Il Pride Month al tempo del Black Lives Matter: qual è il contesto LGBT di oggi?

Questo mese del Pride ha visto annullare tutte le marce a causa del Coronavirus, ma viene anche accompagnato da tantissime questioni di discriminazione.
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Il Pride Month di quest’anno guarda di più alle persone Trans, a seguito del movimento #BlackTransgenderLivesMatter e le posizioni dei/delle TERF.


Abbiamo assistito a dei mesi molto caldi, soprattutto da quando la pandemia da COVID-19 ha colpito l’intero globo ed in seguito si sono scatenate tutte le questioni sociali più scabrose e problematiche a cui potevamo pensare, trovando anche un pubblico molto diviso sulle opinioni – quantomeno sui social. È un po’ come se il 2020 avesse aperto un vaso di Pandora e, ammettiamolo, alcuni di noi probabilmente non vedono l’ora che finisca, sperando in un anno nuovo migliore, anche come risposta a ciò che stiamo vivendo oggi. Preoccupazioni che sono al centro del Pride Month di quest’anno.

Razzismo e sessismo sono forse le due tematiche che ci stanno vedendo combattere e dibattere, a partire dalle proteste – sia pacifiche che violente – scatenatesi in America a seguito dell’omicidio di George Floyd sotto lo slogano #BlackLivesMatter, proteste che poi sono arrivate anche in Europa e che hanno provocato un altro forte dibattito, quello delle statue dedicate a personaggi storici controversi, che hanno sì contribuito in qualche maniera al progresso dell’umanità, ma dall’altra parte hanno anche causato sofferenza e dolore – vedasi Edward Colston nel Regno Unito e Cristoforo Colombo in America (insieme a tutte le altre statue che hanno contribuito o sostenuto il sistema dello schiavismo).

Venendo più vicino a casa, l’Italia sta anche fortemente dibattendo sulla statua di Indro Montanelli che ha comprato – letteralmente – una ragazzina nera di 12 anni per sposarla e abusarne. È stato definito senza “se” e senza “ma” un razzista stupratore. Insomma, i libri di storia un giorno ne avranno da parlare sul 2020, sempre se i programmi scolastici verranno aggiornati. Ma non è finita qui, perché al #BlackLivesMatter si affianca anche quello del movimento LGBTQ+. Siamo, dopotutto, nel Pride Month.

J.K. Rowling, TERF e il #BlackTransLivesMatter

black lives matter George Floyd cinematown.it

Come se non ci fosse bastato un’altra battaglia ci ha visto scannarci all’alba del Pride Month, ovvero quella della ormai vecchia relazione tra J.K. Rowling e la sua appartenenza alle idee TERF (Trans-exclusionary-radical-feminists) e anche qui il dibattito è molto diviso. Non entriamo troppo nei meriti della questione o di ciò che sta a significare il movimento TERF, quello che è certo è che la Rowling avrebbe potuto prevederla la tempesta di critiche che le sarebbe piovuta, visto anche che il tweet che ha scatenato – nuovamente – il tutto è stato postato dalla scrittrice i primi di Giugno, mese ormai conosciuto come Pride Month LGBTQ+ e considerando che tutti i gay pride sono stati annullati quest’anno a causa del divieto di fare assembramenti per non provocare un’altra ondata di Coronavirus, siamo tutti un po’ sulle spine e non tolleriamo con facilità questo tipo di provocazioni che portano solo ad ulteriore discriminazione.

Senza farla diventare una gara a chi ha più privilegi o a chi è più discriminato, si potrebbe dire che c’è una parte della popolazione LGBTQ+ che soffre di più – a volte diventa addirittura invisibile – è quella T, Transgender. Non sono solo i/le TERF contro qui le persone trans devono lottare – quell* che pensano che le donne transgender non siano donne e che non possono davvero partecipare alla causa femminista – ma anche la discriminazione nuda e cruda di chi pensa che essere T* sia un errore, per passare dalla parte più logistico/pratica, ovvero l’accesso alle terapie ormonali e al supporto psicologico, nonché la difficoltà nel trovare un lavoro che poi, purtroppo, le porta sulla strada e a fare quel lavoro vecchio come il mondo o a spacciare droga, andando quindi ad alimentare stereotipi che non fanno alcun tipo di bene. Ma come si inserisce il movimento #BlackTransLivesMatter in tutto questo contesto e con le manifestazioni anti-razzismo?

