Vi ricordate la serie The Queen’s Gambit, La Regina degli scacchi, trasmessa da Netflix nel 2020? All’epoca era stata un successo clamoroso, complice, certo, anche la presenza di Anya Taylor-Joy nel ruolo della protagonista. In molti si erano chiesti quanto ci fosse di romanzato nella sua storia e quanto fosse ispirato a fatti reali. Bene, se siete tra questi – o se, più semplicemente, siete appassionati di scacchi e/o di storie di riscatto – Queen of Chess è il documentario che fa per voi.
Disponibile sempre su Netflix, La vera regina degli scacchi racconta la storia di Judit Polgár, la ragazza prodigio che ha rivoluzionato una disciplina prima di lei di esclusivo predominio maschile. Il film, presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2026, è diretto da Rory Kennedy, documentarista vincitrice di un Emmy nonché undicesima (e ultima!) figlia del compianto Bob Kennedy.

Di cosa parla Queen of Chess?
La vera regina degli scacchi è la biografia della giocatrice ungherese Judit Polgár, oggi quasi cinquantenne. Figlia di uno psicologo dell’educazione appassionato di scacchi, insieme alle sue due sorelle maggiori diventa parte, su ammissione dello stesso padre, di un “esperimento” volto a dimostrare che “geni non si nasce, si diventa”.
Per farlo, László Polgár istruisce le sue tre figlie a casa (nonostante l’aperto divieto del regime comunista ungherese). Le cresce con l’idea che vacanze e domeniche non esistano, perché “ogni giorno è buono per lavorare”. Le allena fin dalla più tenera età a varie discipline, tra cui gli scacchi sono quella principale. Trasforma il loro appartamento in un campo di addestramento. Ai muri, al posto dei disegni delle bambine, appende schemi per illustrare le mosse delle partite più celebri. Invece dei giocattoli, gli regala puzzle per studiare le tattiche degli avversari. Se accende la tele, è giusto per riguardare l’ennesima volta le imprese dei campioni che spinge le figlie a idolatrare: Karpov, Korchnoi, Fischer e, sopra tutti, l’imbattibile Kasparov.
Va detto che, per quanto poco ortodossi, i suoi metodi non sono privi di risultati: in un periodo storico in cui gli scacchisti affermavano apertamente che le donne non sarebbero MAI riuscite in questo sport perché “meno intelligenti” (!!! – cit. Bobby Fischer), Polgár è riuscito a “sfornare” due Grande Maestro (Susan, la primogenita, e Judit) e un Maestro Internazionale (la sorella di mezzo, Sofia). Che, per chi non è ferratissimo in materia, significa il titolo più prestigioso a livello mondiale (Grande Maestro) e quello subito sotto. Non male, per una disciplina che era apertamente considerata come facente parte delle #CoseDaMaschi.
Le vittorie di Judit si susseguono, una più strabiliante dell’altra: a soli 12 anni diventa la Prima Donna Scacchista del mondo con 2555 Elo (per i non adepti, il punteggio che quantifica la bravura di un giocatore). A 15 anni batte il record di più giovane GM (Gran Maestro) della storia, precedentemente detenuto da Fischer (alla facciazza del “le donne sono meno intelligenti, tiè). A 17 viene invitata in uno dei tornei di scacchi più prestigiosi ed elitari, quello a Linares. E fa tremare le certezze dell’universo scacchistico mondiale.
Batte a uno a uno tutti gli avversari (uomini) e si ritrova a doversi confrontare con il mito. L’imbattibile. Il suo mito adolescenziale. Garry Kasparov.
Polgár vs Kasparov: un duello diverso dagli altri
Una ragazzina contro il gigante. Davide contro Golia. La più giovane promessa degli scacchi, donna, e il più grande giocatore di tutti i tempi. Alto, imponente, aggressivo (nel gioco). E uomo.

