano perfetto per irrompere nella Fábrica Nacional de Moneda y Timbre (ovvero la zecca nazionale spagnola di Madrid), riescono a stampare 2 miliardi e 400 milioni di euro e scappare con il malloppo. Il punto è che di per sé loro non sono dei ladri, non entrano in una banca per rubare, banalmente, dei soldi. La zecca spagnola è dove il denaro viene stampato ed è quello che fanno, stampano del denaro per portarlo via, senza togliere nulla a nessuno.

E non è una cosa banale, sia tra le serie tv spagnole che quelle estere. Aldilà della fantasia della storia e della questione morale/etica, lo show accende alcune discussioni riguardanti le classi sociale e la re-distribuzione della ricchezza, uno dei principali punti di quel socialismo di marxiana memoria. Si ritorna a parlare di poveri versus ricchi. Dopotutto, quante volte abbiamo pensato “ma i soldi sono solo carta stampata, perché non stamparne di più per eliminare la povertà?” Fosse così semplice! Magari è il caso di pensare a una moneta unica mondiale? Per non parlare della canzone che ricorre più volte nel corso degli episodi, Bella Ciao, che noi italiani conosciamo bene, conosciuta come la canzone dei partigiani e ora diventata un po’ l’inno di tutte le rivoluzioni politico-sociali che cantiamo alle manifestazioni contro “le destre oppressori”.

Le ragazze del centralino: femminismo e women-empowerment

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Le ragazze del centralino forse è un po’ fuori dal coro essendo la serie femminista fatta per essere tale. Ambientata negli anni Venti, parla di un gruppo di giovani donne che lavorano alla compagnia telefonica di Madrid e nel corso dei vari episodi si trovano a dover affrontare difficoltà personali, problemi sentimentali, mariti violenti e abusivi, situazioni a loro del tutto nuove e sconosciute, come un rapporto saffico/transgender anche. Un chiaro esempio di women empowerment anche, in cui le donne cercano di farsi strada in un mondo dominato dagli uomini, in un’epoca machista dove è difficile, quasi impossibile, essere sé stessi perché il passato era l’epoca dove venivi soffocato molto di più da certi standard della società. Dopotutto, è ancora difficile dare spazio alle donne, specialmente in posizione di potere o in politica.

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Stephen King: tutti gli adattamenti per il cinema e la tv in arrivo e in sviluppo

È un buon momento per essere fan di Stephen King dato che un gran numero di opere del maestro dell’horror hanno ripreso vita grazie a una serie di adattamenti di successo. Mentre film come It: Capitolo 2 e Doctor Sleep e un paio di serie collegate ad altre opere di King si preparano per le uscite del 2019, sembra che nuovi adattamenti del maestro siano annunciati ogni settimana. Nelle utime due settimane infatti, due offerte hanno ottenuto il via libera, con il regista indipendente Alex Ross Perry che ha interpretato una versione cinematografica di Rest Stop, pochi giorni dopo che Julianne Moore ha annunciato di essere protagonista di una serie Apple ispirata a La storia di Lisey. Dopo questo, sono state annunciate anche una manciata di cortometraggi che coprono ogni centimetro del decennio di King. Ecco tutto ciò che è nelle opere della prodigiosa carriera di King, dai progetti completati a quelli in produzione.

It: Capitolo 2

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Il tanto atteso seguito di Andy Muschietti per il suo successo al botteghino del 2017 It, arriverà il 6 settembre 2019. La seconda parte dell’ultimo adattamento dell’amato romanzo del 1986 di King porterà i membri del cast originale, tra cui il favorito di Stranger Things Finn Wolfhard. I membri adulti del Losers’ Club saranno interpretati da Jessica Chastain (Beverly), James McAvoy (Bill), Bill Hader (Richie), Jay Ryan (Ben), Isaiah Mustafa (Mike), James Ransone (Eddie) e Andy Bean (Stan). Altri nuovi membri del cast includono Xavier Dolan, Jake Weary e Jess Weixler.