Permettendoci un po’ di cinismo, si può dire che le persone trans nere siano doppiamente discriminate: per il colore della pelle e per la condizione di essere trans. La questione nasce da un episodio in cui una donna transgender nera è stata gravemente percossa all’interno di un supermercato proprio nel periodo delle proteste, ma non è certo un caso isolato: ci sono stati diversi casi di cronaca in cui donne e uomini transgender sono stati brutalmente uccisi – o per cause legate ad attività illecite, o perché c’è sempre qualcuno che non può sopportare la loro esistenza (la vita media di una persona transgender è tristemente inferiore a quella di una persona cis). Purtroppo però questi eventi passano in sordina e non se ne sente parlare affatto. Non attirano. Quindi, se andiamo a chiedere a una persona transgender nera se si sente inclusa dal movimento BLM la risposta è no.

“Le persone trans nere sono stanche. Siamo stanch* di dover scegliere da che parte stare. Siamo stanch* di dover sempre cercare di capire tutti ma nessuno cerca di capire noi”.

Queste sono le parole di Hope, l’attivista che sta in prima linea al movimento #BlackTransLivesMatter, movimento che possiamo dire nascere trasversalmente o a fianco del BLM, ma che nulla ha a che fare con il movimento #AllLivesMatter che invece si oppone a quest’ultimo (sì, certo, tutte le vite sono importanti ma in questo momento parliamo di quelle delle persone nere che senza ombra di dubbio non se la stanno passando bene). Hope dichiara:

“Quello che abbiamo notato è che nel movimento non c’è la stessa empatia quando a essere le vittime sono persone nere transgender che vengono uccise. E siamo stanchi, stanchi di soddisfare le persone. Arriviamo a un momento in cui ce ne vogliamo semplicemente andare dalla lotta. Stiamo iniziando a vedere sempre più persone trans e queer nere che dicono “Non voglio marciare. Non voglio protestare, non voglio fare niente perché qualsiasi cosa faccia, le persone nere non vogliono marciare per le persone transgender nere”.

L’organizzatore del movimento per i diritti dei trans di Washington dice: “È triste le donne queer nere sono coloro che hanno fondato il movimento e il fatto che queste persone non si sentano incluse nel movimento è ironico”. Insomma, sostanzialmente diventa una guerra tra poveri in cui chi è discriminato discrimina chi è ancora più discriminato. Strano modo di girare questo mondo. Una piccola vittoria che però possiamo celebrare è che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha decretato che è incostituzionale discriminare le persone omosessuali e transgender in ambienti lavorativi. Insomma, forse non è tanto ma visto il clima che stiamo vivendo è un piccolo raggio di sole in un tunnel infinito.

Disclosure: il cinema e la tv cosa possono fare?

Mese del Pride, CinemaTown.it

Tornando al nostro ambito, quello del cinema, cosa si può fare in vista del Pride Month? Tantissimo, sicuramente per la visibilità. L’arte, dopotutto, è sempre – o quasi – dalla parte dei più deboli, degli emarginati, di chi subisce discriminazioni, di chi non ha voce. Abbiamo già parlato in un altro articolo dei problemi che vivono gli attori e le attrici transgender, del fatto che faticano a trovare ruoli giusti per loro o faticano a essere presi per ruoli cisgendere. Ecco quindi che a partire da oggi, Venerdì 19, Netflix rilascerà un documentario dal titolo Disclosure che parla di attori e attrici T*: ne abbiamo visti diversi, dopotutto, in produzioni abbastanza famose, come Jamie Clayton in Sense8, Laverne Cox in Orange Is The New Black o Leo Sheng in The L World: Generation Q. E non scordiamoci delle sorelle Wachowski, produttrici di capolavori come Matrix e Cloud Atlas.