Polgár vs Kasparov è una partita storica. Uno tra gli episodi a cui la serie di Netflix del 2020 si è ispirata. In particolare, nel momento in cui l’idolo di tutti gli scacchisti (Judit compresa) compie uno sbaglio. Clamoroso. Che avrebbe potuto costargli la faccia. Fa un errore, una mossa “proibita” (poggia il pezzo e poi lo risposta). Sotto gli occhi allibiti di una diciassettenne che lo idolatrava e che non riesce a capacitarsi della sua scorrettezza.
Queen of Chess gira molto intorno a questo istante, alla reazione di Kasparov e a come questo sia l’inizio di un duello tra i due che è andato avanti per anni e numerosi, successivi scontri. Tutti persi dalla giovane ungherese, che sembra quasi a lungo non essersi ripresa dalla destabilizzazione psicologica di aver visto il suo mito “barare” (Kasparov ha sempre dichiarato di non essersene reso conto, ma la sua prima reazione è stata di ridicolizzare e arrabbiarsi contro Judit, e per svariati anni ha rifiutato di parlare dell’accaduto).
Nel frattempo, tra un re-match e l’altro (quello definitivo, in cui finalmente sconfigge la sua nemesi, il suo acerrimo “nemico”, arriva nel 2002, quando la giovane ha 26 anni), Judit riesce a trovare l’amore, a sposarsi. E, lascia in qualche modo a intendere il documentario, a bilanciare la sua vita emotiva così da trovare l’equilibrio che le permetterà di avere la meglio, finalmente, sul giocatore russo. Prima con una “patta” e, dopo 14 “scontri”, con l’agognata vittoria.

Tirando le somme…
La vera regina degli scacchi focalizza la sua narrazione sullo scontro con Kasparov e sulla rivincita che la giovane scacchista riesce a prendersi su tutti i suoi avversari maschi che la consideravano inferiore in quanto donna.
La sua è la rivincita di tutte le donne scacchiste – come sottolineato da altre giocatrici che partecipano al documentario, tra cui le sue sorelle, Jovanka Houska (campionessa UK per 8 volte) e Anna Rudolf (Grande Maestro sezione Donne dal 2008).
Sconfiggendo “l’imbattibile” ha dimostrato l’infondatezza dell’assunto secondo cui le donne non possono competere ad alto livello perché gli scacchi sono una lotta e le donne sono deboli lottatrici, non in grado di reggere la tensione emotiva di una partita. Affermazioni, tra l’altro, in precedenza pronunciate proprio dallo stesso Garry (Kasparov). Insieme ad altre, ancora più discriminanti (“dovrebbero stare a casa e occuparsi di crescere i bambini”) e, oltretutto, anche prive di originalità.
Se la tematica del riscatto è chiara e sviluppata coerentemente in tutto il documentario, forse l’aver dato questo spazio centrale alla sfida tra Polgár e Kasparov non rende giustizia alla personalità e ai traguardi raggiunti da Judit.
In qualche modo, infatti, si è indotti a vedere lei e i suoi successi non tanto come frutto di tenacia e innegabile talento, quanto come risultato delle sue interazioni con uomini. Prima col padre (Judith è un prodotto della sua educazione). Poi con Kasparov (è la sua ossessione nel batterlo che la porta a migliorarsi e superare i suoi limiti, ma forse, se nella prima partita lui l’avesse sconfitta senza scorrettezze, lei avrebbe pensato di non essere alla sua altezza e non si sarebbe così incaponita). Infine, col marito (anche se non è dichiarato esplicitamente, è dopo averlo incontrato che Judit riesce a gestire con maggior equilibrio le partite, accettando di chiudere in parità e non cercando la vittoria a tutti i costi, con l’effetto di crescere in punteggio Elo e in fiducia in sé stessa, dopo la prima patta con Kasparov).
È un po’ come se il sottotesto fosse: sì, lei era brava, ma in fondo ciò che ha ottenuto è dovuto più alle scelte del padre, allo sbaglio di Kasparov e alla comparsa dell’ammmore nella sua vita che alla sua bravura e determinazione.
Un altro aspetto che forse avrebbe meritato un approfondimento, perché compare in modo fragoroso in un silenzio, a fine documentario, è ciò che realmente pensa Judit dell’essere stata “un esperimento” per il padre. Quando le viene posta questa domanda, l’esitazione nella risposta dice tantissimo. Ma poi viene lasciata passare, come niente fosse.
Forse valeva la pena indagare, e sottolinearla. O forse è stata una scelta consapevole di Rory Kennedy, la regista. Che ha deciso di lasciare in sospeso la questione e permettere agli spettatori di giungere da soli alle proprie conclusioni.
Titolo del film (in italiano e/o in lingua originale)
La vera regina degli scacchi / Queen of Chess
Anno di uscita: 2026
Regia: Rory Kennedy
Genere: Documentario
Giudizio sintetico: Bel documentario per tutti gli amanti della storia degli scacchi. E anche per chi gradisce informarsi su una delle tante volte in cui si è affermato che qualcosa non fosse #CosaDaFemmine. Per poi venir clamorosamente sconfessati.