Doctor Sleep

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Il sequel di Shining parte dall’omonimo romanzo del 2013 di King e vedrà Ewan McGregor interpretare un adulto Danny Torrance, lasciato a cogliere il significato del suo speciale “splendore”. Nel nuovo film, Danny è un alcolizzato il cui tentativo di tornare sobrio risveglia i suoi poteri. Torrance incontra una ragazza che condivide l’abilità soprannaturale mentre lavora in un centro ospedaliero. Un primo filmato è stato mostrato al CinemaCon e anche se breve, ha fatto intendere che offrirà molti accenni al primo film, in quanto ha promesso di offrire una conclusione alla saga di Torrance. Oltre a McGregor, in Doctor Sleep vedremo Rebecca Ferguson, Carl Lumbly e Alex Essoe.

Film annunciati e in fase di sviluppo sulle opere di Stephen King

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Nell’erba alta – Scritto e diretto da Vincenzo Natali, questo film segue la storia di un fratello e una sorella che, dopo aver sentito quello che sembra un ragazzino che grida aiuto da un vasto campo di erba del Kansas, vanno a cercarlo, solo per rendersi conto che potrebbero non essere in grado di uscirne fuori. Il film vede la partecipazione di Patrick Wilson, Laysla De Oliveira, Harrison Gilbertson, Avery Whitted, Rachel Wilson e Will Buie Jr. Non ha ancora una data di uscita, ma sembra che Netflix stia fissando una data per il 2019.

Rest Stop – Il regista Alex Ross Perry sta per scrivere e dirigere un adattamento di Rest Stop, romanzo di King del 2003. Pubblicato inizialmente su Esquire, il romanzo ha vinto il National Magazine Award per la Fiction nel 2004. Secondo Variety, il film sarà un thriller che segue il viaggio contorto di due donne dopo un incontro in un’area di sosta.

L’incendiaria – Nel 2017, la sceneggiatrice Akiva Goldsman e il produttore Jason Blum avevano annunciato che avrebbero collaborato per un nuovo adattamento de L’incendiaria, romanzo di King del 1980 incentrato su una ragazza dotata di capacità paranormale psicocinetica e ricercata dal governo. Goldsman ha sottolineato che si sarebbero concentrati sul romanzo originale, piuttosto che sul primo adattamento del 1984, interpretato da una giovane Drew Barrymore.

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Stationary Bike – Nell’ottobre dello scorso anno, King ha venduto i diritti della sua opera del 2003 Stationary Bike agli studenti della Blaenau Gwent Film Academy del Galles. Il film seguirà un artista a cui viene detto che ha un pericoloso colesterolo alto. Quando inizia a pedalare per perdere chili, diventa ossessionato dal peso e inizia ad avere allucinazioni spaventose.

Miglio 81 – Lo scorso febbraio, Deadline ha annunciato che il regista Alistair Legrand era stato scelto per dirigere una versione del romanzo Miglio 81 del 2011, con il suo collaboratore Luke Harvis. Il film seguirà il dodicenne Pete, suo fratello e un gruppo di estranei che devono combattere per sopravvivere mentre vengono cacciati da una misteriosa forza. Si dice che la produzione sia programmata per l’inizio dell’autunno.

Le creature del buio –  Nell’aprile dello scorso anno, la Universal aveva fatto un accordo per il lancio di un nuovo lungometraggio sull’omonimo romanzo horror fantascientifico del 1987, precedentemente realizzato in una miniserie di successo del 1993 per la ABC. La storia segue gli abitanti di una città del Maine che subiscono l’influenza di uno strano oggetto scoperto nei boschi. Risulta essere parte di un veicolo spaziale alieno, che emette un gas che infetta coloro che sono esposti ad esso, portando infine al caos che solo un uomo può essere in grado di fermare.

Serie Tv annunciate e in sviluppo sulle opere di Stephen King

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Castle Rock – I libri e le storie di King hanno ispirato numerose serie TV nel corso degli anni, ma forse nulla è stato tanto ambizioso e di vasta portata come Castle Rock, la serie di Hulu che raccoglie alcuni dei personaggi e delle storie più amate e famose dello scrittore e li lancia tutti insieme nell’ambiente creato da King di Castle Rock, nel Maine. Diretto da Sam Shaw e Dustin Thomason e interpretato da André Holland, Melanie Lynskey, Bill Skarsgård, Jane Levy e Sissy Spacek, la serie ha concluso la sua prima stagione a settembre dello scorso anno e si sta già preparando per una seconda stagione.

