(non è il solito biopic)
di Stefano Grimaldi
Eravamo rimasti alla simbologia universale e divina di Moby Dick, a proposito di figure titaniche cinematografiche entrate nel mito.
E fra queste star non umane, sul podio, un posto speciale spetta al Re della tenebrosa Giungla dell’Isola del Teschio.
E’ quello che un ventennio più avanti dalla sua prima comparsa sarà identificato, dalla pionieristica creativa cultura fantascentifica nipponica come kaijū, ovvero; il capostipite di quella serie di strani mostri che andranno a decorare e impreziosire la Hall of Fame della filmografia di genere (anche…).
L’epopea di King Kong è di una profondità abissale e di una emotività straziante.
Senza cercare neanche poi tanto fra le maglie di una sceneggiatura geniale, si mette subito in evidenza la sostituzione della paura del mostro, con l’imperialismo culturale, l’arroganza dell’uomo, la volontà di dominio sulla natura e lo sfruttamento nonché la distruzione della stessa e del diverso-selvaggio. Tema ricorrente nella storia umana delle colonizzazioni.
Ma, nonostante questo detto, subentra un’ altro tema portante a creare una storia nella storia, un film nel film: la impossibile storia d’amore che Kong cerca e difende con tutte le sue forze, fino ad arrendersi solo all’invincibile fato creatogli dalla cupidigia umana.
Ecco che la Bellezza dell’amata, viene a sua volta messa in secondo piano dalla Bellezza dell’animo profondo e pieno di ingenuità istintiva, sentimento amoroso puro e primordiale della Bestia, che Bestia non è.
L’uomo è la vera bestia. Quell’uomo che tutto deve profanare o distruggere o dominare, coprendo questi disvalori con lo stucco ipocrita della civilizzazione.
Il Re di un regno arcano e mitico, paradossalmente venerato dagli indigeni incivili...che viene invece messo alla berlina, alla mercificazione e al ludibrio di un pubblico gretto e morboso di cosiddetti “civilizzati”.
La tragica vulnerabilità di Kong spezza il cuore, mentre cerca di lottare da solo contro tutto e tutti in un ambiente completamente inospitale e violento, nel quale riconoscerà, solo nel grattacielo fatale, la somiglianza con il suo adorato rifugio di montagna e punto d’osservazione dell’ infinità di una natura selvaggia, meno selvaggia della metropoli civilizzata.
Un ultima salita con la sua adorata, aspettando e mirando l’ultimo sorgere del sole, poco prima dell’ultima battaglia per difendere la sua Bella amata.
Di fronte a questo copione ed al suo epilogo, francamente, ci si può fermare.
Influenze ed eredità in ogni dove lasciate , ispirazioni, tecnologie innovative per le epoche (da ricordare sempre quel geniaccio di Carlo Rambaldi), uso del digitale alla Jackson e quant’altro; sono il corollario visivo di un capolavoro assoluto che nasce al cinema nel 1933.
Possono cambiare le voci, i nomi, le attrici, gli attori.
Resta immobile, come un monolite, la figura tragica di una Bestia dalla Bellezza d’animo infinita e pura, che cerca l’amore… e la libertà di essere Il Re Kong.