“Non ho mai pensato di vivere in un mondo in cui le persone trans sarebbero state celebrate… sullo o fuori dallo schermo”, dice Daniela Vega all’inizio del trailer, attrice transgender del film cileno vincitore di un Oscar nel 2018, A Fantastic Woman, nonché prima donna transgender a presentare agli Academy. Tantissime sono le domande scomode che vengono poste – o quantomeno pensate – alle persone Transgender, tipo “come nascondi il tuo pene?” E il documentario vuole battersi contro questo, far capire che nonostante ora ci sia più visibilità e più possibilità per le persone T* di fare carriera ed essere ciò che sono senza subire ripercussioni, la strada è ancora lunga. Perché c’è anche l’altra faccia della medaglia.

“Più siamo in vista più diventiamo vulnerabili”. 

“Più la comunità diventa sicura di sé più ci mettiamo in pericolo”. 

“Se vado nel bagno delle donne commetto un crimine, se vado in quello degli uomini allora tutti sanno”. 

E la domanda più importante di tutte: “Penso che tutti in questa comunità abbiamo pensato a un certo punto della nostra vita se questo in qualche modo alienerà le persone che non sono ancora pronte?” 

“Perché i problemi dei trans sono diventati il centro e il fronte nelle guerre culturali?” 

Sicuramente ci sono tanti pregiudizi e stereotipi, mostrati anche sul grande e il piccolo schermo, che hanno alimentato queste discriminazioni, che hanno fatto credere che le persone transgender non fossero reali o che fosse qualcosa di distorto, una malattia da debellare, una psicosi. No, non è così, loro ci sono, loro sono qui e sono sempre stati qui ed è il filo conduttore di tutti i Pride Month. Qui potete vedere il trailer di Disclosure, diretto da Sam Feder.

Stay Pride

Mese del Pride, CinemaTown.it

Ma siamo arrivati a un buon punto? Sì e no. Alcune produzioni sono magari più avanti di altre in quanto a parità, tipo Netflix. Quest’ultima sempre più spesso inserisce coppie LGBTQ+ all’interno dei propri contenuti, anche in quelli che non sono strettamente a tematica LGBTQ+ (come Tredici o Atypical) perché, alla fin fine, incontrare una coppia gay è quotidiano e normale, proprio come incontrare una coppia etero. Insomma, è difficile parlare di una parità vera finché ci saranno ancora genitori scandalizzati alla notizia di Elsa di Frozen lesbica o al fatto che SpongeBob sia asessuale (cosa assolutamente coerente col fatto che sia una spugna marina); il tema dell’asessualità poi è un altro tema tabù per molti, c’è chi non ne ha mai sentito parlare e c’è chi pensa sia una malattia, una deformazione. Insomma, com’è possibile non sentire alcun tipo di attrazione sessuale? Per fortuna ce ne ha parlato la terza stagione di Sex Education.

Ma è possibile che debbano essere piattaforme di streaming o serie tv a parlarci di questo tipo di tematiche, di educazione sessuale e affettiva, della differenza tra orientamento sessuale, identità di genere e sesso? Sono tantissime le “etichette” che ricadono sotto l’ombrello LGBTQ+ e sono tantissime le sfumature e le differenze che ci contraddistinguono, alcune delle quali forse mai sentite: demisessuali, demiromantici, non-binary, intersessuali o le relazioni poli-iamorose (Elite ci si è addentrata a pié pari) ecc…  Insomma, in questo Pride Month, c’è ancora tanto di cui parlare, tanto da scardinare, tanto da imparare. E soprattutto far capire al pubblico che non si tratta di “moda” né di “fissazione delle nuove generazioni che vogliono trasgredire”. Intanto però, anche se non abbiamo il Pride, Netflix ci offre questa delizia:

E per chi è in cerca di una serie tv tenera e soffice, molto gay e molto “teen” correte subito a guardare Love, Victor, lo spin-off di Tuo, Simon, serie prodotta da Hulu, di Isaac Aptaker e Elizabeth Berger.

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