Mr. Mercedes – Questa serie racconta il dramma del crimine di Mr. Mercedes, che offre qualcosa di un pò più di nicchia per i fan di King. Basato sulla trilogia di Bill Hodges, il violento dramma è accompagnato da alcuni concittadini televisivi ed è stato sviluppato da David E. Kelley. Ora si prepara per la sua terza stagione, ha come protagonisti Brendan Gleeson e Harry Treadaway. La storia segue Gleeson come detective dedito al tentativo di liberare l’omonimo Mr. Mercedes (Treadaway), un serial killer amante della fama.

La storia di Lisey – Annunciato all’inizio di questo mese, Julianne Moore reciterà in una nuova serie basata sul romanzo del 2006 La storia di Lisey. Moore interpreterà il personaggio del titolo, una donna che deve gestire la perdita di suo marito. Dopo anni di dolore, inizia a vedere la sua vita e la sua morte in un modo completamente nuovo, dopo eventi inaspettati. Nessuna notizia di casting aggiuntiva è stata ancora rivelata.

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The Outsider – Alla fine dello scorso anno, HBO aveva annunciato una serie per il best-seller The Outsider di Stephen King del 2018, prodotto da Ben Mendelsohn, con il collega Jason Bateman. Secondo HBO, la serie seguirà un’indagine apparentemente semplice sull’omicidio raccapricciante di un ragazzo del luogo che conduce un poliziotto esperto e un investigatore non ortodosso a mettere in discussione tutto ciò che ritengono reale, mentre un’insidiosa forza soprannaturale si fa strada nel caso.

La torre nera – Questa serie prenderà la forma di un prequel lanciato da Amazon, con il veterano di The  Walking Dead Glen Mazzara come produttore esecutivo e showrunner. A marzo, Variety ha rivelato che Jasper Pääkkönen e Sam Strike erano stati entrambi ingaggiati nel pilot, con Strike nel ruolo di Roland Deschain e con Pääkkönen nel ruolo di Marten Broadcloak.

L’ombra dello scorpione – Non sarà il primo adattamento televisivo del romanzo di Stephen King, che ha portato a una miniserie ABC in quattro parti un quarto di secolo fa. La versione del 1994, una delle produzioni più ambiziose della storia della rete televisiva, recitava con Gary Sinise, Molly Ringwald, Rob Lowe, Laura San Giacomo, Miguel Ferrer e Ruby Dee. Non si ha ancora una data precisa per il nuovo adattamento, ma pare uscirà nel 2020.

Altri progetti futuri sulle opere di Stephen King

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Il talismano – Steven Spielberg ha da tempo desiderato di adattare il romanzo del 1984 che King ha scritto insieme a Peter Straub, e Universal ha persino ottenuto i diritti per lui nel 1982, molto prima della pubblicazione del libro. Mentre il regista ha tentato di rendere il libro una miniserie di sei ore per TNT anni fa, ora sembra prendere di mira un adattamento cinematografico, anche se potrebbe non dirigerlo da solo. L’anno scorso ha dichiarato a Entertainment Weekly:

Spero di produrre questo film nei prossimi due anni. Non mi sto solo impegnando nel progetto come regista, sto dicendo che è qualcosa che ho voluto vedere nei cinema negli ultimi 35 anni.

Cujo – Un remake della terrificante storia del cane rabbioso di Stephen King, come è stato scritto per la prima volta da King nel romanzo del 1981 con lo stesso nome, è stato ripetuto per anni. Anche se la versione cinematografica del 1984 ottenne recensioni contrastanti quando fu pubblicata, è diventata una sorta di classico di culto negli anni successivi. Nel luglio del 2015, Bloody Disgusting ha riferito che il classico racconto del Re sarebbe stato rifatto, il che suggerisce alcuni importanti cambiamenti alla narrativa originale.

Lang Elliott di Sunn Classic Pictures è stato scelto per dirigere il remake con DJ Perry, che è diventato il protagonista. Nonostante i chiacchiericci nel corso degli anni, il film non sembra essere ancora in produzione. I cortometraggi di King forniscono un terreno fertile per molti registi e, oltre alla notevole mole di lavori completati o quasi, sono previsti altri cortometraggi. Quelli includono nuovi film basati su Rest Stop (sì, un altro), Jac Kessler’s Popsy, The Doctor’s Case, Uncle Otto’s Truck, Torno a prenderti, One for the Road, In the Deathroom e I Am the Doorway.

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Come il Marvel Cinematic Universe ha influenzato la regia cinematografica

La Marvel e il Marvel Cinematic Universe hanno cambiato per sempre il mondo del cinema, non solo per i suoi personaggi e per le timeline decisamente complicate, ma anche per il suo metodo registico. In 13 anni i registi di casa Marvel hanno infatti rivoluzionato il modo di fare regia e di concepire il ruolo stesso del regista: non più un uomo dietro la macchina da presa, ma un membro stesso del cast, che riesce ad incanalare la personalità dell’attore nel personaggio che deve andare ad interpretare. Da Iron Man fino ad Avengers: Endgame la lista di come è avvenuta questa metamorfosi è lunga, ed inizia con Jon Favreau.

Jon Favreau e Tony Stark

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Nel 2008 il regista ed attore è stato chiamato a dirigere Iron Man, primo film del Marvel Cinematic Universe dedicato a uno dei personaggi-cardine dell’universo Marvel fino ad oggi. Dopo aver diretto Elf e Zathura, Favreau è riuscito a modellare un Tony Stark ad immagine e somiglianza di Robert Downey Jr., tanto che ancora oggi distinguere chi è l’uno e  chi è l’altro è difficile. In un momento in cui il cinema era pervaso di azione fine a se stessa, Favreau ha avuto l’intelligenza di dare una profondità al suo personaggio che è maturata col tempo, fino all’ultima pellicola Avengers: Endgame, in cui è tornato a vestire i panni di Happy. Sarcasmo, dialoghi pungenti, spesso improvvisati e costruiti proprio insieme a Robert Downey Jr. hanno permesso a Tony Stark di diventare uno dei personaggi più amati della Marvel, dentro e fuori il mondo dei fumetti. Jon Favreau non è stato solo regista, ma anche uno scrittore che è riuscito a tirare fuori una prerogativa dell’attore protagonista per poi esprimerla sul grande schermo.

Kenneth Branagh

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Su questa stessa scia si è poi posto Kenneth Branagh, regista di Thor nel 2011, che ha avuto il difficile compito di dover introdurre il primo villain degli Avengers. L’impronta teatrale del regista e sceneggiatore britannico è evidente nella pellicola, e soprattutto nella costruzione del rapporto fraterno tra Thor e Loki, che riuscirà a rendere proprio quest’ultimo uno dei cattivi più amati e rimpianti dell’universo degli Avengers.

Joss Whedon

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Una profondità di sentimenti che è stata poi esplicitata in pieno da Joss Whedon, regista di pellicole come BuffyQuella casa nel boscoJustice League in The Avengers ed Avengers: Age of Ultron. Queste due pellicole sono l’apoteosi del sentimentalismo dei supereroi, ed è proprio questo che piace così tanto al pubblico. La Marvel riesce a rendere umani anche i supereroi. Anche loro hanno a che fare con momenti di tristezza sconfinata, abbandono ed amore, e proprio qui si soni inseriti i fratelli Russo, registi degli ultimi due capitoli della Marvel: Infinity War ed Endgame.

L’Endgame dei Fratelli Russo

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Si tratta di due film complementari, con i quali si conclude ufficialmente l’era degli Avengers, che a questo punto hanno ben poco dei supereroi invincibili che avevamo conosciuto. Nei cinque anni che separano cinematograficamente le due pellicole, i Vendicatori sono maturati, nel bene e nel male. Dal senso di inadeguatezza di Captain America, fino a quello di Thor, che più che un semidio sembra una versione ringiovanita di Lebowski, fino alla disperazione di Vedova Nera ed alla metamorfosi Occhio di Falco ed alla voglia di ricominciare nonostante tutto di Iron Man.

Una regia dunque che segue passo passo l’attore e la sua interpretazione, fino alla conclusione, purtroppo, di tutto, senza dimenticare la componente umana, fondamentale per qualsiasi personaggio, poco importa se sia buono o cattivo. Questa è la forza della regia del MCU, e che sicuramente vedremo ancora nei prossimi film in programma, e non resta che ringraziare tutti i registi che hanno collaborato alla realizzazione di queste pellicole, magari con un “I love you 3000“.

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Approfondimenti

Il Re della Notte: come Game of Thrones 8 sta rischiando di rovinare un epico villain

Ovviamente, quanto segue è SPOILER per chi ancora non ha visto la puntata. Con la Battaglia di Grande Inverno (qui la nostra recensione de La Lunga Notte, episodio 8×03), Game of Thrones 8 perde ufficialmente, salvo improbabili e pirotecnici stravolgimenti, il suo villain più potente e spaventoso: il Re della Notte (o Night King). Vediamo come si è svolta la sua dipartita e perché per noi si tratta del peggior (mal)trattamento mai riservato ad un cattivo.

Otto stagioni di preparazione

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Il Re della Notte, lei cui origini sono state spiegate solo parzialmente, è uno dei leitmotiv della serie fin dai suoi albori, quando ancora di lui conoscevamo ben poco. Il primissimo episodio della prima stagione, infatti, si apre con una sequenza che ha per protagonisti proprio gli Estranei, ovvero gli ufficiali dell’esercito di non-morti guidato, come si scoprirà in seguito, dal Re della Notte. La paura di lui e di quello che può fare attanaglia i Guardiani della Notte e il Popolo del Nord, primi fra tutti gli Stark, il cui indimenticabile motto, lo ricordiamo, è “L’inverno sta arrivando”.

Successivamente, scopriamo che si tratta di un’entità creata dai Figli della Foresta per sconfiggere i Primi Uomini nell’antichità, poi sfuggita loro di mano. A ciò si aggiungono le moltissime profezie riguardanti la Lunga Notte senza fine, quella che avrebbe spazzato via l’umanità. Insomma, il fantasma del Night King e del suo esercito aleggia sul serial da ben prima della sua apparizione. Si trattava dunque di una rappresentazione dell’Apocalisse, della Fine di tutto. Invece abbiamo avuto ben altro.

Un utilizzo col contagocce del Re della Notte

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Mano a mano che le puntate procedevano, la sua presenza diventava sempre più tangibile e demoniaca, fino ad arrivare ad Aspra Dimora, in cui mostra tutta la sua potenza malvagia nell’epica scena finale in cui resuscita i Bruti caduti in battaglia, mandandoli ad ingrossare le fila del proprio esercito. Questa sua scarsa visibilità era perfettamente comprensibile ed adatta, perché era giusto mantenere un personaggio del genere avvolto in un alone di mistero fino alla sua inevitabile esplosione.

Proprio questo è il punto: la deflagrazione non avviene mai. Rimane quindi solo un grande, potentissimo villain che alla resa dei conti si scioglie come neve al sole, ucciso nell’unica battaglia che gli vediamo affrontare in prima persona da una ragazzina con un coltello. Il problema poi risiede proprio in questa ottava stagione, in cui dobbiamo aspettare ben due puntate e mezza per vederlo entrare in azione, per vederlo infine morire dopo neanche una decina di minuti di running time, complessivamente. Tutto questo tempo per prepararci a vederlo, per poi bruciarlo così. Ci si aspettava di vederlo diventare da un momento all’altro il vero protagonista della stagione, non che venisse relegato a semplice comparsa.

Si salva solo qualche sequenza

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Volendo spezzare comunque una lancia in suo favore, non mancano alcune sequenze esaltanti, come la battaglia sui draghi con Jon Snow e, soprattutto, l’imperdibile momento in cui sopravvive, senza battere ciglio e con un ghigno stampato in volto, a tutta la potenza del fuoco di drago. Anche la scioltezza con cui uccide Theon merita menzione, avendolo liquidato con estrema facilità, schiacciandolo quasi come un insetto. Insomma, alcuni elementi epici ci sono stati, ma viste le premesse risultano essere davvero troppo pochi, visto che il messaggio della serie è sempre stato che gli inutili giochi del trono stavano distraendo i protagonisti dal vero nemico: gli Estranei e il Re della Notte, appunto.

Il leader dell’esercito dei non-morti rappresentava niente meno che la Morte stessa e la sua ineluttabilità, come può esistere minaccia più grande? D’altronde “la morte vince sempre”, come ricorda Matthew McConaughey ne La Torre Nera, nei panni dell’Uomo In Nero. Qui invece viene sconfitta con relativa facilità, sempre rispetto alla minaccia che aveva rappresentato finora.

Dove sono le morti eccellenti?

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Ci avevano promesso una “carneficina” in questa Battaglia di Grande Inverno. Facendo i conti, alla fine di tutto, cosa è rimasto? Gli unici a morire sono stati Edd (personaggio approfondito pochissimo), Jorah Mormont (una delle morti più telefonate di sempre) e Lyanna Mormont. Invero, quest’ultima merita una menzione almeno per le modalità con cui è avvenuta, visto che ha rappresentato un altro momento molto godibile e un po’ disturbante della puntata. L’unico personaggio davvero importante a vedere la propria fine in battaglia è il redivivo Beric Dondarrion, che però non viene certo ucciso dal Re della Notte.

Perché il punto è proprio questo: l’unica uccisione avvenuta per mano dell’invincibile Comandante è…. Theon Greyjoy. Con tutto il rispetto per il personaggio, la sua parabola eroica non meritava forse cotanta redenzione, bastava molto meno. Oltretutto, potremmo dire che in realtà la sua morte fosse già avvenuta per mano di Ramsey Bolton, visto l’enorme cambiamento avvenuto a seguito della “conoscenza” col folle bastardo del Nord. Potremmo quasi dire, in realtà, il Re della Notte sia stato molto più magnanimo del giovane Bolton, essendosi limitato a donargli la rapida dipartita che il ragazzo di Pike aveva implorato più volte al suo precedente carnefice, senza esito.

Un grande colpo di scena

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Si potrebbe azzardare un paragone molto scomodo con la dipartita di Ned Stark, a questo punto. Dopotutto il Trono di Spade ci ha abituati a veder morire i protagonisti, o presunti tali. Peccato che il Re della Notte non fosse un protagonista, ma semplicemente un potentissimo antagonista che era stato mostrato pochissimo in precedenza. Non è negabile il fatto che il colpo di scena sia presente, ma non siamo certo su quei livelli che avevano reso unico Game of Thrones. Uccidere il villain che aspettavi da otto stagioni e che avevi praticamente “preservato” fino a quel momento appare più una mossa insensata che un plot twist. La giustificazione di molti, per cui “colui che Nessuno poteva uccidere è stato ucciso da Nessuno” è davvero una magra consolazione. Arya avrebbe potuto in ogni caso riuscire a sconfiggerlo, ci mancherebbe, ma non così presto. Non senza aver versato tutto il sangue e la violenza necessari a odiare davvero questo ineluttabile villain. Soprattutto, non senza un po’ di epica, quella vera.

Tutta colpa di Thanos

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A tutto ciò che abbiamo detto finora, c’è da dire che Game of Thrones, e il Re della Notte in particolare, era chiamato ad un confronto inevitabile con Avengers: Endgame. La Battaglia di Grande Inverno, infatti, si è svolta pochi giorni dopo l’epico scontro tra i Vendicatori e Thanos.  Forse la colpa è proprio del Titano Pazzo, che ci ha abituati “troppo bene”, essendo un cattivo davvero potente (lui preferirebbe che dicessimo “ineluttabile”). Da tempo non c’era così tanto timore nei confronti della vittoria di un cattivo; possiamo dire che il suo schiocco di dita in Infinity War abbia costituito una sorta di “trauma” negli spettatori, che in sala facevano un tifo quasi da stadio contro di lui, temendo potesse vincere nuovamente. Dopo aver visto il gigante interpretato da Josh Brolin spazzare via un esercito di invincibili supereroi, un cattivo che semplicemente perde senza fare troppi danni appare quindi veramente poca cosa. Non parliamo poi dei suoi inutilissimi ufficiali, che si fanno passare sotto il naso una ragazzina e non intervengono in nessun modo a salvare il loro comandante.

E adesso?

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Senza il nostro Re della Notte, comunque, la serie si avvia a quello che secondo noi rischia di essere uno dei finali più scontati che si potessero scegliere. Dobbiamo dirlo? Diciamolo: Jon e Daenerys allegramente e amorevolmente seduti sul Trono di Spade, mentre i cattivi sconfitti li guardano dalle loro celle (o dalle loro tombe, è questa ormai l’unica incognita). Il capo degli Estranei era, per chi ripudia questo tipo di happy ending e sperava in qualcosa di più, una sorta di garanzia, di speranza che tutto potesse finire diversamente e che i produttori ritrovassero il coraggio di un tempo. E niente, lo abbiamo perduto. Amen. Il Trono di Spade è morto, lunga vita ai Targaryen.

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